CORTOCIRCUITO

‘The Frog’: quando la colpa diventa identità

The Frog intreccia passato e presente nella storia di Tommaso, un uomo ancora prigioniero di un trauma infantile e di un senso di colpa che ha finito per definire la sua identità. Un cortometraggio intenso sul peso dei giudizi e sulla possibilità del perdono.

Published

on

The Frog di Simone Paggetti arriva al Festival di cortometraggi Corto Circuito, a Milano. La storia, anzi le storie, di Tommaso, con un intreccio temporale, tra infanzia ed età adulta, carico di ansia e inquietudine. Il Tommaso presente e quel suo passato, talmente ingombrante da lasciarlo aggrappato ancora a fantasmi, traumi e giudizi che sembrano essersi impossessati della sua identità.

Leggi tutti gli articoli, le recensioni e le interviste dei Festival su Taxi Drivers.

L’origine della colpa

Una vecchia ripresa, un uomo di spalle, una cameretta claustrofobica ed una luce soffusa. Un vero e proprio interrogatorio ad un bambino, Tommaso. Il tono inquisitorio dello psichiatra, le urla e l’inizio di tutti quei fantasmi, di quel senso di colpa per questo presunto incidente su cui il corto non dà inizialmente alcuna informazione. Non spiega quel che è successo, ci accompagna, ci mostra e ci spinge a farci delle domande. Inevitabilmente, perché non guarda tanto a quel che è successo ma alle sue conseguenze: non vuole spingere anche noi a colpevolizzare quel bambino.

L’intreccio temporale è funzionale per capire da dove sono nati sospetti, ansie e tutti quei traumi irrisolti che lo stesso Tommaso adulto non ha ancora davvero affrontato. Quelle urla, quelle domande, riecheggiano ancora nella sua mente, come se stessero ancora instillando in lui quella colpa di cui ancora non sappiamo niente. Perché quell’interrogatorio non è solo un evento passato, ma il momento stesso in cui viene plasmata l’identità che Tommaso si sta ancora trascinando nell’età adulta.

Una scena di The Frog

La regia che costruisce emozione 

Simone Poggetti con la sua regia, insieme ad ogni reparto tecnico di The Frog, ci invitano ad immedesimarci nell’esperienza di Tommaso, nelle sue emozioni, nelle sue inquietudini.

Un’ambientazione opprimente, luci soffuse negli interni, luci naturali negli esterni che non sembrano avere la meglio sulla penombra che domina la scena. Lo stesso paesaggio di montagna, grazie alla fotografia, sembra non lasciare alcuna via di fuga, contribuendo all’animo cupo e asfissiante del corto.

La regia ed il montaggio poi, alternano le due linee temporali in modo frenetico e preciso al tempo stesso. Tutto ciò che contribuisce alla resa scenica sembra nascere dalle inquietudini del protagonista. Così facendo, non raccontano le sue ansie, ma ci permettono di viverle in prima persona, trasmettendoci visivamente quel che lui attraversa interiormente.

Una scena di The Frog

Il coraggio di guardare i fantasmi

Tommaso, dunque, è stato coinvolto in un incidente nello stagno. Un incidente in cui purtroppo sua madre ha perso la vita. Un primo evento traumatico che però viene oscurato del tutto da ciò che ne è seguito: paure, sospetti, giudizi e quell’inevitabile senso di colpa. Viene rinchiuso in quella colpa claustrofobica, senza alcuna uscita su un’eventuale innocenza o perdono.

Da lì, l’incontro con Aurora, la sua migliore amica d’infanzia, un’amicizia interrotta a seguito dell’incidente ma che rientra nella vita di Tommaso in punta di piedi. Un incontro che porterà a quelle parole dall’effetto dirompente: “Non è stata colpa tua”. Cinque parole che sembrano aprire una breccia in quella muraglia soffocante che gli era stata costruita intorno.

Un primo raggio di luce, che sblocca l’atmosfera, la colonna sonora e lo stesso Tommaso. Anche in questo caso il cambiamento interiore di Tommaso trova una traduzione visiva immediata. Ogni ansia e sospetto adesso sembrano sciogliersi come neve al sole, spingendolo finalmente, non più a convivere ma, ad affrontare tutti quei fantasmi. Anche questa scelta, non viene spiegata, ma tradotta in immagini con un vero tocco d’autore: lo stesso Tommaso, adulto, che travalica i confini del tempo, sconfina nell’intreccio temporale, per arrivare nella sua stessa cameretta.

Lì si siede, per guardare dritto negli occhi l’artefice di quell’interrogatorio. Meno di venti minuti che urlano al mondo intero quanto giudizi e sguardi possano congelare l’immagine che una persona ha di sé, e quanto poche parole, se dette dalla persona giusta, possano scongelare i traumi più resistenti.

Una scena di The Frog

Exit mobile version