Reviews

Wolfman

«”Wolfman” di Joe Johnston (Jurassic park III) non solo è un ottimo b-movie travestito da blockbuster, ma è di certo una delle più riuscite operazioni di restyling di un’icona filmica degli ultimi anni.»

Published

on

Lo si aspettava da tempo e, in un momento cinematografico denso di remake, soprattutto in campo horror, in qualche modo si era più portati ad essere prevenuti. Niente di più sbagliato, perché il Wolfman di Joe Johnston (Jurassic park III), interpretato e co-prodotto da Benicio Del Toro, non solo è un ottimo b-movie travestito da blockbuster, ma è di certo una delle più riuscite operazioni di restyling di un’icona filmica degli ultimi anni: un omaggio ancor più che un remake, un film ragionato ed elegante, che riesce ad arricchire rispettosamente l’originale di George Waggner del 1941, senza risultare eccessivo o posticcio.

Il lavoro di ricostruzione parte per mano degli sceneggiatori Andrew Kevin Walker e David Self che rielaborano la sceneggiatura di Curt Siodmak. Nel nuovo script acquista maggior rilievo la figura di sir John Talbot, padre del protagonista Lawrence, un personaggio di secondo piano nella versione originale, che qui assume un’importanza decisiva, oltre che un marcato carattere, grazie all’interpretazione di Anthony Hopkins (il Van Helsing del Dracula di Bram Stoker di Coppola).

Del Toro ci regala un Lawrence Talbot meno arrendevole di quello di Lon Chaney jr., anche se segnato da eventi più tragici, come l’aver assistito da piccolo alla terribile morte della madre, e ad aver passato anni in un manicomio, dove suo padre l’aveva rinchiuso. Da qui prende corpo un difficile rapporto padre-figlio, che farà da tappeto emozionale a tutto il film. Ritroviamo Lawrence adulto e attore teatrale affermato, che dall’America viene richiamato in Inghilterra da un’allarmate lettera in cui si annuncia la misteriosa scomparsa del fratello. Come nel film di Waggner, il ritorno a casa non porterà troppa fortuna al figliol prodigo, che sarà macchiato per sempre dalla maledizione della licantropia.

Wolfman propone un rispettoso rinnovo dal punto di vista visivo, attraverso le scenografie di Rick Heinrichs (già scenografo di Batman returns e Planet of the apes di Tim Burton), che riesce a ricostruire una Londra vittoriana e oscura senza cadere nell’eccessivamente gotico, e grazie anche alla creazione dell’Uomo Lupo, ad opera del mostro sacro Rick Baker, già premio Oscar per il miglior trucco con Un lupo mannaro americano a Londra (1981) di John Landis.

Il nuovo uomo lupo è un riuscito mix di trucco ed effetti digitali, che ricorda molto quello interpretato da Chaney, ma che allo stesso tempo riesce ad apparire più moderno e terrificante. Come già in Un lupo mannaro americano, Baker si impegna in una straordinaria sequenza di trasformazione, segnando un altro punto fermo nell’immaginario horror. Il film non si esenta neanche da gradevoli citazioni, come la perfetta ricostruzione del bastone col manico a testa di lupo di sir Talbot, già visto nel ’41, o le scene dove il licantropo semina il panico per le strade della Londra vittoriana, rievocando non poco le sequenze del film di Landis.

Luca Ruocco

Commenta
Exit mobile version