Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro

‘The End Of Time’: l’inconsistenza dell’attimo

La stasi dell’esistenza, fra concretezza urbana e spirito lirico

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The End Of Time di Milčo Mančevski è una sorta di sospiro evanescente, lo spaccato fisico e metafisico di una realtà al contempo placida e caotica, sempre appesa alle lancette di un orologio.

Il film è stato presentato alla 62ª della Mostra Internazionale Del Nuovo Cinema di Pesaro.

The End Of Time

In The End Of Time, l’ordinaria quotidianità di un giorno qualunque si disvela all’occhio di una videocamera posta al centro di una strada di periferia. Un uomo fuma un sigaro, delle studentesse passeggiano, due donne conversano e alcuni ragazzi giocano a baseball. Sullo sfondo, una pletora di abitazioni frastagliate incornicia l’attimo in un paesaggio antropomorfizzato in grado di trasmettere tutto il calore di un’intimità collettiva. In questa sospensione del gesto minimo, la realtà non viene osservata ma abitata nel suo puro accadere, come se la macchina da presa rinunciasse a ogni istanza narrativa per farsi dispositivo di ascolto del reale. Ne emerge uno spazio quasi privo di eventi, in cui la routine si svuota della sua funzione e si carica prettamente di presenza. La periferia non è più semplice spazio urbano, ma organismo sensibile attraversato da micro-istanti, relazioni invisibili e flussi sensoriali che ne ridefiniscono continuamente i confini.

Spiragli di surrealtà

Con The End Of Time, il regista Milčo Mančevski mette in atto un’autentica esibizione di arte performativa. Lo spazio profilmico del barrio cubano si fa estensione delle sfumate personalità che lo abitano, trasmutando il fotogramma in una sorta di video installazione. Guardando The End Of Time è infatti difficile non notare una marcata ispirazione alle sperimentazioni museali e video artistiche di Bill Viola. Il cortometraggio, costruito intorno ad una ripresa in slow motion protratta fino all’estremo, dilata la dimensione temporale creando una bolla percettiva in cui la realtà concreta del cemento e dell’asfalto viene perde la sua consistenza. Il piano sequenza assume dunque la forma di un quadro in movimento dotato di un’identità tarkovskianamente soggettiva e spirituale, del tutto antirealista.

La complessità di un soggetto semplice

In The End Of Time, la regia di Milčo Mančevski è ridotta al minimo, articolata non su una sceneggiatura ma sullo scorcio di un “qui e ora” indefinito. All’interno del quadro diegetico, Milčo Mančevski compone un mosaico esistenziale al cui interno convivono tutte le fasi della vita umana. Anzianità, adultità, adolescenza e infanzia vengono impresse su video in una stasi cadenzata dal ritmo rigido di un pendolo. Nel suo complesso, The End Of Time vive di uno sperimentalismo a suo modo affascinante, benchè poco originale e talvolta retorico. La natura antinarrativa del cortometraggio vede in parte sacrificata la sua efficacia per volontà di un medium forse non adatto alle sue esigenze. The End Of Time si mostra in tal senso più adatto ad un contesto installativo che non cinematografico, privilegiando un’esperienza spiccatamente percettiva e immersiva, lontana dai crismi di una fruizione tradizionale.

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