Ischia Film Festival
‘Ambush’: viaggi spirituali alla luce del crepuscolo
Opera seconda di Yassmina Karajah all’Ischia Film Festival
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4 ore agoon
Ambush giunge alla ventiquattresima edizione dell’Ischia Film Festival con tutte le caratteristiche del tipico candidato “underdog”: opera seconda, priva di interpreti noti e di premiazioni rilevanti nel circuito festivaliero. Eppure, basta osservare i primi secondi di questo cortometraggio per intuire cosa abbia portato Yassmina Karajah, regista della pellicola, a figurare tra i migliori cineasti emergenti del Canada dopo la realizzazione di due soli film.
Ambush | Chi ben comincia…
Nell’incipit, un punto di vista privilegiato permette allo spettatore di osservare dall’alto l’interno di una camionetta che trasporta dei manichini ammassati uno sopra l’altro. Tempo qualche istante e comincia una successione di panoramiche a schiaffo che mostrano freneticamente gli angoli più chiassosi e illuminati dei quartieri di Amman, sotto le note di un brano techno in cassa dritta. La sequenza finisce con la rivelazione del luogo da cui proviene la musica: un piccolo club delimitato da tendoni in plastica, al quale la camera si avvicina con una carrellata in avanti che riprende, in primo piano, dei ragazzi rivolti verso la discoteca, di spalle rispetto all’obiettivo.
Tramite l’accostamento di una manciata di idee, Ambush ha già detto tutto nei suoi primi frame di vita. Dopo questo inizio, la trama si dipana seguendo due esistenze sconnesse tra loro, ovvero quella di Jana (Sereen Khass), giovane cliente del club appena uscita dal tunnel della dipendenza, e quella di Hasan (Emad Al Kobari), uno degli osservatori esterni in attesa di vedere una persona che, per qualche motivo, tarda ad arrivare.
Le proiezioni dell’ultimo Figari International Short Film Fest rivelano un’inequivocabile similarità nell’intreccio con Linea Parallela di Blanca Passaro, produzione in concorso per la sezione “National”. Emerge dunque in maniera ancora più evidente, nel lavoro di Yassmina Karajah, la capacità di usare una struttura narrativa blasonata e riconoscibile, conferendole tuttavia tre elementi necessari a renderla unica e personale: un ritmo preciso, una visione registica e, soprattutto, un domanda che convinca l’audience a tenere gli occhi aperti.
Una morale avvolta nel silenzio
Il quesito, naturalmente, può assumere varie forme. Cos’hanno in comune questi due sconosciuti? Perché il montaggio dialettico di Abdallah Sada li associa a certi specifici riquadri? A quale scopo entrambi, quand’anche appaiano sullo schermo in compagnia di amici e conoscenti, risultano così soli?
Purtroppo o per fortuna, quello che Ambush intende fare è generare migliaia di questioni irrisolte e lasciare che sia la sala a fornire altrettante risposte. Difatti, l’invito che il cortometraggio le rivolge è di essere parte attiva e funzionale al racconto, di fare attenzione alle infinite sottigliezze che colorano le identità di Jana e Hasan e di sfruttare l’estrema cura fotografica, attoriale e drammaturgica che la pellicola mette in scena per farsi esaminare.
Altrettanto vero è che i percorsi dei due protagonisti danno l’impressione di seguire strade definite a priori in virtù di un’elaborata ricerca immaginifica, come se i loro archi di trasformazione fungessero da pretesto per muoverli in direzione delle inquadrature pianificate al millimetro da Farhad Ghaderi. Al contempo, il film rimane verosimile nelle azioni compiute dai personaggi, a prova del talento della regista nel plasmare la realtà per i propri fini estetici senza travisarla o vanificando il suo valore.
Elementi stilistici
Yassmina Karajah, grazie ad Ambush, rientra ufficialmente nel gruppo di cineasti contemporanei che adottano il realismo nella sua accezione più sensoriale che fisica, una corrente cinematografica che ne vede fondatori i fratelli Safdie, menti filmiche dietro ai recenti The Smashing Machine e Marty Supreme. Le frequenti panoramiche a schiaffo servono proprio a esprimere la percezione di smarrimento che accomuna Sereen Khass ed Emad al Kobari, in costante balia di eventi frammentari e dispersivi.
Di conseguenza, dal momento in cui per questo motivo la scansione dei tempi viene meno, si assiste negli ultimi minuti a un’improvvisa dilatazione in termini di durata e spazialità degli avvenimenti. Come la luce del giorno cade sugli abitanti della capitale giordana, i corpi stremati dalla nottata di Jana e Hasan giungono a una sorta di quiete, regalando all’Ischia Film Festival 2026 uno degli epiloghi più belli dell’annata.
Una simile atmosfera carica di etereità non sarebbe poi raggiungibile in mancanza del fondamentale apporto sonoro, cioè della peculiare alternanza tra il sound design di Janis Ahnert e della colonna sonora di Alec Hanham. Dove il primo isola ed enfatizza i gesti particolari che altrimenti rimarrebbero di irrilevanti, la seconda sorregge e trascina l’andamento generale di una specie di favola musicale, spostandosi continuamente tra diverse tensioni quali diegetico ed extradiegetico, sottofondo e soggetto principe, moderno e tradizionale.
La forza nascosta dell’autorialità
Volendo sottolineare una volta per tutte la grandiosità di Ambush, occorre fare una precisione. Nonostante i necessari innesti al progetto del montaggio di Abdallah Sada, della fotografia di Farhad Ghaderi e della componente audio di Janis Ahnert e Alec Hanham facciano pensare il contrario, il cortometraggio funziona soprattutto per merito dell’impronta autoriale che la regista ha riposto in esso.
Verrebbe spontaneo ragionare in altro modo, poiché a volte le persone cadono nello stereotipo dell’autore-genio visionario che necessita di indipendenza tanto nella tecnica quanto nell’inventiva, mentre l’autore di cinema, ecosistema che prevede in partenza la collaborazione di numerosi individui, spesso e volentieri opera scegliendo dei collaboratori, decidendo di avere fiducia in essi e traendo profitto dalle loro massime potenzialità.
In definitiva, non sono le apparenze dell’opera che la associano alla cineasta, ma la volontà di quest’ultima di raccontare due anime in subbuglio a causa della solitudine, del trauma e della sensazione di venire intrappolati dalla notte cittadina; la stessa volontà che ha reso necessario tradurre il pensiero di Yassmina Karajah nella resa formale più alta possibile.