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‘Liberté’: epoca sublime

La selva come dispositivo percettivo in cui dissolversi in una deriva sensoriale

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Nel cinema contemporaneo, dove l’immagine ha già oltrepassato la funzione rappresentativa e si muove come campo autonomo di percezione, Liberté (disponibile nel catalogo di MUBI) si apre come una selva epistemica: intreccio tra Inferno dantesco e deriva fantastico-psichedelico, in cui il mondo non si organizza ma si eccita in proliferazioni di stati percettivi in attrito. Il visibile non racconta, ma pulsa e devia, sostituendo la narrazione con una fisica erotica della visione fatta di intensità instabili.

L’Illuminismo appare insieme come macchina della luce e sua patologia sensuale: iper visibilità che coincide con opacizzazione, esposizione integrale che dissolve la forma e satura il desiderio. La corte diventa dispositivo estetico-politico del corpo, grammatica di posture e distanze, coreografia del potere come gestione della carne e della sua esposizione.

In questo regime il cinema di Albert Serra opera come lenta insistenza erotica del tempo: da Honor de cavalleria a La mort de Louis XIV, fino a Liberté, il potere non emerge come evento ma come pressione che aderisce ai corpi. Le figure non agiscono, restano esposte, attraversate da una durata viscosa che le svuota progressivamente di funzione e identità. La forma non esplode, si sveste; e in questo svestirsi il visibile diventa tensione continua tra presenza e dissoluzione.

Selva erotica – Oscena aristocrazia

La selva si configura come spazio di de-territorializzazione percettiva: in Dante assume la verticalità dello smarrimento, in Carroll la deriva laterale della metamorfosi continua, in Liberté diventa il residuo di una corte senza centro operativo, dove sopravvive la sintassi del cerimoniale ma non più la sua funzione ordinatrice. Il movimento implica variazioni del regime del visibile.

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