È in concorso al Cactus International Film Festival,Honey, film scritto e diretto da Natasha Arthy, regista e sceneggiatrice danese, già premiata in ambito internazionale per i suoi lavori cinematografici e televisivi.
Un teen movie spumeggiante e divertente, capace di toccare l’animo di grandi e piccini, con una particolare sensibilità ai temi sociali.
Honey: una scoperta inattesa
Honey ha tredici anni, un’energia travolgente e un talento speciale per la musica. La sua vita non è semplice, tra responsabilità familiari, emozioni intense e una sorella disabile da accudire. La madre è troppo occupata con il lavoro e il padre ha problemi con la legge. Così Honey sacrifica il suo talento musicale per gestire le faccende domestiche. Ma un giorno scopre che suo nonno, creduto morto, è vivo… tutto cambia.
Un film per tutti
Liberamente tratto dal romanzo Hest Hest Tiger Tiger, scritto da Mette Eike Neerlin, Honey è un film con protagonista una ragazza che si sente sola, con troppe responsabilità. La regista e sceneggiatrice Natasha Arthy, conosciuta in Danimarca per una spiccata sensibilità ai temi sociali, spesso affrontati in film di genere, adatti al grande pubblico, usa uno stile dinamico per mostrare una storia, purtroppo, non molto distante dalla realtà.
Honey è una ragazza, poco più che bambina, che ha una vita per nulla spensierata. Cresciuta troppo in fretta, la vita per lei non è stata certo generosa e invece di divertirsi con gli amici, è costretta a occuparsi del bucato, della spesa e di sua sorella, perché la madre si arrabatta tra due lavori, mentre il padre, una specie di Robin Hood dei giorni nostri, non ha un vero lavoro e sbarca il lunario smerciando tabacco tutto matto per donare felicità al mondo intero.
Così Honey non ha tempo per dedicarsi alla sua vera e unica passione, la musica, ma appena può, si isola dal mondo e suona l’ukulele, ereditato da suo nonno morto prima che lei venisse al mondo.
“La storia è per tutti, ma spero di raggiungere i bambini che si sentono soli, che non hanno un adulto forte accanto e che si sentono invisibili”.
La ricerca delle radici
Sono le parole della regista Natasha Arthy, che illustrano dettagliatamente l’intento del suo lavoro. Non ci sono dubbi che Honey sia un film destinato a un pubblico di teenager e ciò è chiaro già quando scorrono i titoli di testa, che appaiono sullo sfondo di un tipico foglio da quaderno. Ma il lungometraggio può trovare una facile sponda anche per gli adulti: per quelle mamme troppo impegnate con il lavoro, finendo per trascurare i figli e per i padri rimasti adolescenti, assumendo il ruolo di compagni di gioco.
Nonostante ciò i giovanissimi restano i destinatari privilegiati di una storia semplice e quotidiana. Al centro di tutto la simpatica Honey. Natasha Arthy è abilissima in veste di sceneggiatrice e in maniera immediata descrive il microcosmo della protagonista del suo film, che si estende tra casa e scuola.
È qui che Honey arriva come nuova studentessa, mentre si sta preparando un progetto sull’albero genealogico, un’idea non certo originale, ma fondamentale per trovare il punto di svolta della vicenda. Durante la ricerca Honey scopre che suo nonno non è morto, come dice la mamma, ma ricoverato in uno ospizio. Non c’è neanche il tempo per stupirsi per la scoperta che la tredicenne è lì per conoscere il suo misterioso nonno.
Uno spaccato della realtà
Così inizia l’avventura, tra scontro e incontro con il burbero anziano che ha molto da farsi perdonare. Honey trova il suo rifugio, una persona che comprende davvero le sue esigenze e che, finalmente, le fornisce gli stimoli per uscire dal cono d’ombra e salire sul palco con la sua musica.
Quella di Honey è una ricerca frizzante, a volte amara, verso le sue radici. È un fare i conti con un trascorso, non creato da lei, ma dove è l’unica ad avere il coraggio di affrontare gli sbagli altrui, per risultare, alla fine della storia, l’unica responsabile del proprio destino.
Con questa vicenda, la regista danese porta sul grande schermo uno spaccato della realtà, un vissuto emergenziale che si ripete in ogni angolo del mondo, con protagonista una ragazza, poco più che bambina, a cui è stato negato il diritto alla leggerezza e alla spensieratezza.
Honey: l’amore atipico di un nonno
Il tutto avviene con un stile di regia dinamico e un montaggio incalzante. Ma quello che colpisce particolarmente è la scrittura del film, non tanto per la successione dei blocchi narrativi, sostanzialmente prevedibili, ma per la caratterizzazione dei personaggi, simile al cinema d’animazione.
Il tutto è focalizzato sulla giovanissima protagonista, la sola, ma non del tutto, tratteggiata in maniera minuziosa. La mamma, per esempio, è semplicemente abbozzata, come la sorella e i compagni di scuola, insieme all’insegnate. Discorso a parte, invece, il padre, a cui è dedicato un minimo di approfondimento, un arricchimento concesso, perché il simpatico Robin Hood, con il vizio della marijuana, è anch’egli un adolescente, anche se nel corpo di un adulto.
Le cose cambiano con il nonno di Honey, questo accigliato e malvagio uomo, emerso dal passato, che diventa uno strumento fondamentale per giungere all’esito finale di una favola contemporanea, dove tutti vissero felice e contenti, ma con più di una lacrima versata.