Premiato al Monte-Carlo Television Festival con la Ninfa di cristallo, Kurt Russell ha raccontato un po’ della sua carriera e delle sue esperienze, durante l’incontro con la stampa. Prima di scoprire cosa ha detto, ecco una curiosità circa il prestigioso premio, realizzato dal Maestro vetraio Giancarlo Signoretto: negli anni Novanta, mentre Russell era in vacanza a Murano con la famiglia, è finito proprio nella bottega di Signoretto, dove ha trovato alcuni souvenir da portare a casa con sè. Oggi, a distanza di più di trent’anni, l’attore ha ricevuto la Ninfa lavorata dallo stesso maestro del cui lavoro si era innamorato in passato.
Kurt Russell al Monte-Carlo Television Festival racconta l’emozione di lavorare con il figlio Wyatt
Come è stato per lei e suo figlio Wyatt interpretare lo stesso personaggio in Monarch?
«Wyatt e io abbiamo condiviso esperienze simili nella vita. Io ero un giocatore professionista di baseball e lui un giocatore professionista di hockey. Ho iniziato a lavorare come attore quando avevo 10 anni, quindi prima di iniziare con lo sport. Wyatt si dedicava solo all’hockey, ma poi il mio agente, che lo conosceva attraverso la famiglia e gli amici, gli ha detto “Quando hai finito con l’hockey, voglio parlarti di entrare in affari”. Lavorano insieme da 17 anni. E per me è stata una grande occasione poter interpretare lo stesso personaggio, oltre che una grande sfida. Non ci sono molti attori padre-figlio che lo hanno fatto, per questo non potevamo farcela sfuggire.»
Cosa pensa del fatto di essere protagonista in due grandi show di successo, Monarch e The Madison?
«Nella mia vita ho sempre lavorato e vissuto la mia vita. Ora sta accadendo una cosa unica. Monarch sta dominando tra i 40enni, mentre The Madison va più tra i trentenni. Così c’è questo range pazzesco. Di solito sono capace di predire come un film sta andando e andrà, guardandomi intorno, entro cinque o sei giorni. Quando queste serie sono uscite, sono diventate subito popolari ed è incredibile.»
Tra sfide da affrontare e l’incontro con Elvis Presley
Qual è la sfida più grande che ha affrontato nella sua vita?
«Beh, io parlerei di sfide quando hai 20.000 persone che ti guardano e la vittoria è in terza base, e davanti a te hai qualcuno che ti lancia una palla davvero difficile da colpire. Tutto il resto è allettante. Può essere preoccupante, ma che fa? Nessuno ci si fisserà a lungo. Per questo è interessante il discorso dello streaming. Comunque penso che la mia vita sia stata abbastanza semplice, nonostante abbia affrontato delle sfide come interpretare Elvis Presley. In quel caso tutti sapevano cosa stavo provando a fare. Mentre nessuno lo sa quando interpreti Snake Plissken (protagonista di Fuga da New York, ndr.) o Jack Burton di Grosso guaio a Chinatown. Lì sto inventando, divertendomi e sperando di creare un personaggio memorabile. Io posso fare solo ciò che voglio e sperare che piaccia. Nella mia carriera ho fatto tante cose diverse, per fortuna, grazie alla tv via cavo e ai DVD, le persone hanno trovato ciò che cercavano. E hanno fatto passaparola. Ecco, questa è stata una delle mie più grandi sfide.»
A proposito di Elvis, il suo primo film è stato proprio al suo fianco giusto?
«Credo fosse il 1962 e stavo facendo un provino per The Twilight Zone. Ho avuto il lavoro, ma mentre aspettavo il mio agente è arrivato un tipo, che mi ha detto di andare con lui. A quei tempi potevi ancora fare queste cose. Mi ha detto “voglio farti incontrare una persona”. Così sono sceso nella stanza e c’era un incontro, credo con il regista. Stava lavorando a un film con Elvis e ho avuto la parte. Così erano due lavori in un giorno solo. Era una piccola parte, ma è stato un momento meraviglioso.
Elvis era un grande.
Ovviamente ho usato ciò che ricordavo di lui per interpretarlo (in Elvis, il re del rock, ndr.) e tutti quelli che lo hanno fatto dopo di me hanno provato a imitarmi. E alla fine non ho più fatto The Twilight Zone, anche se mi sarebbe piaciuto.»
Kurt Russell spiega il successo di The Madison al Monte-Carlo Television Festival
Ciò che colpisce in The Madison è che, oltre al lutto e alla perdita, ci sono tanto amore e la ricerca della felicità.
«Lo show parla esattamente di questo. Taylor (Sheridan, ndr.) è un grande scrittore e Michelle (Pfeiffer, ndr.) è un’attrice solida. Se hai scene difficili da girare, o qualcosa di molto emozionante, che ti porti avanti da giorni, devi farlo. E lei ha fatto un lavoro così buono.»
Il personaggio di Michelle Pfeiffer affronta il dolore in un breve lasso di tempo. La vediamo parlare con il suo personaggio, come a cercare risposte alle sue domande.
«Credo che tutte le persone che amiamo restino nei nostri cuori, e magari possono darci delle risposte. Quando perdi qualcuno, è difficile. Ed è di questo che parla lo show ed è per questo che come esseri umani ci sentiamo coinvolti. Possiamo solo pregare che non capiti a noi. Ricordo quando mio padre stava morendo… Non l’ho mai raccontato pubblicamente. Avevamo un rapporto fantastico. Era una persona selvaggia, meravigliosa, ma anche molto intelligente.
Eravamo amici anche se era la persona che mi ha cresciuto.
Mi ricordo che mi chiese a cosa stessi pensando e io risposi “beh sono contento che non tocchi a me”. E lui “continua a pensarla così, avrai una grande vita“. E io voglio passare questo ai miei figli. Ma le reazioni cambiano a seconda delle persone. E credo che Taylor abbia scritto dei personaggi molto realistici.»
Quali sono i suoi prossimi progetti?
«Per ora sono felice di essere qui, e voglio vivermela giorno per giorno. Non vedo l’ora che arrivi la vacanza con la mia famiglia. Ci aspetta un bel mese.»
*Sono Sabrina, se volete leggere altri miei articoli cliccate qui.