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Cyro Rossi: “L’autenticità è l’unica strada che conosco”
Cyro Rossi tra cinema e teatro
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3 ore agoon
C’è una parola che torna spesso nelle risposte di Cyro Rossi: autenticità. È quella che ricerca nei personaggi che interpreta, nelle storie che sceglie di raccontare come regista e nel rapporto che costruisce con i suoi allievi. Un percorso artistico fatto di curiosità, studio e attenzione verso le sfumature dell’animo umano, che oggi lo porta sul grande schermo con Il Grande Boccia, il film di Karen Di Porto dedicato a un uomo che continua a inseguire il proprio sogno contro ogni previsione. Con lui abbiamo parlato di cinema, teatro, regia e di quella tenacia che spesso distingue chi si ferma da chi continua a provarci.
Il Grande Boccia racconta la storia di un uomo considerato il peggior regista del cinema italiano. Guardando il film si percepisce una certa tenerezza verso chi continua a inseguire il proprio sogno. Cosa l’ha colpita di più di questa storia?
Mi ha colpito subito il fatto che fosse un film nel film e che raccontasse una storia diversa dal solito. Siamo abituati a vedere protagonisti vincenti, figure eroiche che riescono a raggiungere i propri obiettivi. Qui, invece, si racconta il percorso di un uomo che continua a provarci nonostante gli ostacoli e le sconfitte. Trovo sempre interessante dare spazio a chi resta ai margini, a chi fatica più degli altri ma non smette di credere in ciò che ama. In fondo, inseguire un sogno è già di per sé un atto di coraggio, soprattutto quando le difficoltà sembrano avere sempre il sopravvento.
Nel film lei interpreta Fusco, uno dei membri della troupe di Tanio Boccia. Che personaggio è?
Fusco è un personaggio molto interessante perché vive costantemente sospeso tra ambizione e ingenuità. Cerca di mantenere una certa professionalità all’interno di una troupe improvvisata e spesso si ritrova a proporre idee e soluzioni con grande convinzione. Ha un lato autorevole, ma anche una fragilità che emerge gradualmente nel corso del film. Credo che Karen Di Porto abbia colto proprio questo aspetto: dietro l’apparente sicurezza si nasconde una persona molto più delicata di quanto sembri. Mi sono divertito molto a interpretarlo perché è un personaggio pieno di sfumature. Sa essere serio, ironico, determinato e, allo stesso tempo, vulnerabile.
Quanto c’è di lei in Fusco?
Credo che in ogni personaggio finisca inevitabilmente qualcosa di noi. Non esistono interpretazioni completamente distaccate dalla propria esperienza personale. Per costruire Fusco ho attinto alla mia sensibilità, a emozioni e aspetti del mio carattere che mi hanno aiutato a comprenderlo più a fondo. Poi, naturalmente, il personaggio prende una strada propria e diventa qualcosa di diverso da te. È proprio questa la sfida del lavoro dell’attore: partire da sé stessi per dare vita a qualcuno che, in fondo, non ti appartiene.
C’è un aneddoto che ricorda con particolare piacere di questo set?
Più che un episodio preciso, ricordo l’atmosfera che si era creata sul set. Durante le lunghe pause tra una ripresa e l’altra ci ritrovavamo spesso a chiacchierare, scherzare e confrontarci. Si respirava un clima sereno, in cui si lavorava con leggerezza ma anche con grande professionalità. L’aspetto più prezioso è stato poter lavorare accanto ad attori di grande esperienza. Osservarli al lavoro è stata una lezione continua. Mi hanno colpito soprattutto la loro umiltà e la disponibilità nei confronti dei colleghi. Spesso, una volta terminata la propria scena, un attore lascia il set. In questo caso accadeva esattamente il contrario: rimanevano lì, continuavano a dare le battute e a sostenere chi era davanti alla macchina da presa. È un gesto che può sembrare piccolo, ma che fa davvero la differenza, perché crea una sintonia autentica tra gli interpreti, una sintonia che poi arriva inevitabilmente anche allo spettatore. Nella commedia, poi, il ritmo è fondamentale. Anche i silenzi hanno un peso preciso e trovare il tempo giusto per valorizzarli richiede grande sensibilità.
Il film è diretto da Karen Di Porto, con cui aveva già lavorato in passato.
Sì, avevamo già collaborato in Maria per Roma, il suo primo lungometraggio. Anche quella fu un’esperienza molto positiva. Karen è una regista dotata di grande sensibilità, determinazione e visione. Ha uno sguardo molto personale e sa esattamente cosa vuole ottenere. Sul set trasmette energia e sicurezza, qualità fondamentali per chi dirige un film. Lavorare con lei è stato nuovamente un piacere.
Pensando invece alle produzioni internazionali, lei ha lavorato in Diavoli. Cosa ha portato con sé da quell’esperienza?
Ogni esperienza lascia qualcosa, soprattutto quando si lavora in contesti di alto livello. Di Diavoli ricordo con piacere Alessandro Borghi. Mi ha colpito la sua naturalezza, il modo estremamente spontaneo con cui vive il lavoro e il rapporto con gli altri. Credo molto nell’importanza delle relazioni umane. Un set funziona davvero quando si crea fiducia tra le persone, e questo vale tanto quanto la preparazione tecnica. In generale, ogni progetto rappresenta un’occasione di crescita. Il cinema cambia continuamente, così come il linguaggio e il modo di recitare. Per questo sento la necessità di continuare a studiare, osservare e mettermi in discussione. È una ricerca che non finisce mai.
I suoi cortometraggi affrontano temi sociali molto forti. Da dove nasce l’esigenza di raccontare storie che interrogano la coscienza collettiva?
Nasce dall’osservazione della realtà. Ci sono tante situazioni che vedo intorno a me e che, troppo spesso, non trovano spazio nel racconto pubblico. Come artista, ma prima ancora come persona, sento l’esigenza di dare voce a ciò che resta ai margini, a storie che meritano di essere ascoltate. È anche per questo che Il Grande Boccia mi ha colpito fin da subito: racconta un uomo considerato un perdente, ma mosso da una determinazione fuori dal comune. Mi interessano i personaggi che continuano a lottare, anche quando tutto sembra remare contro di loro. Leggo molto e sono proprio i libri, le storie vere e le vicende umane a suggerirmi nuove idee. Mi affascina tutto ciò che riesce a raccontare la complessità della società senza cedere a semplificazioni o facili schematismi.
Tra i suoi progetti più recenti c’è anche un cortometraggio italo-francese ispirato a una storia vera.
È un progetto che avevo momentaneamente accantonato, perché negli ultimi anni mi sono dedicato soprattutto al teatro. Poi, quasi per caso, ho incontrato un montatore e abbiamo deciso di riprendere il lavoro. Lo abbiamo portato a termine e oggi sono molto soddisfatto del risultato. In questo momento sto lavorando alla parte musicale, un elemento fondamentale per restituire l’atmosfera del film. Si tratta di un cortometraggio italo-francese ispirato a una storia vera, che affronta temi sociali importanti come il razzismo e le difficoltà dell’integrazione. È un racconto duro, ma profondamente umano, che prova a restituire tutta la complessità di queste realtà senza cadere nella retorica. Non voglio anticipare troppo, ma credo possa essere una storia capace di far riflettere.
Lei è attore, regista e insegnante. Quale di queste tre dimensioni la mette maggiormente in discussione?
Probabilmente tutte, anche se in modo diverso. L’insegnamento mi restituisce una gratificazione immediata. Vedere un ragazzo crescere, acquisire consapevolezza e scoprire nuove capacità è qualcosa di straordinario. Lavoro con giovani che spesso sorprendono per sensibilità e profondità. Alcuni leggono Montale, Shakespeare o Leopardi a quattordici anni e possiedono una curiosità rara. Nel mio lavoro di docente porto tutto ciò che ho studiato negli anni: dal Metodo Strasberg alla bioenergetica di Alexander Lowen. Cerco di trasmettere strumenti concreti, ma soprattutto un approccio autentico alla recitazione. Se però devo scegliere l’ambito che mi espone di più, direi la regia. Quando dirigi un film o un cortometraggio metti in gioco le tue idee, la tua visione, il tuo modo di interpretare il mondo. Ti assumi il rischio del fallimento in prima persona. Ed è proprio questo aspetto a renderlo affascinante. Ogni volta ti chiedi se funzionerà, se riuscirai a comunicare ciò che hai immaginato. È una tensione creativa che fa parte del percorso. Del resto, spesso si impara più dagli errori che dai successi.
Quanto è importante il teatro nella sua vita?
Il teatro è fondamentale. Mi accompagna da sempre e continua a essere uno spazio di libertà creativa straordinario. A differenza del cinema, permette di realizzare progetti in tempi più rapidi e con risorse più contenute. Spesso parto da libri che amo particolarmente, li adatto, li riscrivo e li porto in scena. Ma ciò che rende il teatro unico è il rapporto diretto con il pubblico. Ogni replica è diversa e ogni sera si crea uno scambio irripetibile. Ho diversi spettacoli in programma nei prossimi mesi e sono molto felice di tornare sul palco. È un linguaggio differente rispetto al cinema, ma cerco sempre di mantenere lo stesso principio: la ricerca della verità. Non amo una recitazione troppo costruita o artificiale. Mi interessa portare in scena qualcosa di autentico, che arrivi alle persone in modo sincero. Il cinema richiede mezzi importanti e il contributo di molti professionisti. Il teatro, invece, consente una maggiore immediatezza. Ma alla fine ciò che conta davvero sono sempre le idee, la qualità della scrittura e delle interpretazioni. Il Grande Boccia, da questo punto di vista, è una dimostrazione perfetta: non servono necessariamente grandi mezzi per realizzare un film efficace. Servono una buona storia, uno sguardo preciso e persone capaci di mettersi al servizio del racconto.