Antonella Spatti si presenta al River Film Festival 2026 con un cortometraggio curioso dal titolo Rewind Agency. Dal nome si può provare a intuire ciò di cui parlerà il cortometraggio che vede la presenza di due soli personaggi, ma il metacinema che lo attraversa va, in realtà, vissuto senza svelare troppo.
Il cortometraggio, prodotto da Grizzly Collective e Oki Doki Film, è distribuito da Nieminen e ha come protagonisti Claudia Gambino e FrancescoColella.
La sinossi di Rewind agency
Emma (35) e Zeno (55) si ritrovano per un appuntamento romantico in un camper tra le montagne. Ma dietro il velo di una sceneggiatura prestabilita, gli errori di Emma rompono la finzione svelando, tra risate e imbarazzi, la vera natura del loro legame. (Fonte: River Film Festival)
La recensione di Rewind Agency
È una voce fuori campo quella che ci accompagna all’interno del cortometraggio. Una voce robotica (oggi diremmo quella dell’intelligenza artificiale), femminile che, andandosi a scontrare con i titoli di testa, si presenta, pronta a imporre delle regole alla giovane Emma intenta ad annotare mentalmente ogni passaggio.
La prima immagine che vediamo è quella di una distesa paesaggistica, come a voler suggerire allo spettatore di aprire la mente che non deve avere confini così come non li ha questa enorme campagna. Al tempo stesso, però, sembra anche guidarci in una direzione opposta: la distesa paesaggistica, infatti, va poi a scontrarsi con lo sviluppo della storia che, per ovvie ragioni, si distacca da tutto ciò che è naturale. È, infatti, quel puntino nero a interessarci, puntino che, altri non è che l’auto di Emma, dalla quale la giovane si accinge ad ascoltare le direttive.
Con un sottile, ma nemmeno troppo, velo di mistero, vediamo prima una valigetta sul sedile del passeggero e poi l’auto cominciare a viaggiare mentre la pratica 126 numero 4 prende vita.
Quando la realtà e la finzione si scontrano
Rewind agency di Antonella Spatti si può leggere anche come una critica all’attualità e alla tecnologia. Se il cortometraggio da una parte sembra utilizzare proprio la tecnologia per giocare con le persone e con i ricordi e i sentimenti di queste ultime, dall’altra parte la stessa viene soppiantata da una realtà che è ancora (per fortuna) più forte e in grado di prevalere.
Addirittura la rigidità e l’apparente staticità del personaggio di Francesco Colella risultano un’esagerazione di quello che è l’uso (e abuso) che ogni giorno ognuno di noi fa della tecnologia. Come in una legge del contrappasso, lo stesso che dovrebbe incarnare il sopraggiungere del nuovo, è in realtà colui che ne risulta distaccato. Al contrario è Emma quella che si presta maggiormente al rito (che per lei è lavoro) e si dispera quando esso non viene portato a termine nel modo in cui avrebbe voluto.
Una critica sociale e culturale che va oltre la semplice lotta tra reale e irreale e tra natura e tecnologia. È anche un aprire gli occhi verso il cinema e verso tutto ciò che di costruito (e non veritiero) esiste intorno a noi.