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‘Return à Fukushima’ – Intervista a Thomas Licata tra resistenza e conseguenze invisibili del nucleare
Thomas Licata torna a Fukushima, esplorando memoria collettiva, consumo energetico e responsabilità presenti e future
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6 ore agoon
La seconda edizione del TerraLenta Film Festival 2026 segna il ritorno di un festival che continua a costruire uno spazio d’incontro tra cinema, ambiente e territorio. In questo contesto si inserisce il film in concorso in anteprima mondiale Return à Fukushima, che riporta al centro uno dei luoghi simboli delle fragilità contemporanee.
Return à Fukushima
A più di dieci anni dal disastro nucleare del 2011, Fukushima continua ad essere un territorio segnato da profonde conseguenze ambientali e sociali. In alcune aree la vita quotidiana è ancora scandita dall’uso di strumenti di misurazione della radioattività, mentre vaste zone restano deserte, come fossero sospese nel tempo.
Il documentario segue il ritorno in questi luoghi, osservando ciò che resta della vita precedente e le forme di adattamento che lentamente stanno emergendo.Con uno sguardo contemplativo, il film costruisce una riflessione sul rapporto tra memoria, territorio e conseguenze invisibili della catastrofe, attraverso gli occhi delle persone che ancora oggi continuano speranzosi a popolare il luogo.
Abbiamo incontrato il regista Thomas Licata per approfondire il processo di realizzazione del film e l’approccio con cui si è avvicinato ad un ambiente ancora profondamente segnato dal disastro storico.
Intervista a Thomas Licata
Fukushima resta oggi un territorio attraversato da conseguenze profonde. In alcune aree la vita quotidiana si misura ancora attraverso strumenti come i dosimetri, mentre vaste zone rimangono quasi deserte, sospese, come paesaggi fantasma. Anche nei pochissimi luoghi in cui il ritorno è stato possibile, le comunità hanno dovuto ridefinire il proprio rapporto con il territorio d’origine.
Cosa significa per te raccontare tutto questo oggi, e cosa ti aspettavi di trovare nel confrontarti con una
realtà del genere?
Fukushima è il punto in cui diventa evidente il mondo che abbiamo costruito. Un mondo che scegliamo di avere, ma che non possiamo davvero conservare così com’è. Viviamo dentro un sistema fatto di grandi città, consumo di energia e sviluppo continuo, che però si regge su ciò che accade altrove.
Quello che mi interessa è proprio questo squilibrio: le città vivono di elettricità, tecnologia, industria, ma il costo di tutto questo ricade su territori più lontani, spesso rurali, che diventano invisibili. Fukushima è uno di questi luoghi. Quando ci sono stato ho sentito con forza questa contraddizione: un territorio ancora segnato da una catastrofe, ma reinserito dentro una normalità forzata, come se dovesse comunque continuare a funzionare.
Per questo dico che il sogno del capitalismo è la nostra distopia. Non è un’idea astratta, si legge nei paesaggi, nei corpi, nella gestione stessa dello spazio. Il film nasce dal tentativo di osservare questa realtà senza spettacolarizzarla, restando dentro le sue conseguenze quotidiane, in ciò che resta e in ciò che rimane invisibile.
Il concetto di quotidiano
In alcune aree, come la città di Namie, altoparlanti pubblici ricordano ogni giorno agli abitanti di fare attenzione, di tornare a casa e di seguire le indicazioni di sicurezza, arrivando perfino a chiedere come è andata la giornata. Questi elementi costruiscono un paesaggio in cui “cura” e controllo sembrano convivere, generando una sensazione di straniamento. Una gestione del territorio che coesiste con il suo stesso sfruttamento. L’impressione è quella di uno scenario che potrebbe sembrare post-apocalittico, ma che allo stesso tempo è già segnato da una quotidianità anomala ma concreta.
Come è stato affrontare questa contraddizione? C’è qualche esperienza che ti ha colpito particolarmente?
Sì, ho incontrato una quotidianità profondamente ambigua. Da un lato il controllo è costante: geiger counter, segnali di sicurezza, zone che possono cambiare condizione improvvisamente con il vento o la pioggia. Dall’altro, la vita continua comunque a cercare spazio.
Una delle cose che mi ha colpito di più è il rapporto con il cibo: spesso si arriva a fidarsi più di un prodotto confezionato del supermercato che di ciò che cresce nel proprio terreno, perché il terreno stesso è contaminato. È un paradosso radicale: preferire la plastica intorno alle verdure rispetto a quelle raccolte a casa propria.
Questa è l’anomalia che ho visto lì: non un’idea lontana o immaginaria, ma una realtà concreta, quotidiana, in cui sicurezza e rischio cambiano continuamente. Mi ha colpito anche il modo in cui il territorio viene gestito senza mai arrivare a una vera risoluzione. Si rimuove la terra, si sposta, si accumula in sacchi neri senza un luogo definitivo. E intanto si continua a vivere dentro uno spazio instabile, dove tutto può cambiare.
Non esiste una certezza: ciò che oggi è considerato sicuro, domani può non esserlo più. E questo cambia profondamente il rapporto con lo spazio, il tempo e l’ambiente circostante.
Le responsabilità e le conseguenze del nucleare
Il film mette in evidenza il rapporto drammatico tra Fukushima e il resto del Giappone, dove l’energia prodotta da questi territori continua a sostenere i grandi centri urbani come Tokyo, spesso senza fare i conti con i danni già subiti e con la possibilità che eventi simili possano ripetersi in futuro. Nel documentario si apre anche una riflessione più ampia sulla responsabilità condivisa e sul futuro dell’energia nucleare in Giappone.
Quanto è centrale, per te, il tema della responsabilità nel racconto di Fukushima e delle sue conseguenze ancora oggi?
È una domanda difficile, perché non riguarda un solo soggetto o una sola responsabilità. Esiste certamente il ruolo di TEPCO, la compagnia elettrica di Tokyo, direttamente coinvolta nell’incidente. Ma il discorso non può fermarsi lì.
La questione è più ampia e riguarda il modo in cui usiamo l’energia e ciò di cui abbiamo bisogno ogni giorno per mantenere il nostro stile di vita. Non è solo una responsabilità aziendale, ma anche delle persone che quell’energia la consumano.
Viviamo dentro un sistema che richiede continuamente elettricità, tecnologia e comfort, senza interrogarci davvero su ciò che li rende possibili.Per questo credo sia necessario rimettere in discussione il nostro rapporto con il consumo e con la crescita continua. In francese esiste il termine décroissance, che indica l’idea di rallentare, di non andare sempre più veloce e produrre sempre di più.
Forse il punto è proprio questo: non continuare in una direzione di espansione costante, ma ripensare ciò che siamo disposti a sacrificare per ottenere energia e tecnologia.
Ciò che resta, la fattoria della speranza
Nonostante la situazione sia ancora oggi drammatica, colpiscono la cura e l’amore che ciascun abitante riesce a riversare nei propri gesti quotidiani. Tra le persone che hanno scelto di restare, ce n’è una in particolare che si prende cura degli animali che il governo vorrebbe eliminare perché considerati contaminati. Quest’uomo sceglie invece di accompagnarli fino al loro ultimo giorno di vita, garantendo loro una forma di sopravvivenza. Da questo gesto rivoluzionario nasce un luogo, la fattoria della speranza. Idea che sembra mettere in relazione il destino degli animali abbandonati con quello dei residenti stessi, ma anche un modo per non arrendersi e rendere visibile una realtà dimenticata.
Che cosa ti ha colpito di più della resilienza di queste persone e del loro legame con il territorio?
Quello che mi ha impressionato non è solo la resistenza in sé, ma il fatto che si traduca in azioni concrete, quotidiane. È una presenza che non ha bisogno di essere dichiarata.
Nel caso di Yoshizawa-san, il contadino che hai citato, emerge una scelta molto netta: restare e continuare a fare ciò che ritiene giusto, anche quando tutto intorno sembra andare nella direzione opposta.
Non c’è attesa di un cambiamento esterno, ma una decisione personale che diventa pratica, senza delegare ad altri la responsabilità di intervenire.È una persona che, anche con le lacrime agli occhi, sceglie di non restare ferma: continua a spostarsi, tornare a Tokyo per denunciare ciò che sta accadendo e parlare di responsabilità condivisa.
Non c’è retorica nel suo gesto, ma una forma di ostinazione emotiva, fragile e allo stesso tempo lucidissima, che rende evidente quanto il legame con quel territorio non si sia mai interrotto. In questo senso la sua azione assume anche una dimensione politica, perché mette in discussione ciò che viene considerato sacrificabile in uno spazio ormai invisibile.
Quello che emerge con forza è che questo atteggiamento ha un effetto quasi contagioso: incontrare persone così non lascia indifferenti, ma genera energia, attenzione e un modo diverso di guardare le cose.
Per questo la speranza non è un sentimento astratto, ma un comportamento. Qualcosa che nasce dentro le azioni, anche le più piccole, e che dà continuità e senso a ciò che altrimenti verrebbe cancellato.
Simboli e cultura del trauma: Godzilla e l’immaginario giapponese
Nel film è presente anche il riferimento a Godzilla, figura profondamente radicata nell’immaginario giapponese della distruzione e delle sue conseguenze, in cui memoria storica e cultura pop si intrecciano.
Quali paure incarna Godzilla, secondo te e quanto era importante citarlo?
In Giappone il tema del nucleare attraversa profondamente la cultura contemporanea, non solo a livello storico ma anche simbolico. Non riguarda soltanto Fukushima, ma anche Hiroshima e Nagasaki: eventi che continuano a lasciare tracce nell’immaginario collettivo.
Per questo, nella cultura pop giapponese il nucleare ritorna continuamente: nei manga, nei film di Miyazaki, in personaggi come Pikachu e nello stesso Godzilla.
Godzilla nasce proprio come creatura legata alla contaminazione nucleare e diventa una figura che incarna insieme paura e fascinazione per questa forza distruttiva.
Nella cultura giapponese emerge spesso anche il termine mokunin, che indica un atteggiamento di silenzio e rimozione, il non esporsi, il non fare rumore di fronte a ciò che accade. È una forma culturale di adattamento, ma anche di distanza dal conflitto. Accanto a questo esistono però figure che rompono questa dinamica, come Yoshizawa-san, che scelgono invece di agire e di esporsi.
In questo senso Godzilla non è solo un riferimento culturale, ma un modo per leggere un immaginario in cui la distruzione continua a riemergere nella vita quotidiana.
Generazione post Fukushima
Nel documentario, uno degli abitanti afferma che si può sopravvivere a uno tsunami perché esiste la possibilità di ricostruzione, mentre un danno nucleare è diverso perché anche nel tempo continua a persistere. Nei territori contaminati, infatti, le persone sono ancora oggi impegnate in operazioni di bonifica: scavano la terra, rimuovono il suolo contaminato e intervengono manualmente sui depositi rimasti.
E quindi, dopo aver osservato tutto questo, è difficile pensare che esista una vera soluzione o un ritorno alla normalità. Allora cosa resta, secondo te, di questi luoghi? E quale messaggio speri di lasciare al pubblico con questo documentario?
Non penso che esista una vera soluzione o un ritorno possibile alla normalità: dopo un disastro nucleare il territorio rimane segnato in modo permanente purtroppo. Rimane la speranza che un disastro del genere non si verifichi più in futuro, ma questo aspetto si lega profondamente alla memoria.
Molti giovani nati dopo Fukushima non conoscono davvero questo disastro, è già scomparso per loro.Non l’hanno vissuto direttamente, e il rischio è che venga progressivamente dimenticato.Per questo è importante continuare a raccontarlo.
In Europa, per esempio, la Seconda Guerra Mondiale continua a essere studiata e ricordata, mentre a Fukushima questo rischio di perdita è molto forte. Credo sia fondamentale non solo ricordare, ma anche sviluppare empatia verso le conseguenze di ciò che è accaduto.È proprio questa empatia forse, verso ciò che viene spesso rimosso, che può diventare una chiave per cambiare le cose e non ripetere gli stessi errori.