Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro

‘Local Sensations’, un paradosso del “locale”

Il cortometraggio anti-ideologico del regista sperimentale thailandese Tulapop Saenjaroen

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“Non utilizzate alcun linguaggio visivo o alcuna grammatica associata all’arte o all’architettura tradizionali. Ciò include divinità thailandesi, forme architettoniche, motivi ornamentali, costumi, vassoi floreali a forma di loto o composizioni floreali. Tali elementi costituiscono forme di linguaggio o grammatica cariche di significati tradizionali e rischiano di far percepire il monumento come un santuario o una casa degli spiriti. Qualsiasi monumento progettato erroneamente in questo modo è destinato ad avere, in breve tempo, il proprio braciere per l’incenso.”

La citazione d’apertura di Local Sensations – cortometraggio del regista sperimentale thailandese Tulapop Saenjaroen presentato in concorso alla 62ª edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro – è il primo dei sette frammenti riportati nel film e tratti da How to Design a Modern Monument That Won’t Become a Shrine, saggio dello storico dell’architettura Chatri Prakitnonthakan.

Local Sensations: l’appropriazione politica dei simboli

Il testo di Prakitnonthakan si presenta come una critica al modo in cui la società thailandese, soprattutto dopo il colpo di stato del 19 settembre 2006, concepisce i monumenti e gli spazi pubblici. In particolare, si sofferma sui concetti di “sacro” e “monumentale” e sull’appropriazione politica dei simboli buddisti nei progetti architettonici realizzati dopo il 2006, che molto spesso nel loro design richiamano cosmologie sacre tradizionali.

In dialogo con il saggio di Prakitnonthakan, Local Sensations restringe lo spazio di indagine a situazioni e contesti dove si ripresentano le stesse criticità, seppur in modo meno esplicito: un laboratorio di soffiatura del vetro, un gruppo di trekking urbano, un parco a tema dove gli altoparlanti diffondono annunci pubblicitari tra la folla, una riserva naturale a tutela degli uccelli migratori, un gioco tra alcuni studenti di architettura.

Se da una parte il saggio di Prakitnonthakan esprime principi democratici moderni, in un contesto in cui i progetti architettonici sono oggetto di attriti e contestazioni di carattere politico – un esempio è dato dal Sappaya-Sapasathan, sede del parlamento thailandese, inaugurato nel 2019 e costruito con un design di ispirazione buddista – nella sua critica alla sacralizzazione il testo si esprime in una forma che evoca essa stessa l’autorità contro cui si rivolge.

Ed è per questo che il regista, guardandosi bene dal trasformare Local Sensations in un manifesto politico, riporta i frammenti del saggio attraverso un coro in voice over, che risuona con un tono solenne e quasi liturgico, lo stesso che nella storia è associato a proclamazioni ufficiali, editti imperiali o reali, e dichiarazioni di stato.

Il paradosso del “locale”

Nel saggio del 1992 Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, l’etnologo francese Marc Augé mette in luce le criticità di alcuni aspetti della globalizzazione, soffermandosi sul modo in cui i progetti architettonici siano sempre più finalizzati a un riconoscimento globale, attraverso formule di omologazione estetica capaci di dare un’idea di continuità, di offrire l’illusione del superamento delle frontiere – qui intese come sinonimo di divieto e discontinuità – e che sappiano essere espressione e testimonianza della possibilità di un accesso illimitato, nell’illusione di possedere la chiave maestra del mondo.

Il colore globale cancella il colore locale” scrive l’autore, incoraggiando a un nuovo modo di intendere la frontiera: “Una frontiera non è un muro che vieta il passaggio, ma una soglia che invita al passaggio. […] Il nostro ideale non dovrebbe perciò essere quello di un mondo senza frontiere, ma di un mondo nel quale tutte le frontiere siano riconosciute, rispettate e attraversabili”. Ma cosa accade quando è ciò che è “locale” ad avere una ricaduta sfavorevole sulla società, e ad assumere i connotati negativi di frontiera sopra definiti? Da qui il paradosso dell’architettura thailandese di cui, secondo il punto di vista di Prakitnonthakan, il “colore locale” rappresenta una minaccia alla democratizzazione, in quanto oggetto di politicizzazione da parte delle istituzioni.

Il carattere anti-ideologico

Se da una parte Local Sensations inquadra in modo efficace il ribaltamento della dicotomia tra globale e locale, mantenendo come nucleo concettuale il tema della sacralizzazione della politica, il regista non abbandona mai il linguaggio artistico, combinando i precetti dell’architettura e della ricerca musicale elettroacustica in un’opera sperimentale dove anche la scelta del bianco e nero e della pellicola 16 mm assume una forma ricorsiva, in quanto essi occupano un posto quasi monumentale nella storia del linguaggio cinematografico.

Anche il titolo del film compare, a più riprese, in forme grafiche differenti: talvolta in sovrimpressione, a caratteri cubitali che scorrono alla vista, o alternandosi al ritmo della colonna sonora in sottofondo.

Non solo per gli aspetti più sperimentali, ma anche per il carattere anti-ideologico di Local Sensations, non si può non pensare al cinema di Peter Tscherkassky e al suo radicale rifiuto di usare il cinema come mezzo di propaganda: Saenjaroen applica una destrutturazione concettuale non dissimile da quella materiale che caratterizza il cinema del regista austriaco, con le sue pellicole graffiate e i suoni penetranti incisi direttamente sulla pellicola tramite traccia sonora ottica.

Il carattere allegorico

Il regista non rinuncia in alcun modo al carattere allegorico di Local Sensations, le cui sequenze, solo in apparenza slegate tra loro, sono tenute insieme dagli interludi dove un ingegnere del suono, nella solitudine del suo laboratorio, manipola insoliti congegni adibiti a strumenti musicali. In accordo alle sue sperimentazioni – stridii e cigolii penetranti che accompagnano i pizzicati e gli arpeggi di chitarra – sopraggiunge il coro in voice over che recita i passaggi del saggio di Prakitnonthakan.

Nel film, inoltre, assume un carattere allegorico anche l’assenza di statue, monumenti e opere architettoniche: al loro posto sono mostrati monumentali tamarindi, unica specie del genere Tamarindus, alberi dal forte valore simbolico in Thailandia nonché uno dei pilastri della cucina tradizionale. In alcune sequenze un arboricoltore illustra a un gruppo di persone in visita i trattamenti insoliti che questo albero riceve. Proprio per il forte valore simbolico e paesaggistico assunto dal tamarindo, ad esso non è permesso ammalarsi, tantomeno morire: talvolta, per evitarne la caduta, alcuni esemplari vengono sradicati, il fusto riempito di cemento, le radici confinate entro rigide strutture e, infine, ripiantati.

Local Sensations: l’estetica del “locale”

Nell’ottica del discorso di Marc Augé, è evidente come l’estetica del “locale” sia, in casi come questo, tutt’altro che l’equivalente di una frontiera rispettata e attraversabile. Un albero senza vita, dal fusto cementificato, è a sua volta espressione e metafora dell’appropriazione politica dei simboli, che si accompagna a quei caratteri di chiusura e divieto ben lontani dalla revisione del concetto di frontiera proposta dall’antropologo. Non soltanto gli alberi di tamarindo, ma anche le riserve naturali sono mostrate in Local Sensations attraverso lo stesso sguardo: decine di migliaia di uccelli migratori popolano il Bangpu Nature Education Centre, un’area protetta il cui obiettivo principale dovrebbe essere la conservazione e la tutela delle specie e degli ecosistemi, qui fortemente minacciata dalla pressione dell’afflusso quotidiano di turisti.

Una delle sequenze conclusive di Local Sensations mostra la folla a Snow Town, parco tematico nella periferia di Bangkok dove stagionalmente viene ricreato un villaggio invernale con neve artificiale, in cui le temperature vengono mantenute costantemente sotto lo zero. A sovrastare la folla l’enorme statua di uno Yeti, mentre il coro in voice over recita:

“Se tutti i tentativi precedenti dovessero fallire, la soluzione migliore sarebbe abbandonare del tutto l’idea di costruire monumenti nella società thailandese. Se il rispetto o il ricordo di qualcuno lo trasformano inevitabilmente in una divinità, ciò indica che la società non possiede la maturità necessaria per monumenti o statue moderni. In tal caso, è preferibile non averne affatto.”

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