Cactus International Children's and Youth Film Festival
Intervista ad Alessandro Stevanon, Direttore di Cactus International Film Festival 2026
Cactus, l’infanzia, l’educazione e l’importanza del cinema che ha fatto la storia
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3 ore agoon
L’importanza troppo spesso sottovalutata dell’educazione alla visione è uno dei cardini fondanti con cui Cactus International Film Festival ha accolto nelle sue sale pellicole e opere in dialogo con la gioventù. L’infanzia e l’adolescenza diventano così i protagonisti un progetto artistico unico, la cui rilevanza culturale è solo in parte sottolineata dal suo successo di pubblico. A fronte di questa nuova edizione, la redazione di Taxi Drivers ha avuto il piacere di confrontarsi con il Direttore del Festival Alessandro Stevanon su alcuni dei temi più discussi della realtà cinematografica contemporanea.
Intervista ad Alessandro Stevanon
Quest’anno sarà la sesta edizione del Cactus Film Festival: qual è stata l’evoluzione di questo evento ormai consolidato?
Fin dalla prima edizione ci siamo accorti che — da parte in primis delle famiglie, ma poi ovviamente a cascata da parte dei più piccoli, del mondo della scuola, dell’educazione, delle parti sociali — c’era voglia di confrontarsi con film autoriali che arrivassero da altri contesti meno mainstream: non solo dall’Europa o dall’America, i due principali mercati per i prodotti audiovisivi di massa per l’infanzia, ma anche con altri Paesi, dall’Africa, dall’Asia, dall’Oceania. Era palpabile la necessità di portare storie nuove, con linguaggi nuovi, con un’attenzione diversa e più ricercata.
Non a caso in pochissimo tempo, considerando che siamo solo alla stessa edizione, questa idea di un festival locale è diventata sempre più una visione internazionale. Oggi lavoriamo con quasi 100 Paesi al mondo che partecipano insieme a tantissimi giurati e ospiti che arrivano da ogni parte del globo, insieme all’attenzione di un pubblico che comincia a espandersi oltre i confini nazionali. Quindi questa evoluzione, che immaginavamo in un tempo sicuramente più lungo, in realtà vuole significare che l’offerta e questa voglia di scoprire nuovi linguaggi per le giovani generazioni c’è ed è forte. Questo ovviamente ci fa molto piacere.
Il festival possiede un forte valore identitario che lo lega alla Valle d’Aosta, rafforzato da un impegno esplicito nei confronti della tutela ambientale da parte del festival: in quali forme si esprime questa sinergia?
La sinergia con il territorio è sempre stata molto forte. Questo perché abbiamo immaginato e costruito un “bosco collaborativo”: Pubblica Amministrazione, aziende private, enti del terzo settore, comunità educative, associazioni di categoria, volontariato e il tessuto commerciale della regione si sono incontrati intorno a un tema, con la voglia di scoprire storie nuove, di accoglierle e di accompagnare le nuove generazioni.
Ovviamente ogni tassello di questo mosaico porta la propria expertise e la propria vocazione. Quello che ci accomuna tutti, oltre a provenire dallo stesso territorio, è un valore ambientale e accessibile. Ci sono aziende o realtà con le quali collaboriamo dove l’aspetto della tutela ambientale, della sostenibilità, dell’accessibilità ai luoghi della cultura sono un obiettivo centrale e strategico. Li cerchiamo per quello e loro ci cercano per quello; insieme cerchiamo di costruire. Ovviamente sappiamo che è un obiettivo a tendere, non un obiettivo sicuramente realizzabile al 100%, ma ogni edizione rende l’esperienza sempre più sostenibile e sempre più accessibile.
Riguardo al pubblico, in un momento storico in cui le tappe della crescita sono molto accelerate e il bambino diventa sempre più un adulto in miniatura, in che modo si sta adattando il cinema per l’infanzia?
Il cinema che noi proponiamo è realizzato da autrici e autori che immaginano i propri film al di là delle regole del mercato, pensandoli per un’età ben specifica. Essi parlano di temi che riguardano direttamente le nuove generazioni, con protagonisti che hanno le stesse età dei loro spettatori, gli stessi desideri, le stesse passioni e gli stessi problemi. E questo ci permette di parlare in modo molto schietto, proponendo anche tematiche complesse che vanno dalla morte alla sostenibilità ambientale, passando per la guerra: tutti temi che sono importanti, attuali e urgenti, ma trattati con un linguaggio adatto per ogni età.
Non eliminiamo quei temi potenzialmente inaccessibili, ma ci rivolgiamo ad autori e autrici capaci di utilizzare un linguaggio e un racconto in linea all’età a cui si rivolgono. E questa è la chiave di ciò che ha portato fortuna al Festival, in particolar modo sul piano educativo.
Infatti, noi abbiamo una finestra tra febbraio e marzo dove coinvolgiamo ragazze e ragazzi: per esempio quest’anno abbiamo sfiorato 80.000 studenti da tutte e 20 le regioni italiane, con un autentico programma educativo basato proprio sui temi dell’agenda 20-30 dell’educazione civica. Nel corso di questi eventi riscontriamo un’incredibile affluenza di giovani che vanno dai tre anni fino ad arrivare ai ragazzi delle superiori, ai quali cerchiamo di trasmettere, attraverso il cinema, temi che riteniamo urgenti, che parlino di loro e che lo fanno con un linguaggio e una delicatezza adatta ad ogni età.
Il Festival propone inoltre molte attività parallele come Cactus Edu e Cactus Lab che promuovono aggregazione ed educazione alla visone. Quanto ritiene sia importante promuovere queste esperienze?
Per noi sono estremamente importanti e viaggiano in parallelo. La parte Edu dedicata alle scuole è il progetto più grande a livello di numeri che noi gestiamo. Essa è propedeutica non solo alla visione del nostro Festival, ma in generale a qualsiasi approccio con l’audiovisivo, che sia cinema, che sia televisione, che sia serialità, che sia il social network. Attraverso questo evento cerchiamo di creare una postura davanti agli schermi — del cinema o del cellulare — in maniera critica, tale da porsi delle domande su quello che si sta guardando, cercare di affinare il gusto, di conoscere la grammatica, di conoscere la struttura, per poter così scegliere e guardare in maniera consapevole quello che ognuno dei ragazzi riterrà più giusto e corretto vedere.
La parte laboratoriale — e ne abbiamo tante, sia durante il Festival che durante l’anno — ci permette di toccare con mano questa componente più di “bottega”, con la quale i bambini, i ragazzi, ma anche i giovani adulti possano esprimersi in maniera concreta: quindi l’esperienza di girare un corto, sperimentare con l’animazione, fare critica cinematografica, et cetera.
Questi tre blocchi, Edu, Festival e Lab, costituiscono quello che è l’universo Cactus, che è un ecosistema complesso costituito da tante realtà, da tante persone, perché questo lo facciamo grazie a tutta una rete di barre istituzionali e di professioniste e professionisti del cinema, per cercare di creare un’offerta il più completa possibile, dove il cinema — ma più in generale le storie — sono poste al centro.
Nel programma sono presenti anche numerose retrospettive che vanno da John Landis a Zemekis, passando per Verdone e Aldo, Giovanni e Giacomo. Quale idea ha accompagnato la scelta di questi autori?
L’idea è quella di far scoprire o riscoprire i film che hanno fatto la storia del cinema. Oltre agli autori che ha citato abbiamo infatti anche affrontato il Cinema Muto, quindi anche tutto l’esordio del cinema, con figure come Buster Keaton, Charlie Chaplin, Méliès, cercando veramente di poter presentare e attualizzare anche opere che arrivano da lontano a livello temporale.
Restando sugli autori più recenti, la visione da cui è nato tutto questo era soprattutto quella di permettere a chi è stato bambino negli anni Settanta, Ottanta o nei primi anni Novanta, e che è cresciuto e si è formato con quei film e quelle storie, di poterli rivivere oggi, a distanza di 30 o 40 anni. L’idea era quella di condividere nuovamente quell’esperienza con i propri figli, nipoti o con i bambini di oggi, creando un ponte tra generazioni e trasmettendo un momento che è stato significativo nella propria crescita. E questo è un meccanismo di amarcord che funziona molto bene, oltre che da un punto di vista poi prettamente curatoriale, ci permette appunto di presentare opere veramente straordinarie.
È un pensiero comune che oggi in Italia la sala cinematografica stia attraversando un momento davvero complesso, con il pubblico non più così legato all’idea di cinema come luogo fisico, ma come dimensione domestica e virtuale. Come ha risposto il Festival a questa crisi del settore?
Il cinema inteso come esercizio cinematografico, ossia la sala con la programmazione tradizionale e il sistema del biglietto, sta attraversando una fase di profonda crisi. Si tratta di una tendenza che va ben oltre il Festival: è un fenomeno più ampio che riguarda l’intero settore e che, come giustamente osservava lei, sta incidendo in modo significativo sul mercato cinematografico.
Credo che questa situazione sia dovuta sia agli elevati costi dei biglietti, legati inevitabilmente agli alti costi di gestione delle sale, sia al fatto che oggi, soprattutto dopo l’accelerazione impressa dalla pandemia del Covid, abbiamo la possibilità di vedere praticamente qualsiasi contenuto da casa, in qualsiasi momento e a prezzi molto bassi. Però la gente, nel momento in cui si crea un evento, quindi un motivo forte per riunirsi di nuovo in una sala, o come nel caso nostro, in una piazza sotto un cielo stellato, ha ancora voglia di farlo ed emozionarsi. Diverso è il caso della programmazione ordinaria delle sale, che fatica maggiormente ad attrarre spettatori, fatta eccezione per l’uscita dei grandi film o dei cosiddetti blockbuster, che continuano a rappresentare momenti di forte richiamo. Andare al cinema non rappresenta più un’abitudine quotidiana come poteva esserlo fino a una decina di anni fa.
Tuttavia, quando si riesce a creare un’occasione speciale, un evento percepito come unico e irripetibile, il pubblico continua a rispondere positivamente. Questo vale non solo per il nostro Festival, ma più in generale per i festival cinematografici, che in Italia e all’estero registrano generalmente un buon successo di pubblico. Tuttavia, la tendenza è piuttosto evidente. Anche i dati raccolti dall’AFIC, di cui facciamo parte in quanto aderenti alla Rete Nazionale Dei Festival Cinematografici, mostrano che, a partire dalla pandemia, i festival italiani hanno registrato un significativo incremento del pubblico. Al contrario i cinema e gli esercenti hanno visto ridurrsi progressivamente l’affluenza, perché la gente appunto nel momento in cui si propone un’idea diversa, un’idea curatoriale, un’idea completa, che non sia solo la visione del film, allora risponde.