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‘Rispet’: la tradizione oltre il mito idilliaco della montagna

Una tragedia in alta montagna

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Rispet (2023), opera prima della regista trentina Cecilia Bozza Wolf dopo un significativo passaggio in vari festival tra cui i Riviera Film Festival, il Gallio Film Festival e il Trento Film Festival, è oggi accessibile grazie a RaiPlay

Un piccolo villaggio di alta montagna

Lontano dai riflettori del turismo dolomitico e dalle narrazioni idilliache della vita d’alta quota, Rispet (termine dialettale per “rispetto”) scava nelle viscere di una comunità isolata, portando alla luce le dinamiche tossiche del controllo sociale, del pregiudizio e della violenza rurale. La regista firma un dramma rurale che non cerca la compassione dello spettatore, ma lo scaraventa dentro un microcosmo claustrofobico dove la tradizione non è un valore da preservare, ma una gabbia da cui è impossibile evadere.

La vicenda si sviluppa interamente in Val di Cembra, un territorio impervio, caratterizzato da boschi e faticosi terrazzamenti coltivati con le viti.

Il legame con la terra qui si trasforma facilmente in un’ossessione identitaria: ci vuole uno spiccato senso di appartenenza per perpetuare tradizioni che, con gli anni, sembrano aver perso il loro significato originario. Come scriveva Cesare Pavese,

«un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via»

ma per i giovani di Rispet l’orizzonte si ferma ai confini della valle. La comunità esige l’annullamento del singolo in favore del collettivo: la tradizione è più importante di ogni singola personalità che la compone, e chi non si adegua viene percepito come un ingranaggio difettoso da correggere o eliminare. Sottrarsi a questo meccanismo è impossibile.

La geografia del potere e il diverso

La vita sociale, politica ed economica del paese ruota attorno a un unico centro: il bar locale. È qui che si decidono le sorti della comunità, tra un bicchiere di vino e un coro. Il bar è il regno del signorotto locale soprannominato eufemisticamente “il Volpe” (Emanuele Montibeller). Il Volpe è l’incarnazione del potere patriarcale e conservatore; si appresta a diventare sindaco e l’intera comunità lo omaggia e lo saluta come il baluardo della tradizione contro le minacce del nuovo, del progresso e del “diverso”. Il Volpe ha un obiettivo chiaro: espandere i propri possedimenti, e per farlo ha messo gli occhi sui terreni della famiglia di Corvaz.

Corvaz (Alex Zancanella) è l’elemento perturbatore, il “diverso”. È un giovane schivo, dal fisico imponente ma dalla psiche fragile, che vive lavorando nella vigne del padre. Corvaz viene etichettato dal paese come il Mat, il matto. Su di lui pesa il trauma del suicidio della madre, avvenuto quando era ancora un bambino, e la convivenza con un padre anaffettivo, aspro e incapace di un briciolo di comprensione.

L’equilibrio precario del paese si spezza quando, una notte, una scultura in legno situata nella piazza viene decapitata. Per la comunità non servono indagini o prove: il colpevole non può che essere Corvaz. Il capro espiatorio è servito su un piatto d’argento.

Il codice etico della tradizione: la lingua e il controllo sociale

Rispet è interamente parlato in dialetto trentino della Val di Cembra, una lingua stretta, spigolosa e difficile. Questa scelta, unita all’utilizzo di attori non professionisti che interpretano personaggi che portano il loro stesso nome, conferisce all’opera un tono da realismo documentaristico.

Accanto e oltre la lingua vige il rigido e spietato sistema di regole etiche e sociali. Il rispet è inteso come l’obbligo di conformarsi all’opinione della comunità. In questa valle, il “rispetto” non è quindi sinonimo di tolleranza reciproca, bensì di sottomissione al giudizio dei vicini.

Ciò si declina, innanzitutto, nella totale e sistematica mancanza di privacy. In paese tutti sanno tutto di tutti; gli sguardi spiano da dietro le finestre, i pettegolezzi corrono rapidi sui banconi del bar. Chi coltiva segreti, chi manifesta desideri non allineati o chi semplicemente non si sente conforme è marchiato come pericoloso. È il destino di Corvaz, ma anche della giovane barista Mara o della ragazza punk del paese.

In questo contesto, la vergogna e il disonore pubblico sono i principali strumenti di repressione per dissuadere gli eccentrici. Inoltre, le strutture di controllo sono rigorosamente interne ed omertose: nessuno chiama le forze dell’ordine o le ambulanze. I panni sporchi si lavano, si puniscono e si nascondono rigorosamente in comunità.

La tragedia del “rispet”

Il dramma subisce un’accelerazione fatale quando Mara (Mara Paolazzi), la barista del locale nonché fidanzata del figlio del Volpe, comincia a mostrare un interesse profondo nei confronti di Corvaz. Mara vede oltre la maschera del “matto” e scorge la sofferenza di un ragazzo abusato dalla vita. Questo contatto tra due solitudini accende la miccia: per il paese, il legame tra la donna del figlio del capo e il reietto della valle è un affronto intollerabile, una violazione imperdonabile.

La tragedia è apparecchiata. Il racconto diventa una lenta, inesorabile discesa agli inferi, scandita da fraintendimenti orchestrati dal rancore, forzature sociali e piccole cattiverie quotidiane. L’esito è inevitabilmente uno solo.

La violenza comunque non esplode improvvisamente, ma cova sotto la cenere. Un bicchiere dopo l’altro l’alcol fa crescere la consapevolezza dei personaggi. Si cerca una catarsi ma la liberazione è impossibile La violenza rimane l’unico strumento comprensibile per dirimere le questioni: linciaggi morali, incendi dolosi, e “incidenti” orchestrati.

In questo universo non c’è spazio per la felicità anche dopo la caccia all’uomo e la vendetta finale, le relazioni umane rimangono inquinate e la serenità è un miraggio proibito.

L’occhio della regista: uno stile claustrofobico e ravvicinato

La regia di Cecilia Bozza Wolf è geometrica e asfissiante. La macchina da presa pedina i personaggi attraverso l’uso di piani ravvicinati e inquadrature in semisoggettiva. Lo spettatore sente il respiro affannoso dei protagonisti, il sudore della fatica, la puzza di fumo e di alcol del bar.

Panoramiche ed inquadrature larghe sono ridotte al minimo. Ci si muove ristretti e confinanti in cinque luoghi deputati: il bar (luogo del giudizio e dell’alcol), la casa e la vigna di Corvaz (luogo della solitudine e del lavoro), la piazza del paese (teatro della gogna pubblica), il bosco (spazio misterioso), il torrente (dove si ricorda la madre e si ritorna felici).

Tra tutti solo Corvaz ha la libertà (o la condanna) di attraversare tutti questi spazi, muovendosi come un animale selvatico dal bosco alla piazza. Gli altri abitanti del paese si muovono invece confinati in pochissimi ambienti, prigionieri della loro routine. Questo sapiente utilizzo degli spazi geometrici conferisce al film un senso di oppressione e anticipa visivamente l’evoluzione della tragedia in atto.

La verità oltre il mito della montagna

Alcune comunità montane locali non hanno gradito il ritratto aspro e privo di speranza che emerge da questa pellicola. Tuttavia, l’operazione di Cecilia Bozza Wolf non è un attacco gratuito alla gente di montagna, bensì uno studio generale sulle derive del provincialismo e della chiusura mentale, una sorta di As Bestas alpino.

Con la sua messa in scena rigorosa, cruda e priva di moralismi ipocriti, la regista ha centrato molte verità scomode. Rispet ci ricorda che quando il “rispetto” si trasforma in paura del diverso e in sottomissione al branco, la comunità cessa di essere un rifugio e si trasforma in un tribunale inquisitorio. Un’opera prima coraggiosa, potente e necessaria, che merita di essere scoperta e meditata.

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