L’attesa di qualcosa, o di qualcuno, di un segnale, di una risoluzione, un ritorno, un chiarimento o una certezza: un’attesa che in sé può, o almeno potrebbe, tutto, sospesa nell’aspettativa di un attimo, un avvenimento, una persona. O nell’attesa, sognante, del momento quasi onirico in cui sole e luna si incontrano e incrociano, offrendo al buio un nuovo senso, che non segni la fine ma piuttosto, con l’alba di una nuova luce, l’inizio di qualcosa. E, forse, anche di una nuova consapevolezza. È proprio quest’attesa, di qualcosa, o di qualcuno, il filo rosso che lega personaggi e natura nel cortometraggio Mesopotamia, Tx di Lucy Gamades, in concorso al Figari International Short Film Fest, nella sezione Internazionali.
Un’opera, girata durante una reale eclissi solare e completamente in 16 mm, fattore che conferisce alla pellicola un’atmosfera granulosa e nostalgica rafforzandone la qualità atemporale e immaginaria, che, proprio in questa attesa, però, converge e intreccia anime sole e apparentemente solitarie, ma sempre in attesa, appunto, di incrociare e scoprire nuovi volti, nuove vie e nuovi legami. Come, alla fine, nell’eclissi, fanno Sole e Luna.
Il potenziale dell’universalità
Legami, volti ed emozioni, anche nell’anonimato di nomi e storie, che si incontrano proprio sotto quel cielo, che diviene un unico paesaggio, quello collinare e polveroso del Texas, su cui si stagliano non soltanto i due protagonisti, lui, e lei, di cui, nonostante si scavi con dialoghi stravaganti e insieme essenziali e profondi nelle aspettative, credenze e convinzioni, non vengono espressi nemmeno i nomi, ma anche altrettanti uomini, donne, bambini e famiglie, sconosciute. Ma che divengono, proprio nel tempo di apparente sospensione verso l’eclissi, un tutt’uno, un qualcosa di universale, come sembra esserlo lo stesso fenomeno naturale che, come afferma il protagonista, permea l’esistenza dell’intelligenza umana nel corso della storia, instaurando un legame che dall’antica Mesopotamia arriva ai giorni nostri.
Ed è proprio in nome di quell’universalità che il momento dell’eclissi diviene, in Mesopotamia Tx, non soltanto un momento di transizione, e di interrogativi, in cui ciò che un momento prima si pensava, o ci si raccontava, che fosse certo, diviene dubbio, e ciò che ancora non si riusciva o non si voleva vedere diviene, invece, almeno osservabile, scrutabile, ma anche un attimo fermo, fisso e vivo, in cui la metamorfosi e la trasformazione interna, che culminerà nell’incontro tra stella e satellite, già avviene, nell’incontro di due persone, differentemente eccentriche, ma sole allo stesso modo.
L’incontro di microcosmo e macrocosmo
Una circostanza, quella dell’incontrarsi in attesa dell’eclissi solare, che diviene, in conversazioni singolari tra sconosciuti, fatte anche di ironiche omissioni e rivelazioni, anche l’opportunità di confronto e scambio su fede e scienza, e su ciò, o chi, veramente crea e porta il fenomeno ad avvenire. Lei, religiosa, sente la presenza di Dio intorno a sé, in ciò che vive, respira, osserva, e negli eventi che la natura stessa offre, come quello per cui sono in attesa. Lui, che invece religioso non è, sostiene la base matematica, scientifica del fenomeno, in cui gravità, massa e orbite creano l’eclissi in modo ripetibile e prevedibile, da sapere, esattamente, quando e dove recarsi per osservarla. Ma in questo incontro e scontro di idee, e di ideali, entrambi si ritrovano lì, con lo sguardo al cielo, alla ricerca di qualcosa o di qualcuno.
Sembra crearsi, in Mesopotamia Tx, proprio un parallelismo tra il macrocosmo e microcosmo, tra universo e relazioni umane: come i corpi celesti, le persone orbitano in percorsi predeterminati e prestabiliti, ma in queste traiettorie possono esserci momenti in cui si incrociano, in una sovrapposizione temporanea, buia e interrogativa, ma totale. Una sovrapposizione che sembra diventare, in sé e nella sua attesa, come quella dell’eclissi, la sospensione di tutte le cose non dette, delle decisioni rimandate, delle illusioni distrutte, e della paura di scoprire cosa accade quando la luce si spegne e si rimane soli. Anche se, poi, soli, sotto quel cielo, non lo si è mai per davvero.