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‘The Astronaut’: la fenomenologia dell’ignoto
The Astronaut è un’elegia esistenziale sulla dissoluzione dell’identità e sul trauma cosmico, dove la perdita dell’umanità diventa il presupposto per scoprirsi nell’ignoto
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3 ore agoon
Un’astronauta viene ritrovata dopo una missione e non ricorda nulla di ciò che le è accaduto. Il mistero profondo e angosciante percorre interamente The Astronaut, lo sci-fi horror diretto dalla regista Jess Varley, attualmente disponibile per la visione sulla piattaforma di streaming Prime Video.
Al centro della trama si staglia un interrogativo filosofico ed esistenziale di notevole portata drammatica: un segreto nello spazio profondo può azzerare un’intera vita e ripristinare la tua vera identità?
The Astronaut: l’incipit come frattura dell’identità
Il lungometraggio si apre nel fulcro dell’azione drammatica, adottando un incipit in medias res che aggredisce la percezione dello spettatore senza concedergli il beneficio di un preambolo didascalico.
La sequenza iniziale presenta l’inquadratura obliqua di un motoscafo che si raddrizza repentinamente sulla superficie dell’acqua, una precisa scelta geometrica volta a comunicare un’immediata sensazione di caos, instabilità e disorientamento ontologico.
Jess Varley, fin dalle prime scene, annuncia la decostruzione e la successiva ricostruzione della protagonista. Il messaggio è chiaro: il titolo della storia – un’ode al personaggio principale – si sovrappone al primo piano della donna, appena tratta in salvo. Il concetto di decostruzione prende forma nel suo casco distrutto, un simbolo di rottura da cui lei, tuttavia, riemerge viva.
Questa saldatura visiva stabilisce in modo inequivocabile l’identità del personaggio principale, Sam Walker (interpretata da Kate Mara), quale fulcro ed elemento catalizzatore dell’intera architettura narrativa e semiotica dell’opera.
Il trauma si manifesta non come un evento narrato, ma come una ferita tangibile sull’oggettistica di volo: le crepe sul casco diventano la metafora primaria di una mente frantumata. La regista espande questo incipit trasformandolo in uno studio sulla dissociazione, dove il rientro sulla Terra non coincide con la salvezza, bensì con l’inizio di una degenza psicologica e fisica.
Il corpo dell’astronauta, isolato e medicalizzato, cessa di appartenere a sé stesso per diventare un reperto scientifico e un campo di battaglia governativo, amplificando il senso di alienazione che scaturisce dall’impossibilità di verbalizzare il trauma cosmico.
Opacità dello sguardo
La direzione della fotografia si avvale sistematicamente di riprese opache, una cifra stilistica rigorosa che traspone visivamente lo stato di alterazione psicologica, la labirintite emotiva e il profondo trauma della protagonista. L’espediente viene usato sia per evidenziare le difficoltà visive della degente, sia per mostrare il suo primo distacco dalla vita precedente, come nel caso in cui i familiari, oltre il vetro della quarantena, vengono mostrati con contorni sfocati.
Il paesaggio terrestre circostante eredita la medesima sfocatura attraverso la nebbia che assurge a elemento atmosferico dominante e oggettivazione poetica dell’amnesia. La terraferma perde la sua solidità rassicurante, tramutandosi in uno spazio liminale. Questo espediente formale azzera i contorni della realtà oggettiva, costringendo lo spettatore a condividere la medesima miopia cognitiva di Sam.
La macchina da presa nega la nitidezza completa del mondo esterno per concentrarsi sulle micro-espressioni del volto della protagonista, registrando ogni minima contrazione nervosa o smarrimento dello sguardo. Questo trattamento dell’immagine suggerisce che la vera prigione non è la struttura di contenimento della NASA, ma la mente stessa dell’astronauta.
La transizione visiva tra il ricordo sbiadito dello spazio profondo e la pesantezza opaca dell’atmosfera terrestre stabilisce un continuum stilistico in cui la realtà e l’allucinazione si fondono, privando l’osservatore di qualsiasi punto di ancoraggio oggettivo e confortante.
Cromatismi semantici
La tavolozza cromatica subisce un’evoluzione semantica radicale e stratificata nel corso dello svolgimento diegetico dell’opera. Le sequenze ambientate nei complessi medici e nei centri di comando asettici della NASA sono rigorosamente dominate da algide tonalità bianco-azzurrine, espressione cromatica di un controllo istituzionale freddo, tecnologico e impersonale.
Successivamente, Varley introduce sfumature di verde organico, blu crepuscolare, arancione e rosso freddo, culminando in una memorabile ripresa zenitale che ritrae una fitta area boschiva caratterizzata da un netto e violento contrasto tra il verde scuro della vegetazione perenne e l’arancione autunnale delle foglie cadute.
Infine, le reminiscenze rimosse dell’incidente orbitale riaffiorano attraverso fotogrammi scomposti e un montaggio sincopato che accosta colori antitetici e saturi, generando un effetto visivo frammentato dal forte impatto psichedelico e disturbante. Questi inserti cromatici violenti interrompono la monotonia clinica del presente, agendo come vere e proprie scariche elettriche nella mente della protagonista. Il rosso non è più solo calore, ma diventa il segnale d’allarme di una mutazione in atto, mentre i neri e i blu profondi evocano il vuoto cosmico inteso come entità divoratrice.
La transizione cromatica accompagna lo spettatore attraverso i gironi della scomposizione identitaria di Sam, traducendo il collasso psicologico in pura variazione di frequenza luminosa e contrasto tonale.
Sinfonia del terrore psicologico
L’efficacia della componente horror viene codificata e trasmessa attraverso l’interazione sinergica di tre precisi fattori formali: l’uso di silenzi improvvisi e voraginosi atti a interrompere bruscamente il flusso della traccia audio, l’introduzione microscopica di rumori ambientali distorti e suoni fuori campo volti a destabilizzare la percezione dello spettatore, e infine l’irruzione di violenti contrasti acustici all’interno della dimensione quotidiana più rassicurante.
A questi dettagli si aggiunge la partitura sonora elaborata da Jacques Brautbar, che agisce in costante e metodica coordinazione con l’immagine per accentuare la tensione drammatica e sotterranea nei momenti di climax.
Architetture minacciose
Pur ascrivendosi formalmente al genere fantascientifico di matrice horror, la pellicola ne ridefinisce i canoni convenzionali, privilegiando la suggestione psicologica e l’evocazione sensoriale rispetto alla mera esibizione di effetti speciali visivi o soluzioni grafiche esplicite.
In questo preciso contesto espressivo, la dimora della protagonista e i suoi corridoi labirintici divengono topoi fondamentali del perturbante: lo spazio domestico, che dovrebbe apparire rassicurante, si converte paradossalmente in un perimetro di costante minaccia e spionaggio.
Ambiguità narrativa
La sceneggiatura persegue una linea di deliberata opacità strutturale, negando programmaticamente allo spettatore risposte univoche o consolatorie sugli eventi traumatici occorsi nello spazio profondo, e limitandosi a esplicitare la presenza di una minaccia oscura e strisciante che perseguita la protagonista.
Sottraendo sistematicamente alla vista i dettagli del contesto spaziale, l’epilogo omette i classici flashback chiarificatori e manca di un solido raccordo logico con l’interrogativo esistenziale iniziale dell’opera.
L’introduzione tardiva di un colpo di scena fantascientifico, non adeguatamente supportato da premesse narrative seminate nel secondo atto, finisce purtroppo per indebolire la coerenza complessiva dell’intreccio, lasciando aperte vistose lacune diegetiche.
Profezia dell’ignoto
Malgrado le evidenti criticità strutturali sul piano della scrittura, il film dimostra una rigorosa ed encomiabile circolarità formale.
Una dichiarazione cruciale rilasciata dalla protagonista nelle battute iniziali del film – in cui confessa di sentirsi pienamente a casa esclusivamente nell’abbraccio dello spazio profondo – anticipa e profetizza con precisione la sconvolgente rivelazione finale. È proprio questo impianto concettuale e filosofico a fungere da tessuto connettivo per l’intera opera, legando indissolubilmente l’esperienza cosmica della donna alla scoperta drammatica della sua autentica natura.
Il film si configura così come un’elegia cupa sulla perdita e sulla riscoperta di sé in una forma radicalmente altra, ridefinendo il concetto stesso di ritorno a casa.
Elegia esistenziale
The Astronaut si configura come un’opera profondamente stratificata, in cui l’orrore non scaturisce dall’esibizione del mostruoso, ma dall’angoscia della dissoluzione identitaria.
Attraverso una regia che governa con rigore geometrico il caos sensoriale e un impianto visivo-sonoro dominato da opacità fotografiche, cromatismi semantici e silenzi voraginosi, Jess Varley traduce il trauma cosmico in una drammatica esperienza fenomenologica.
Ricomponendo i frammenti di una mente violata e capovolgendo il concetto stesso di alienazione, la sci-fi si risolve in una cupa e affascinante elegia esistenziale: un viaggio in cui la perdita dell’umanità non rappresenta una condanna, bensì l’inevitabile e paradossale presupposto per ritrovare la propria vera casa nell’ignoto.
The Astronaut è disponibile su Prime Video: attiva ora la prova gratuita di 30 giorni e guardalo adesso.