Sole Luna Doc Film Festival

‘The beauty of the Donkey’: perché non esiste differenza tra finzione e realtà

Il cinema che racconta le ferite ancora aperte di un popolo

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The beauty of the Donkey di Dea Gjinovci concorre al Sole Luna Doc Film Festival, l’evento si tiene dal 6 al 12 luglio 2026 nella città di Palermo.

Il ritorno dall’esilio

Dopo aver trascorso oltre mezzo secolo in Svizzera, Asllan Gjinovci fa ritorno al suo villaggio natale di Makermal, in Kosovo, accompagnato dalla figlia, la regista Dea Gjinovci. Il Kosovo ha subito notevoli cambiamenti politici e così anche il paesaggio, ed ora, per Asllan non rimangono che ricordi lontani. La figlia, come la macchina presa, segue il padre nelle sue memorie, osserva e ascolta le storie che rappresentano per lei le radici della sua famiglia.

La casa di pietra dove Asllan ha passato la sua infanzia è svanita. La vecchia strada sterrata che conduceva al paese è oramai un manto d’asfalto. Ma ecco che al solo calpestare dei verdi prati balcanici riaffiorano le immagini dei lunghi pomeriggi d’infanzia a correre e giocare con i suoi cugini. Tutto inizia qua, il film fonde memoria storica con memoria personale. Documentario e finzione si uniscono per raccontare la storia di una famiglia e la storia recente del popolo kosovaro.

Dea Gjinovci, ispirata dagli avvincenti racconti del padre, ricostruisce la casa di famiglia. La regista riconosce nella casa un simbolo centrale dove poter ricostruire i fatti che compongono la vita del padre. La messa in scena diventa teatrale, l’abitazione è semplice e astratta ma adatta a contenere tutto il liricismo del passato. I veri abitanti del piccolo villaggio diventano attori del film e nello specifico un gruppo di bambini nelle vesti di Asllan e dei suoi cugini. La narrazione di finzione procede. Ma nel mentre, come su dei binari paralleli, la vicenda mantiene la sua forma documentaristica e gli stessi abitanti vengono ripresi durante la realizzazione del progetto filmico.

The beauty of the Donkey è un documentario ibrido che ripercorre il viaggio di una figlia alla riscoperta della terra d’origine. Un’esperienza tra il reale presente di Makermal e la ricostruzione del passato di un popolo.

Il film come spazio per ottenere giustizia

Nello sfondo dei ricordi e della storia del Kosovo però risiede una dolorosa instabilità politica. Dal 1968, dove Asllan è un attivista di 19 anni e costretto all’esilio, fino alla più recente guerra di fine anni 90, vengono raccontati i lati più tragici di un popolo che ha subito le barbarie della guerra. Una famiglia e una nazione oppressa dalle politiche del regime socialista come dal razzismo crudele dell’esercito serbo.

Il film ci porta nella crudeltà dei conflitti armati. La guerra è la dimostrazione del macabro che risiede nell’umanità, crimini ingiustificabili che esistono e che forse velano un senso di piacere sadico da parte degli aggressori. La verità non sta nel giudizio di questi atti, ma nella narrazione e nel ricordo di essi. Sempre utilizzando la propria famiglia, Dea Gjinovci e suo padre, si confrontano con la dolorosa scomparsa un’amata matriarca: come molti altri, la nonna della regista è stata vittima innocente della guerra in Kosovo.

Mentre vengono riesumati i dettagli più delicati della morte della nonna, il film diventa mezzo collettivo per rielaborare il lutto, non solo di una famiglia ma di un intero popolo. The beauty of the Donkey è cinema come pianto doloroso e collettivo alle prese con la memoria e la perdita di persone care. Le ferite aperte offrono l’occasione di rendere omaggio ai caduti innocenti e trovano uno spazio per portare giustizia alle famiglie ancora in lutto che forse altri luoghi non riescono a donare.

Nel film risiede una misteriosa e ambigua bellezza perché esprime la sua più alta e dirompente delicatezza nel momento in cui padre e figlia non possono fare altro che condividere il dolore nel silenzio e in un abbraccio, mostrare ed esplorare il lutto come denuncia sincera contro la guerra.

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