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‘Messico 1986’: il dietro le quinte di un Mondiale storico
La storia di come il Messico riuscì a ospitare i Mondiali ’86
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4 giorni agoon
Messico 1986, disponibile su Netflix dal 5 giugno – a sei giorni dall’inizio dei nuovi Mondiali di calcio – si concentra sulle vicende che fecero diventare il Messico il primo Paese a ospitare due volte una Coppa del Mondo.
Lo Stadio Azteca di Città del Messico, infatti, era già stato lo scenario dei Mondiali del 1970, che avevano decretato la vittoria del Brasile di Pelé contro l’Italia.
L’edizione del 1986 fu una delle edizioni più memorabili nella storia dei Mondiali, che portò alla vittoria dell’Argentina e alla consacrazione di Diego Armando Maradona come leggenda del calcio.
Messico 1986: il contesto storico
Quell’anno, i Mondiali avrebbero dovuto svolgersi in Colombia, ma, a causa di una grave crisi economica e di una delicata condizione sociale e politica, nel novembre 1982, il presidente colombiano Belisario Betancur annunciò che il suo Paese non aveva più la possibilità di ospitare un evento di tale portata.
La FIFA si trovò quindi senza un Paese che potesse ospitare il suo torneo più importante. A quel punto si fecero avanti Messico, Stati Uniti, Canada e Brasile.
Alla fine, il Messico riuscì a spuntarla sulle altre nazioni, nonostante l’abilità e l’influenza di Henry Kissinger, il segretario di Stato statunitense, grande appassionato di calcio, che desiderava fortemente poter ospitare i Mondiali negli Stati Uniti.
Il film, diretto da Gabriel Ripstein, distoglie quindi l’attenzione dai giocatori e dal campo da calcio per concentrarsi invece su quanto accade dietro le quinte, nelle stanze del potere, in cui una manifestazione sportiva può diventare il mezzo per attirare l’attenzione internazionale e l’emblema della forza economica e culturale del proprio Paese.
Un evento sportivo come simbolo di rinascita nazionale
“Alcune di queste cose sono accadute davvero…” è la frase con cui iniziano i titoli di testa di Messico 1986. Il film mescola infatti personaggi e vicende di finzione con la realtà storica e il contesto sociale e culturale di quegli anni.
La storia si concentra sulla figura di Martín de la Torre (Diego Luna), un personaggio di fantasia che però si ispira a varie figure realmente coinvolte nell’organizzazione del Mondiale del 1986.
Martin è un impiegato della Federazione calcistica messicana. Quando la Colombia rinuncia ad ospitare il torneo, lui si propone l’ambizioso obiettivo di convincere la FIFA ad assegnare il Mondiale al Messico, nonostante l’influenza delle nazioni concorrenti. Per riuscirci, sarà disposto a mentire, manipolare e cedere a compromessi, destreggiandosi abilmente in un mondo dominato da interessi politici e lotte di potere.
Parallelamente alla vita professionale, il film mostra le sue vicissitudini sentimentali. Anche nel privato, Martin non sembra capace di resistere alla tentazione di ingannare il prossimo e tradisce infatti la moglie con Susana (Karla Souza), una vicina molto attraente, che abita nel suo stesso condominio.
Sullo sfondo, il contesto sociale del Messico. Fin dall’inizio la voce narrante del protagonista, che ci accompagna per tutto il film, spiega come in quegli anni il Paese fosse in crisi, attanagliato dalla disoccupazione, dall’insoddisfazione politica e da molti altri problemi. Oltre a questo, nel settembre 1985, solo nove mesi prima dell’inizio dei Mondiali, Città del Messico venne colpita da un grave terremoto, che causò oltre diecimila vittime e danni enormi. A quel punto, l’ipotesi di organizzare la Coppa del Mondo apparve improvvisamente compromessa. Il film racconta anche il processo attraverso cui la manifestazione sportiva finì per assumere il valore di un riscatto collettivo e di un motivo di fierezza per una nazione ancora segnata dalla catastrofe.
Interpretazioni che convincono più delle scelte narrative
Nonostante gli eventi trattati non si basino totalmente su quelli reali, il film restituisce efficacemente l’atmosfera dinamica e caotica degli anni Ottanta, utilizzando il registro comico per approfondire la stretta correlazione tra il mondo degli affari, della politica e dello sport.
La trama si concentra soprattutto su Martín, lasciando forse troppo spazio alle sue vicissitudini personali, senza riuscire a portare in scena qualcosa di realmente originale o sorprendente. Il suo personaggio, ambizioso e senza scrupoli, la sua veloce e rocambolesca ascesa verso il successo e l’inevitabile caduta, incarnano un tipo di narrazione cinematografica ben nota e già vista in più occasioni.
La vera forza del film risiede nell’interpretazione di Diego Luna, che domina la scena dall’inizio alla fine. Degne di nota sono anche le prove di Karla Souza e di Daniel Giménez Cacho, nel ruolo di Emilio Azcárraga, uno degli imprenditori più influenti del Messico di quegli anni, proprietario e presidente di Televisa, il principale gruppo televisivo del Paese e, ancora oggi, il più grande produttore mondiale di contenuti in lingua spagnola.
Uno degli aspetti meno convincenti di Messico 1986 riguarda la gestione della tensione narrativa, soprattutto nella seconda parte. Il film mette in scena una vicenda fatta di trattative, equilibri politici e decisioni prese lontano dai riflettori, ma privilegia spesso il racconto degli eventi rispetto alla costruzione di una vera e propria suspense. La progressione della storia risulta fluida e scorrevole, ma raramente genera una sensazione di grande attesa o sorpresa rispetto a ciò che accade.
Perché guardare Messico 1986
Messico 1986 rimane dunque un film sorretto dalla bravura del suo interprete principale e da una confezione solida. Si tratta di un’opera capace di incuriosire e intrattenere, soprattutto grazie al ritmo leggero della messa in scena, alle colonne sonore trascinanti e alle performance degli attori.
Chi conosce la storia dei Mondiali del 1986 troverà interessante il modo in cui il film ricostruisce i mesi che precedettero l’assegnazione del torneo, spostando l’attenzione dai protagonisti in campo a dirigenti, imprenditori e funzionari. Alla fine, ciò che resta maggiormente impresso non è tanto la ricostruzione dell’evento in sé, quanto il ritratto di un sistema in cui sport, politica, affari e media si influenzano continuamente a vicenda.