Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro

‘Estados generales’, un viaggio simbolico

Il fenomeno coloniale attraverso il viaggio di alcuni semi

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Mauricio Freyre, ricercatore, artista audiovisivo e regista è tornato alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro dopo aver presentato il suo progetto sperimentale sull’architettura Interspecies Architecture nel 2022. Questa volta il suo primo lungometraggio dal titolo Estados generales è in concorso nella categoria Pesaro Nuovo Cinema dedicata al cinema internazionale sperimentale.

Il regista costruisce una riflessione ampia e stratificata sui meccanismi del potere e sul modo in cui la modernità occidentale ha trasformato la natura in materia da possedere e amministrare. Lo spettatore entra nella prima parte del film nell’universo quasi immobile dell’orto botanico di Madrid, in un susseguirsi di immagini che sembrano cartoline ritrovate in uno scatolone, erose dal tempo, i colori sono bruciati dal sole e il tempo non è quello degli uomini ma quello lento delle piante che abitano questo posto dalla bellezza sospesa.

Una metafora sul colonialismo

Nel film la botanica viene intesa come strumento coloniale mostrando come la raccolta, la classificazione e l’appropriazione delle piante da parte dell’Impero spagnolo siano forme concrete di dominio epistemico e materiale sull’America Latina.

Dall’archivio europeo si passa alla valle di Chincha, in Perù, dove il film mette in scena una sorta di viaggio di ritorno oltre l’Atlantico. Non si tratta però di un recupero pacificato delle origini, né di un ritorno a una natura incontaminata. Il ritorno dei semi non coincide con una riconciliazione: apre piuttosto a un confronto con la persistenza delle strutture di oppressione.

Stati generali e frutti senza nome

Il titolo del film, traducibile in italiano con Stati Generali, richiama l’antica assemblea consultiva dell’Ancien Régime francese, ma qui il significato si sposta su un piano apertamente metaforico. Mauricio Freyre utilizza questa espressione per evocare l’intreccio tra istituzioni, sapere scientifico e logiche burocratiche che hanno deciso il destino di risorse e identità. In questa prospettiva, anche i semi diventano corpi politici: non più elementi vitali liberi, oggetti sottomessi a norme, inventari e classificazioni che li sospendono in una condizione di anonimato.

A incarnare perfettamente questa idea sono i Frutos sin nombres, i “frutti senza nome” custoditi nell’archivio dell’orto botanico di Madrid. Si tratta di casse risalenti ai secoli XVIII e XIX secolo, conservate in una stanza polverosa, il cui contenuto appartiene legalmente allo Stato ma non possiede più un’identità scientificamente riconosciuta e, per questo, non può essere eliminato. Quei semi restano così bloccati in una sospensione paradossale: catalogati ma non conosciuti, preservati ma privati di una vera collocazione, presenti ma senza voce.

Un dualismo visivo

La prima parte del film, girata in 16mm, si addentra negli spazi dell’orto botanico madrileno attraverso inquadrature ravvicinate, geometriche, spesso frammentate. L’archivio non appare come un semplice luogo di conservazione. Diventa un luogo quasi distopico, in cui la razionalità della catalogazione rivela il proprio lato più freddo e coercitivo.

“L’importanza dei semi richiama la figura dello spettro di Mark Fisher  che non può essere del tutto presente: non è un essere in sé bensì indica una relazione con ciò che non è più o che non è ancora.” (Mauricio Freyre)

Sul piano visivo, nella seconda metà del film le sequenze notturne nella valle assumono un carattere più mobile, inquieto, quasi spettrale. La cinepresa sembra vagare come uno sguardo fantasma, dando forma alla condizione dei semi sradicati e dei Frutos sin nombres. Presenze cancellate dalla storia ufficiale, entità senza pace che continuano ad abitare i luoghi da cui sono state separate.

Un film evocativo e politico

Il film dimostra come la  decolonizzazione non venga superata attraverso la riattivazione di un archivio morto, ma con la messa in crisi delle strutture che ancora oggi continuano a opprimere il territorio. Estados Generales è quindi un film denso, rigoroso e profondamente politico dall’impronta estetica fortemente sperimentale ed evocativa. Il regista spagnolo sceglie la via della forma e della meditazione invece di quella dell’enunciazione diretta. Il risultato è un cinema in cui il passato continua a parlare attraverso le sue assenze, i suoi archivi e i suoi fantasmi.

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