Ischia Film Festival

‘The Mission’ del Gaza Collective: la resilienza oltre l’orrore

La verità affidata ai medici volontari a Gaza per mostrare gli orrori del genocidio palestinese

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Ottobre, Novembre, Dicembre. I mesi della terza missione umanitaria del dottore anglo-iracheno Mohammed Tahir sembrano volatilizzarsi e scorrere rapidissimi attraverso le inquadrature amatoriali realizzate dai suoi colleghi. La verità è che il tempo, a Gaza, è ormai relativo e inscindibile: le esplosioni, le sirene e il rumore dei droni sono ormai fardelli acufenici nelle orecchie e nelle menti di un popolo messo in ginocchio. In questo contesto disumano divenuto atemporale, il regista e produttore Mike Lerner decide di apportare una nuova consapevolezza mediatica attraverso il documentario The Mission (qui il trailer), realizzato dal Gaza Collective e presentato alla 24ª edizione dell’Ischia Film Festival nella categoria Location negata.

Dati, immagini, nomi, volti

Nato da una spontanea collaborazione suscitata dalla volontà del dottor Tahir, il documentario sfida i limiti del possibile attraverso una produzione e registrazione estremamente rischiose. Lo stesso Lerner, una volta appresa la notizia dell’impossibilità nel recarsi nella Striscia, decide di affidare per quattro mesi le riprese a due colleghi del medico, raccogliendo, a operazione conclusa, più di cento ore di girato. Il Gaza Collective pedina quindi il chirurgo in ogni suo spostamento, dal minivan che attraversa la costa da nord a sud, al tavolo operatorio, non risparmiando in nessuna occasione la cruda realtà dei fatti.

La pellicola ha una funzione dimostrativa visiva, traducendo in immagini i dati rilasciati periodicamente da enti come l’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani. Ogni dato ha un nome, ogni nome ha un volto: The Mission restituisce giustizia a tutti coloro il cui volto vuole essere cancellato dalla storia del nostro pianeta. Le immagini sono agghiaccianti, terrificanti e certamente non adatte a un pubblico sensibile a causa della totale mancanza di censura, ma è proprio questo ciò di cui si ha bisogno per smettere di ignorare il problema.

Il desiderio viscerale di (r)esistere

Secondo le analisi e le stime dell’Alto Commissariato, circa il 70% delle vittime rinvenute negli edifici residenziali è composto da donne e bambini: proprio su questi ultimi si centralizza il focus del documentario. Il lungometraggio si apre infatti con l’assistenza medico-chirurgica a quattro giovani, all’apparenza pre-adolescenti. Il verdetto del dottor Tahir è chiaro: nessuno di questi si salverà, non si può fare nulla. Ecco che già nei primi minuti veniamo investiti da un senso di impotenza disarmante, uno sconforto che, piano piano, inizia a trasformarsi in disperazione e senso di colpa. Sì, senso di colpa, perché noi spettatori da questo lato dello schermo siamo isolati nel nostro shock e nel nostro dolore, comprendendo forse per la prima volta cosa significa vivere, anche se in proporzione non paragonabile, l’isolamento mediatico e umanitario di chi prova ad agire invano in queste situazioni.

Seguiamo quindi i tentativi del chirurgo durante giornate infinite e turni stremanti senza luce o acqua corrente, vedendo però, nonostante tutto, una via d’uscita. Tahir mostra le brutali condizioni nelle quali è obbligato a operare, ma ciò non lo ferma: anzi, gli dà un motivo in più per continuare. Tema viscerale e parallelo a quello della resilienza è, infatti, proprio quello della fede: i pazienti hanno cieca fede in Allah e nel loro medico, che a sua volta trova nella devozione la forza motrice del proprio operato, portando alla creazione di una dimensione spirituale condivisa che riesce ad alleviare gli orrori e i dolori del conflitto.

Salvare una vita per salvare un popolo

“The ultimate act of resistance is to save someone’s life”

Mike Lerner per The New Arab, 2025

Durante la sua permanenza a Gaza, vediamo il dottore operare sia a nord che a sud del paese a seguito della diaspora verso la zona umanitaria di Al-Mawasi. Con a disposizione solamente quattro scatole piene di materiale medico, il chirurgo compie missioni interne al Paese finalizzate a stabilizzare la situazione ospedaliera nei territori più affollati, cercando in tutti i modi di aggirare le insensate e assurde imposizioni delle istituzioni sul razionamento degli aiuti umanitari.

Spedizione dopo spedizione vengono salvate più di 1.100 vite e vengono effettuate circa 300 operazioni d’urgenza, fino ad arrivare all’inaspettata e illusoriamente idilliaca tregua.

Il momentaneo cessate il fuoco infiamma di speranza i cuori dei palestinesi, celebrando euforicamente quello che ad oggi sappiamo essere un periodo di apparente e breve calma prima della tempesta. Il trauma di questo vissuto sarà per sempre fantasma nella vita del dottor Mohammed Tahir, ma le sue azioni, impresse ormai nelle retine di chi ha assistito alla sua testimonianza, rimarranno per sempre un estremo atto di resilienza oltre l’orrore.

 

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