Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro

‘The Thing in the Coffin’ di Péter Lichter: Dracula oltre il mito

Un’opera sperimentale che ripercorre e ripropone le origini del mito di Dracula, in un modo completamente innovativo

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Tra le opere presentate in concorso alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro arriva The Thing in the Coffin, il nuovo film del regista ungherese Péter Lichter, autore noto per la sua ricerca sulle possibilità della materia cinematografica e sulla trasformazione dell’immagine.

Il festival di Pesaro, da sempre attento alle forme più innovative del linguaggio audiovisivo, accoglie un’opera che sembra nata per interrogare il rapporto tra cinema, memoria e tempo. Lichter affronta uno dei racconti più longevi della cultura popolare: Dracula. Ma invece di raccontarlo secondo una struttura narrativa tradizionale, lo decostruisce e ricostruisce attraverso frammenti, immagini deteriorate e tracce lasciate dalle sue infinite apparizioni sullo schermo, facendole dialogare tra loro.

La scelta di Dracula diventa così anche una riflessione sul modo in cui alcune immagini riescono a sopravvivere nella cultura collettiva, riproponendo così la storia di una figura che sembra sfuggire al tempo e ai confini.

Un Dracula composto da frammenti

The Thing in the Coffin è una reinterpretazione astratta e sperimentale. Il film nasce dall’unione di materiali diversi: pellicole Super 8, immagini in 35 mm, manipolazioni digitali, glitch e frammenti di precedenti adattamenti cinematografici della storia del vampiro. Il risultato è una sorta di film nel film: una memoria cinematografica deformata, dove il personaggio diventa una presenza in continuo divenire che continua a reincarnarsi in nuove suggestioni.

Rispetto al suo precedente lavoro, The Grey Machine, più cupo e radicale nella sua atmosfera ispirata a Edgar Allan Poe, The Thing in the Coffin appare più morbido e vibrante, senza perdere il suo lato inquietante.

I colori, soprattutto i rossi intensi che attraversano l’opera e richiamano simbolicamente il sangue e la carne, elementi caratteristici del mostro, creano un equilibrio tra attrazione e inquietudine. Il film non cerca di spaventare attraverso la figura di Dracula, ma attraverso la forte sensazione che qualcosa di antico e sfuggente continui a muoversi dentro il fotogramma stesso.

Il cinema come creatura immortale

Uno degli aspetti più interessanti del film è il modo in cui riflette sulla natura stessa del cinema. Il deterioramento della pellicola non è nascosto, ma diventa parte dell’opera. Graffi, alterazioni e glitch trasformano l’immagine in qualcosa di instabile, come se anche il cinema stesso fosse una creatura capace di morire e rinascere.

Un mezzo che non ha una sola anima e una sola identità, che non rappresenta un solo tempo, ma che incarna la capacità di rimanere mutevole e trasformativo.

La forza del film nasce soprattutto dall’accostamento di immaginari diversi. Una singola immagine può sembrare soltanto un residuo del passato, ma accostata a un’altra, spesso impressa nella memoria dello spettatore, genera sorprendentemente un significato nuovo, una nuova emozione.
In questo senso il lavoro di Lichter richiama il concetto di montaggio intellettuale elaborato da Sergei Eisenstein. Il regista usa questo principio per costruire non una storia lineare, ma un eterno ritorno di suggestioni. Il suo Dracula non è così un personaggio unico, ma il fantasma di tutti i Dracula precedenti.

Un vampiro che non può essere eliminato

“Non puoi uccidere Dracula. Torna sempre.”

Questa frase attraversa tutto il lavoro di Lichter, ma il ritorno del vampiro non riguarda soltanto la sua natura immortale. Dracula torna perché il cinema stesso continua a riscriverlo, trasformandolo ogni volta in qualcosa di nuovo.

Dal romanzo di Bram Stoker alle sue infinite apparizioni sullo schermo, il vampiro ha cambiato volto, epoca e significato. È stato mostro, amante, figura tragica, simbolo del desiderio e della paura. Il personaggio nasce da paure profondamente umane: la paura della morte, dell’invecchiamento, della perdita del controllo sul proprio corpo e sul proprio destino. Ma allo stesso tempo anche dal desiderio: quello di sfidare i limiti, di superare ciò che sembra inevitabile.

È proprio questa contraddizione a rendere Dracula una figura così potente. È una creatura che attrae e respinge, che rappresenta contemporaneamente libertà e condanna. Vive fuori dalle regole, ma è prigioniero della propria maledizione. Ogni epoca ha trasformato il vampiro secondo le proprie ossessioni: il Dracula gotico di Stoker parlava di paure legate alla sessualità, alla malattia e all’ignoto; in ogni periodo il vampiro più famoso è stato capace di incarnare nuove inquietudini.

Con The Thing in the Coffin, Péter Lichter realizza un nuovo Dracula: non fatto soltanto di sangue, castelli e tenebre, ma di immagini che resistono, non soltanto perché immortali, ma perché continuano a parlare di noi.

 

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