Sole Luna Doc Film Festival

‘Capital’: il potere delle immagini tra propaganda e capitalismo

Un cortometraggio sperimentale che indaga il rapporto tra potere, propaganda e capitalismo

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Esistono film che raccontano una storia e altri che chiedono allo spettatore di mettersi in discussione. Capital di Basma Al-Sharif, presentato al Sole Luna Doc Film Festival, appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. In appena diciassette minuti la regista costruisce un’opera che sfugge alle convenzioni del racconto tradizionale e preferisce parlare attraverso immagini, suggestioni e simboli. Non cerca di accompagnare il pubblico lungo un percorso rassicurante, ma lo invita a perdersi, ad accettare il dubbio e a cercare un significato oltre ciò che appare.

È un cortometraggio che può inizialmente disorientare. Le connessioni non sono mai esplicite e la narrazione procede per frammenti, ma proprio questa scelta permette al film di affrontare temi estremamente complessi senza ricorrere a spiegazioni didascaliche. Lo spettatore è chiamato a osservare, interpretare e costruire il proprio percorso di lettura.

La città come promessa di un futuro perfetto

Al centro del film c’è la Nuova Capitale Amministrativa dell’Egitto, l’enorme progetto urbanistico destinato a ospitare le principali Istituzioni governative del Paese. Basma Al-Sharif non si interessa tanto agli aspetti architettonici quanto al significato simbolico di questa città ancora in costruzione. Le grandi prospettive, gli edifici monumentali e gli spazi impeccabili diventano il volto di una modernità che promette ordine, benessere e progresso. Ma dietro quella perfezione emerge una domanda scomoda: chi decide quale futuro desiderare? E soprattutto, chi costruisce l’immagine di quel futuro? La città diventa  così il simbolo di un potere che non si limita a governare i territori, ma prova a modellare anche i sogni e le aspettative delle persone.

Un linguaggio cinematografico che rifiuta le spiegazioni

Chi si aspetta un documentario tradizionale potrebbe restare spiazzato. Capital sceglie infatti la strada dell’allegoria e della sperimentazione. Spot immobiliari, dialoghi stranianti, un ventriloquo, scenografie volutamente artificiali e continui richiami ai Telefoni Bianchi del cinema italiano si susseguono senza seguire una struttura narrativa convenzionale. Nulla viene spiegato apertamente. Ogni elemento sembra possedere un significato nascosto che cambia a seconda dello sguardo di chi osserva. È proprio questo uno degli aspetti più affascinanti del film: non impone un’interpretazione, ma lascia spazio al dubbio e alla riflessione. Lo spettatore diventa parte attiva dell’opera, chiamato a collegare immagini e simboli in un continuo esercizio di lettura.

La propaganda non passa solo dalle parole

Uno dei temi più forti del cortometraggio è il rapporto tra propaganda e immagine. Basma Al-Sharif suggerisce che il consenso non si costruisce esclusivamente attraverso i discorsi politici, ma anche mediante la bellezza delle architetture, le pubblicità, le promesse di una vita migliore e la capacità di trasformare una città in un oggetto del desiderio. Le immagini patinate che attraversano il film ricordano continuamente quanto sia facile confondere la rappresentazione con la realtà. La città perfetta diventa un prodotto da vendere, mentre il cittadino rischia di trasformarsi in uno spettatore affascinato da una narrazione costruita nei minimi dettagli. È una riflessione che supera ampiamente i confini dell’Egitto. Pur partendo da un caso specifico, il film parla di un meccanismo che riguarda molte società contemporanee, dove la comunicazione e l’estetica finiscono spesso per avere un peso pari, se non superiore, ai contenuti stessi.

Un’opera che continua oltre la visione

Capital non è un film che si esaurisce durante la proiezione. Al contrario, sembra iniziare davvero quando lo schermo si spegne. Alcune immagini restano impresse, altre acquistano senso soltanto a distanza di tempo, mentre le domande poste dalla regista continuano a riaffiorare. È certamente un’opera impegnativa e non immediata. Richiede attenzione, pazienza e la disponibilità ad accettare che non tutto debba trovare una risposta definitiva. Tuttavia, proprio questa complessità rappresenta il suo valore più grande. Basma Al-Sharif realizza un cortometraggio che non pretende di offrire verità, ma invita a sviluppare uno sguardo più critico. Perché il potere non costruisce soltanto città, monumenti o istituzioni: costruisce immagini, racconti e immaginari collettivi. E imparare a riconoscerli significa, forse, iniziare a vedere la realtà con maggiore consapevolezza.

 

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