Quando un festival di cinema riesce a intercettare una direzione tematica in perfetta linea con la propria contemporaneità, gli bastano pochi anni di vita per attirare l’interesse di artisti con appartenenze territoriali differenti ma una visione comune della Settima Arte. Grazie all’attenzione specifica che il neonato TerraLenta Film Fest riserva al documentario ambientale, il cuore dell’Appennino Lucano in Basilicata unisce 19 pellicole, prodotte in 20 nazioni divise fra 3 continenti, per rinnovare la riflessione sulla natura nelle sue varie traduzioni: quella che ignoriamo, quella che abitiamo e quella che corrompiamo.
La sezione lungometraggi della seconda edizione vede la presenza in concorso de Il grande gioco, progetto audiovisivo del laboratorio OffTopic che da più di un decennio indaga le fratture sociali più pruriginose inerenti alla città metropolitana di Milano e che nel 2025, avvalendosi dell’appoggio del Comitato Insostenibili Olimpiadi, ha deciso di realizzare in formato filmico una ricerca riguardante l’organizzazione dei XXV Giochi olimpici invernali.
La rivolta sugli schermi
Come è piuttosto intuibile dalla connotazione polemica che ha caratterizzato la stragrande maggioranza dei lavori di OffTopic fino a oggi, Il grande gioco non intende portare avanti una narrazione accomodante ed edulcorata nei confronti della gestione di Milano Cortina 2026 da parte dell’amministrazione comunale e dell’intera sovrastruttura finanziaria che emerge dal film stesso. Se poi non fosse scontato di per sé, il concetto viene ribadito da Ángeles Briones, nel ruolo di voce narrante, che conclude la parte introduttiva avvertendo la sala:
“Il film che state per vedere è il racconto di questa sfida.”
Una simile scelta lessicale non può che evocare, oltre all’urgenza di affrontare la questione in una lotta aperta e radicale, il tentativo di denuncia dell’intera operazione, ancor prima di quello divulgativo. Proprio in tempi recenti, il successo inaspettato di Food for profit e di altri documentari volti a sensibilizzare gli spettatori, a costo di una comunicazione spietata nel linguaggio, ha dimostrato la volontà del pubblico generalista di abbandonare il perbenismo e approfondire una visione disillusa della società odierna.
Da tale punto di vista, il messaggio della pellicola non lascia spazio a libere interpretazioni. Secondo l’indagine del laboratorio, gli sfratti ai danni dei cittadini meno abbienti per fare posto al Villaggio Olimpico, la spartizione ambigua di fondi pubblici per la costruzione di edifici privati e l’abbandono sistematico di vecchi impianti sportivi insostenibili economicamente sulla lunga durata non sarebbero altro che tasselli di un sistema burocratico, a vantaggio di pochi, ormai irretrattabile, al quale si opporrebbe come unica contromisura effettiva il contrasto popolare organizzato e l’abnegazione civile.
Battaglie in conflitto
Al netto di tutto, è ironico osservare la bizzarra contraddizione che abita Il grande gioco, un film che richiama all’unità pur mostrando disomogeneità nella sua composizione, già a partire dal fatto che non figura uno o più registi a capo della creazione, ma l’intero organico di OffTopic. Si legge sul sito del lungometraggio che il laboratorio ha condiviso consapevolmente la lavorazione di ciascuna fase produttiva tra numerose persone, in virtù di un processo creativo che puntasse allo sviluppo temporale della riflessione più che al raggiungimento di un fine espressivo prescelto.
Sebbene la decisione possa apparire coerente con il ripudio dell’egemonia statale presente nel capitalismo – la proiezione di El ser queridodi Rodrigo Sorogoyen a Cannes 2026 ha ricordato che oggi niente identifica il potere gerarchico e feudale più di un set cinematografico -, essa genera un inevitabile squilibrio interno. Di fatto, l’analisi critica delle Olimpiadi copre solo uno dei tre “round” in cui il racconto è diviso, indi per cui il primo terzo di minutaggio risulta vittorioso in termini di efficacia descrittiva e di intrattenimento.
I due round seguenti, anziché continuare la strategia vincente dell’inizio, ripercorrono le fasi di attività di OffTopic e del Comitato Insostenibili Olimpiadi attraverso situazioni di protesta nei confronti di Milano Cortina 2026, talvolta allestite appositamente per la telecamera o almeno così sembra. Infine, una serie di elementi di contorno, ad esempio riferimenti visivi a battaglie sociali apparentemente estranee alla causa principale e allusioni politiche prive di contestualizzazione, vanno a definire l’argomentazione tricefala che caratterizza il documentario e lo rende conflittuale nella forma, oltre che nel contenuto.
Divulgazione e propaganda
È indubbio che la faziosità del materiale didattico non ne diminuisca necessariamente la qualità e che lo spazio culturale a cui si rivolge Il grande giocoe l’intero TerraLenta Film Fest punti alla sensibilità di un certo orientamento ideologico. Tuttavia, a un’esplicita presa di posizione dovrebbe corrispondere il sostegno di un impianto esplicativo convincente, mentre qui quest’ultimo viene improvvisamente a mancare cedendo il focus a trovate visive e propagandistiche che non rappresentano esattamente il punto di forza dell’opera.
L’impressione, una volta conclusa la visione, è di aver assistito anzitutto a una celebrazione dell’impegno di OffTopic nell’ambito della cura per l’ambiente e in secondo luogo a un documentario ambientale in senso stretto. Probabilmente, il film troverebbe maggior valore e motivo di esistere in un contesto che metta in risalto il procedimento che lo ha portato alla luce; al contrario, la sua collocazione dentro a un festival, in gara con altre pellicole, rischia di sottoporlo a un’inutile e controproducente svalutazione.