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Barbora Bobulova, il magnetismo dell’attrice si racconta

Alla 24a edizione dell’Ischia Film Festival, dove ha ricevuto l’Ischia Film Award, abbiamo intervistato l’attrice Barbora Bobulova

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Che ricordo hai del tuo debutto nel cinema italiano con Il principe di Homburg (1997) di Marco Bellocchio?

Venni a Roma per fare il provino con Marco Bellocchio non conoscendo l’italiano. Sapevo dire solo buongiorno, buonanotte, grazie, arrivederci. Ho imparato tutto il provino a memoria. Avevo il testo in italiano e la traduzione in slovacco, quindi sapevo cosa stavo dicendo, ma, per me, era una lingua totalmente sconosciuta. A Marco Bellocchio era piaciuto il mio accento, forse perché andava bene per il personaggio.

Riguardare quella ragazza che eri, che impressione ti fa?

Mi fa molto emozionare. Adesso sembra mia figlia. Lei ora ha 19 anni, io ne avevo poco più di 20 anni, all’epoca. Se mi guardo dentro, quel coraggio che avevo, piano piano, un po’ l’ho perso. Credo che quello che riusciamo a fare a 20 anni sia straordinario. Quel potenziale è una cosa meravigliosa. Se mi guardo oggi, mi dico: perché non ho più quella forza? Un po’ c’inquiniamo per le esperienze, soprattutto negative. Mi piacerebbe ritornare a quella ingenuità, anche a quell’audacia nel lanciarsi nelle cose. Come se, più si vada avanti, più c’è paura di sbagliare. A 20 anni la paura di sbagliare non è così forte: ti lanci e non pensi alle conseguenze.

Quanto è stato importante quell’incontro con Marco Bellocchio?

Marco Bellocchio mi ha dato la possibilità di sviluppare quell’energia dei 20 anni. Si è andato a cercare un’attrice al di là dell’Italia. Lui voleva una principessa, mi è stato raccontato, e non riusciva a trovarla. La responsabile del casting pare gli abbia detto: io ce l’ho una principessa, ma sta a Bratislava. E lui: «Facciamola venire, vediamola». Marco Bellocchio è uno dei pochi autori che continua a essere curioso, a osare. Ci sono pochi registi che hanno il coraggio di andare oltre, fare ricerca, è uno che si spinge sempre oltre la zona di confort.

Rimanendo su Marco Bellocchio, l’hai ritrovato 30 anni dopo per Portobello. Com’è stato questo nuovo confronto?

Per me la cosa più sconvolgente è che l’ho trovato uguale a 30 anni fa. Ma com’è possibile? Credo ne vedremo ancora delle belle, in futuro, da lui, perché è pieno di energia, con ancora la volontà di seguire strade nuove. Non so da dove attinga questa inesauribilità, ma è bellissima.

Hai interpretato un tipo di femminilità anche molto forte, penso a Coco Chanel o Maria José, per esempio, quanto questi personaggi li senti tuoi?

I due progetti che citi sono nati in modi diversi. Per Maria José, Carlo Lizzani aveva bisogno di un’attrice straniera, con un po’ di accento, come Maria José. Invece, il film su Coco Chanel, non avrei dovuto interpretarlo io. Un giorno ho incontrato una persona con cui mi sono messa a chiacchierare, scoprendo che era un regista canadese che stava facendo dei provini per un film su Coco Chanel, per Rai 1. Non aveva ancora trovato la protagonista e io gli dico, sfrontatamente, che non mi avevano invitata a fare il provino. Lui promette di parlarne alla produzione. Così, due giorni dopo, la mia agente mi chiama proprio per questo. Adesso non sarei più in grado di propormi in questa maniera. Erano sicuramente due donne molto forti, ma con tantissimi aspetti contraddittori, con le loro fragilità, complessità. Io stesso mi sento una donna molto complicata, pur se non oserei paragonarmi a loro.

Arriva ora nelle sale il tuo ultimo lavoro, Separazioni. Come hai lavorato sul dolore, tutto interiorizzato, della protagonista? Riesci a far parlare i silenzi, gli sguardi.

Il film parla della perdita di un figlio, un dolore enorme. Cerco sempre di non esteriorizzare troppo, in generale. Per Separazioni, la cosa più difficile, per me, era trovare lo stato d’animo giusto per restituire i sentimenti della protagonista. Dal primo momento mi sono trovata in sintonia con il regista, Stefano Chiantini. Ho capito che aveva molto pudore e riservatezza come approccio a questo racconto. Una delicatezza che, secondo me, si è persa. Lui ci voleva entrare come in punta di piedi in questa vicenda. Adriano Giannini, il mio coprotagonista, incalzava di più il regista per chiedere indicazioni, mentre io, una volta entrata nello stato d’animo del personaggio, poi mi muovo in autonomia sul set.

Barbora Bobulova e Adriano Giannini in Separazioni

Quanto è importante il feeling tra gli attori sul set?

Se non c’è feeling, le cose non potranno mai funzionare per bene. Tu puoi anche essere Ronaldo, ma in campo non sei solo: puoi essere un fenomeno, ma per fare goal gli altri ti devono dare bene la palla. Così è nei film, nella recitazione è la stessa cosa: se l’altro ti dà bene la palla diventa bellissimo, se, invece, l’altro te la mette male, è tutta un’enorme fatica.

Nel cammino della tua carriera, hai mai avuto la sensazione d’aver sbagliato strada, di aver detto dei no di cui poi ti sei pentita?

Nei primi anni in Italia non capivo bene i meccanismi. All’inizio della carriera, quando mi hanno offerto qualche piccolo ruolo in film di registi anche importanti, ho pensato che fossero parti troppo marginali e non le ho accettate. Col senno di poi, ho capito che avrei dovuto dire sì, perché poi quei registi non mi hanno più richiamata. Il fatto che io, da quando ho 12/14 anni, praticamente ho sempre fatto la protagonista, quando mi offrivano un piccolo ruolo, mi sembrava una cosa sminuente. Sono arrivata dopo a capire che, a volte, anche una figura apparentemente marginale può rubare la scena.

Qual è stata la differenza più forte tra le tue prime esperienze in Cecoslovacchia e poi nel cinema italiano?

Quando sono arrivata in Italia, gli attori erano separati: c’erano quelli che facevano la televisione, il cinema o il teatro. Da noi, l’attore faceva tutto, non c’erano categorie come qui.

Barbora Bobulova in Il sol dell’avvenire

Ci sono dei film che, in particolare, ti hanno sorpresa guardandoli poi finiti sul grande schermo?

Sono molto autocritica e, in generale, penso che quasi tutti gli attori salvino pochi film che fanno. Io, almeno metà delle mie interpretazioni, le rifarei diversamente. Poi ci sono alcuni personaggi che ho interpretato che non mi piacciono per niente e quei film proprio non rivedrei mai più. Per rispondere alla tua domanda, però, Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti mi è rimasto molto dentro dopo averlo guardato finito.

Che rapporto hai con i registi che ti dirigono?

Sono una che si affida molto al regista, a volte l’ho preso quasi come una guida spirituale. Però, con gli anni, ho capito che non sempre il regista ha ragione. Secondo me, ogni tanto, un’attrice può anche dire la sua. Poiché, generalmente, non amo il conflitto, delle volte il mio silenzio è stato controproducente. In questo senso, il personaggio che facevo nel film di Nanni Moretti mi è piaciuto tantissimo, perché era un’attrice che si permetteva di contraddire continuamente il regista.

Ci sono dei personaggi, anche storici, che ti piacerebbe interpretare?

Più che storici, moderni. Per esempio, mi piacerebbe fare una specie di Uma Thurman/Kill Bill. Il mio sogno sarebbe un film alla Quentin Tarantino, quella roba lì, d’azione, una super eroina.

Barbora Bobulova all’Ischia Film Festival (foto Francesca Pradella)

Oltre a Quentin Tarantino, ci sono dei registi con cui ti piacerebbe, in particolare, lavorare?

Ce ne sono tantissimi. Tra gli italiani, ultimamente vorrei proprio lavorare con registe. Ecco, con Valeria Golino, che trovo bravissima nel dirigere gli attori. E poi Alice Rohrwacher o Margherita Vicario. Tra i registi uomini, Paolo Virzì e Matteo Garrone mi piacciono moltissimo.

Tra i personaggi che hai interpretato, ce ne sono alcuni a cui sei particolarmente legata?

Sicuramente la Vera del già citato Il sol dell’avvenire. Poi Irene Ravelli di Cuore Sacro (2005, Ferzan Özpetek), un personaggio molto sofferto, e la protagonista di La Spettatrice (2004, Paolo Franchi). Anche quest’ultima esperienza per Separazioni è stata una bella collaborazione.

Parlando di quest’ultimo film, la storia sembra suggerire che una relazione può essere finita molto prima che arrivi una tragedia. Un lutto tremendo come quello della perdita di un figlio mette in luce qualcosa che esiste già o muta totalmente un rapporto?

Credo che un lutto velocizzi il meccanismo di allontanamento. Perché dopo una tragedia come quella si apre una voragine. Spesso, quando i figli vengono a mancare, questo collante si scioglie completamente e si capisce come fosse un po’ forzato. Il mio personaggio si muove all’interno di questa gabbia.

Barbora Bobulova in Cuore sacro

Anche questo è un personaggio pieno di crepe. Una donna in trasformazione che tira fuori la sua vulnerabilità.

I registi mi chiamano, spesso, per interpretare queste storie, non so cosa vedano in me, in questo senso. Sicuramente sono tutti personaggi molto complessi, anche con dei dualismi dentro. Però siamo tutti con tanti colori, solo che a volte non siamo capaci di tirarli fuori. A me piace cercare le sfumature dentro me stessa e, grazie a questi personaggi, mi è concesso ricercarle. Certo, il timore di tirar fuori delle cose, anche ancestrali, che possono non essere piacevoli, c’è sempre. Ma, così, ho scoperto aspetti di me che non mi sarei mai immaginata. Certi personaggi mi permettono di fare questo percorso.

Nella tua carriera hai fatto anche ruoli non drammatici.

Sì, qualche commedia l’ho girata, Manuale d’amore e Immaturi, per esempio quest’ultimo l’ho rivisto recentemente e l’ho trovato un film geniale, con delle idee strepitose che fanno molto ridere. E poi c’è anche il film di Nanni Moretti, Il sol dell’avvenire, che non è un ruolo drammatico.

Cosa credi che dia il bianco e nero in più a Separazioni?

Il bianco e nero ci sta perfettamente, perché la montagna, dove il film è ambientato, d’inverno è in bianco e nero. Il colore, alla montagna, lo dà la modernità, i vestiti degli sciatori, tutto il fattore antropico. Io ho passato la mia infanzia in montagna, per cui, in Separazioni, sono stata nel mio habitat naturale. In più, secondo me, il bianco e nero rafforza la drammaticità del racconto, perché il dolore è uno stato d’animo che non cambia, stai lì in questa staticità che non conosce sfumature. Sono contenta di questa scelta, che non era quella iniziale. È stato un suggerimento del direttore della fotografia, Paolo Carnera, durante i provini. È stato lui a proporlo al regista, dopo alcune prove con la macchina da presa. Era stato pensato a colori. Una delle cose belle di questo film è anche l’alternanza tra gli esterni in campi lunghissimi, con le persone che sembrano irrilevanti di fronte alla grandezza della montagna, e poi i primi piani in interni dei personaggi.

Barbora Bobulova in La spettatrice

C’è un regista che, in particolare, ti ha sorpreso per il suo modo di fare sul set?

Sì, Nanni Moretti, perché tutti me ne parlavano malissimo, mi mettevano in guardia su quanto fosse esigente, che facesse un numero infinito di ciak eccetera. Invece, tutto questo, sul set di Il sol dell’avvenire, non è mai successo. Nanni Moretti era veramente super gentile con me, abbiamo fatto 7/8 ciak a scena. L’ho trovato molto affabile, generoso, dolce, cosa che non mi aspettavo.

Quali sono stati i tuoi modelli attoriali, dalla formazione fino a oggi?

Avendo iniziato nel mio Paese, ovviamente i miei modelli iniziali qui nessuno li conosce, erano attori slovacchi pazzeschi che, poi, mi hanno fatto da professori all’Accademia di teatro. Mi hanno dato tantissimi strumenti che poi ho utilizzato. Tra le attrici di oggi che ammiro di più, sicuramente Cate Blanchett, un’interprete in grado di fare qualsiasi cosa, un mostro di bravura e poi Meryl Streep. Però mi piacciono molto anche le attrici francesi, Juliette Binoche e Isabelle Huppert su tutte.

Il fatto di recitare in italiano, che non è la tua lingua madre, è un ostacolo o un vantaggio, liberandoti dagli automatismi della nostra quotidianità, inducendoti a scavare di più?

Confesso che è un grande ostacolo. Dopo tanti anni è diventato più piccolo, ma all’inizio era enorme. Secondo me non scompare mai del tutto, però. Gli attori, recitando, lavorano con le emozioni e quelle primarie sono legate alla lingua madre. Per cui, come attrice, ho dovuto fare un lungo percorso. Magari un attore italiano è come se prendesse una strada dritta; io, invece, devo sempre fare serpentoni per arrivarci. È stata una fatica enorme, mi sono dovuta esercitare tantissimo, anche con un dialogue coach. Mi allenavo con la dizione in ogni momento, anche mentre cucinavo. È stato un lavoro da formica.

Barbora Bobulova all’Ischia Film Festival (foto Francesca Pradella)

Nella tua esperienza di attrice, è più difficile recitare il dolore o la gioia?

Secondo me dipende in che momento della vita sei. Perché non c’è niente da fare, il nostro lavoro s’intreccia con la vita vera, vanno mano nella mano. Se, magari, stai attraversando un momento difficile della tua esistenza e devi fare una cosa leggera, in cui devi ridere e non hai tanto da ridere, insomma, diventa difficile. Io, in questo, sono sempre stata abbastanza fortunata perché, stranamente, i film mi arrivavano sempre nei momenti giusti. Per esempio, con Ivano De Matteo ho fatto un film, Gli equilibristi (2012), che ha al suo centro una separazione e io, proprio in quel periodo, mi stavo separando. Quindi la sceneggiatura mi ha colpito tantissimo, l’ho sentita profondamente, perché anch’io stavo passando lo stesso momento.

Nonostante i tanti premi vinti, quali emozioni nel ricevere l’Ischia Film Award?

Guardando la lista dei personaggi che l’anno ricevuto prima di me, c’è davvero di che esserne onorati, cito solo Stellan Skarsgård e John Torturro, tra gli altri.

Barbora Bobulova riceve l’Ischia Film Award dal direttore artistico Michelangelo Messina e da Gianni Canova (foto Francesca Pradella)

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