A Kharkiv, in Ucraina, la routine giornaliera è sconvolta dalla guerra, portando la popolazione a essere limitata nel vivere la loro stessa città. Dall’inizio del conflitto, infatti, una volta calato il sole, un rigido coprifuoco impedisce la circolazione per le strade, isolando i cittadini reclusi nelle loro abitazioni e coloro che vivono il ‘turno di notte’.
Night Shift di Megumi Lim entra in punta di piedi nelle vite di questi individui, fornendo un reportage limpido in concorso al Sole Luna Doc Film Festival nella categoria Short Docs.
La notte, immobile protagonista
La macchina da presa è ferma, statica, quasi una telecamera di sicurezza. I turni in farmacia, al minimarket, le ronde interminabili sul ciglio della strada aspettando che qualcuno si palesi nell’oscurità: ogni giorno è copia e riflesso del precedente per chi lavora durante la notte. Ed è proprio la notte, forse, la protagonista del documentario.
Ripresa nella sua semplicità, senza una scala cromatica significativamente desaturata o estremamente vuota, la notte è metafora di incertezza in un Paese che ormai è costretto a convivere con il chiasso terrificante dei raid aerei e degli spari. Viene inoltre lasciato spazio alla testimonianza di militari, quasi a voler esplicitamente sottolineare questa valenza metaforica del calar del sole.
Le loro non sono le uniche voci ascoltate: ci sono madri, donne, poliziotti, tutti coloro che in un posto diverso, in un momento diverso, non sarebbero altro che semplici cittadini. Qui, invece, hanno una potenza narrativa così consistente da diventare dei veri e propri narratori intradiegetici, perfetti veicoli per denunciare gli orrori del conflitto.
L’isolamento del Night Shift
Una mamma che racconta a sua figlia la storia di Cappuccetto rosso; una madre che non può vedere suo figlio. Un parallelismo potente che basta per comprendere la sensazione di sospensione dell’ordinario che pervade tutta la pellicola.
Night Shift è limpido e coraggioso di fronte a una realtà che rischia di essere rappresentata militarmente o, con carattere diametralmente opposto, in maniera estremamente drammatizzata. È rotocalco di una comunità strumentalizzata da media e giornali, che merita finalmente di essere ascoltata attraverso parole proprie di chi le vive.