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‘Vice is broke’ – Il documentario inchiesta sull’ascesa e declino di Vice

Eddie Huang ripercorre la vita e la morte del magazine canadese Vice

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Vice is broke è un brillante documentario inchiesta dai toni pop che mette in luce essenzialmente tre cose: sia l’ascesa e che la dissoluzione del magazine canadese, sia, intrinsicamente connesso, il rapporto di Eddie Huang, autore poliedrico, con la rivista.

Il documentario si apre sin dalle prime scene introducendo magistralmente questi tre argomenti, l’ascesa, la dissoluzione e il rapporto interno.

E il documentario, seguendo l’estetica urban e trasgressiva del magazine Vice, assume i toni pop alternativi coerenti. Esemplare la scelta di intervistare diversi membri, o ex membri, della rivista in ogni luogo possibile immaginabile. Dalla sala Mahjong con due uomini asiatici che giocano agli aperitivi in strada con le persone che passano davanti all’inquadratura. Insomma, da un punto di vista stilistico svariate scelte (fotografiche,registiche, di montaggio, sonore, di scrittura…) sono immacolate, impressionanti nel loro contemporaneamente essere di grande intrattenimento, originali e accattivanti.

L’obiettivo è chiaro, Eddie Huang, ex membro di Vice, vuole rimettere in piedi la storia del magazine attraverso le parole di chi ne componeva il complesso mosaico e, nel mentre, criticare ciò che gli appare errato e raccontare il suo rapporto agrodolce con la rivista canadese.

L’aspetto produttivo

Difficile non aver mai visto almeno una copertina Vice in vita propria, fotografie pregne di quell’esplicita volontà di essere trasgressivi, controcorrente, anticonformisti. Come accennato in precedenza il documentario esemplifica bene l’aspetto urban e la cura verso l’estetica che la rivista ha sempre avuto. Ma ciò che viene rivelato solo nella parte finale, e che funge da motore narrativo, ovvero il motivo per cui nasce questo documentario, è il principio cardine.

Eddie Huang ha girato questo documentario che scava a ritroso nella vita di Vice per il semplice fatto che la compagnia doveva all’autore ancora diverse centinaia di migliaia di dollari. E la mossa produttivamente strategica è stata firmare una liberatoria che permetteva all’autore la libertà di parola, in modo da risanare i debiti. Il documentario, grazie a ciò, è dunque un modo per mettere in luce le dinamiche interne di un colosso che un tempo era valutato per 5,7 miliardi di dollari. E che è finito, in poco tempo, ad avere debiti enormi verso i propri stessi collaboratori, dipendenti e ospiti.

E ciò che emerge, alla fine della visione, è la rivalsa di una persona che ha trovato un modo di contrattare da creditore.

L’arma dello stile

C’è un dettaglio che salta subito all’occhio durante la visione: Huang usa esattamente lo stesso linguaggio visivo di Vice per raccontarne la fine. Prende in prestito tutti quegli elementi che hanno fatto la fortuna del magazine – la telecamera sempre in movimento, l’approccio diretto e senza filtri, il reportage vissuto in prima persona – e li rivolta contro l’azienda. A tratti sembra quasi di guardare un classico video targato Vice, ma stavolta il bersaglio sono i vertici stessi.

Non si tratta di una semplice scelta estetica, ma di una critica netta. Serve a far emergere il paradosso di un’azienda che si vendeva al mondo come paladina dell’anticonformismo, ma che dietro le quinte seguiva logiche aziendali spietate. Huang ha capito che per far funzionare il racconto non poteva usare interviste ingessate o uffici eleganti. Doveva stare in mezzo alla strada, chiacchierare nei locali, mantenere un clima informale e grezzo. Proprio come faceva quando era lui stesso un volto del brand.

Così, Vice is broke viaggia su due binari. Da un lato fa vedere in modo chiaro come un gigante dei media si sia sgretolato per via di scelte scellerate e cattiva gestione. Dall’altro, ridà voce a tutte quelle persone, dai semplici dipendenti ai creativi, che avevano costruito il successo della piattaforma e che alla fine sono state lasciate per strada senza tutele. Il risultato è un ritratto dritto al punto, che toglie la maschera al magazine e fa capire come, alla fine, anche la trasgressione fosse diventata solo un prodotto da monetizzare.

 

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