Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro

‘Thursday’: il fuori campo dell’empatia

In appena novanta secondi, Thursday di Milcho Manchevski costruisce una riflessione sul rapporto tra attenzione, tecnologia ed empatia, immergendo lo spettatore nella frenesia della vita urbana contemporanea.

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Thursday, cortometraggio sperimentale del 2013, scritto e diretto dal macedone Milcho Manchevski, arriva al Pesaro Film Festival. Una rapida incursione nella classica frenesia della vita cittadina. Una totale immersione nell’ambiente e nell’atmosfera che si respira sui marciapiedi affollati e sulle strade imbottigliate di un giovedì mattina. Un coinvolgimento, inoltre, favorito da ogni scelta stilistica alla base del cortometraggio.

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Immersione immediata nel flusso urbano

In appena 90 secondi, Thursday riesce a catapultare lo spettatore in quel ritmo accelerato e alienante che ogni città contemporanea possiede. Ci ritroviamo trasportati su quel marciapiede sotto ogni punto di vista. Il tessuto sonoro si compone di una leggera colonna sonora, a corredo di tutti quei suoni che vivono nella città: campane, taxi, clacson.

Una rapida successione di suoni ed una rapida successione di immagini. Le inquadrature, brevi e frenetiche anch’esse, favoriscono l’immedesimazione. Lo spettatore è calato perfettamente in questa quotidianità sin dai primissimi secondi introduttivi.

Una scena di Thursday

La regia dello sguardo

Sin dai primi istanti la macchina da presa ci comunica la protagonista del corto. Nelle numerose inquadrature spicca una ragazza. Cuffie, telefono, capo chino, passo svelto. La colonna sonora mescolata al paesaggio sonoro ci cala nella sua esperienza uditiva, la regia si occupa del resto.

La stessa fretta che lei vive, la si avverte anche sulla nostra pelle. La macchina da presa, poi, indirizza la nostra attenzione su quel piccolo schermo luminoso tra le mani della ragazza. Seguiamo il suo sguardo e veniamo assorbiti al pari suo. Lei si blocca, ora tutto è dedicato al video sul cellulare, ogni altra immagine sfugge alla nostra memoria.

Nel video una persona viene investita, circondata dalla totale non curanza del mondo attorno. Nessuno si preoccupa del corpo, ognuno prosegue la sua vita, fin quando una persona si avvicina con un unico intento: liberare la strada. La ragazza è incredula, sbigottita, e insieme a lei, anche noi lo siamo. Un piccolo video per denunciare la totale indifferenza che ormai viviamo ogni giorno.

L’empatia virtuale

Dopo l’evento traumatico e una prima reazione emotiva rapida ed effimera arriva la rottura finale, le inquadrature finali conferiscono alla critica una potenza disarmante. La ragazza riprende la sua vita ma la macchina da presa resta ferma.

Tra le sbarre delle ringhiere si intravede una scatola. La dinamica del cortometraggio viene ribaltata in questi ultimi secondi: lo sguardo abbandona il mondo digitale per tornare in quello reale, sino ad allora ignorato, tanto dalla ragazza quanto da noi spettatori. Quella scatola diventa protagonista, ci avviciniamo fin quando la mano di un neonato fuoriesce lentamente.

La regia non si limita a mostrare, ma si rivela capace di educare il nostro sguardo: osserviamo ciò che lei osserva, ignoriamo ciò che lei ignora. Ed è così che ci ritroviamo spettatori e complici al tempo stesso. La vera critica non è la mancanza di empatia o di compassione, ma il suo spostamento.

Siamo ancora in grado di essere empatici, ma la nostra attenzione è interamente rivolta allo schermo, è un’empatia virtuale. Mentre la realtà è ormai ai margini della nostra percezione, pronta a reclamare parte della nostra attenzione.

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