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‘The box’: figure paterne in un mondo senza padri
Le ceneri del padre come le ceneri di un’intera genrazione nel Sud del Mondo
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5 giorni agoon
The Box (La Caja) è un film del 2021 scritto e diretto dal venezuelano Lorenzo Vigas. Presentato in concorso alla 78ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è disponibile in streaming sulle piattaforme Mubi e Prime Video. Si tratta del terzo capitolo di una ideale trilogia del regista sulla paternità composta dal corto Los Elefantes Nunca Olvidan (2009) e dal famoso Ti guardo –Desde Allá- (2015) con cui Vigas vinse il Leone d’oro.
Il desiderio di riabbracciare il padre
Hatzin (Hatzin Navarrete), adolescente di Città del Messico, viaggia da solo verso il nord del Paese per ritirare i resti del padre rinvenuti in una fossa comune. La nonna, l’unica parente ancora in vita, è malata di diabete e non può accompagnarlo. Giunto a destinazione, Hatzin riceve una semplice cassa metallica contenente le ceneri e un documento d’identità logoro. Il ritorno dovrebbe essere lineare, ma durante il viaggio in pullman il ragazzo vede dal finestrino un uomo, Mario (Herman Mendoza), che sembra somigliare al padre ritratto nella foto. Il ragazzo raggiunge l’uomo e nonostante questi neghi qualsiasi legame, Hatzin decide di seguirlo e di legarsi a lui in modo ossessivo.
Non è chiaro se Hatzin abbia conosciuto davvero il padre così come è tutt’altro che evidente la somiglianza tra la foto sbiadita del documento e l’uomo individuato. resta il fatto che Hatzin si convince e lo spettatore lo segue con un atto di fede.
Western industrializzato
Siamo nel nord del Messico, ma non nella consueta terra brutalizzata dai narcotrafficanti e dai trafficanti di esseri umani che tanto cinema ha raccontato nel deserto al confine con gli Stati Uniti. Anche qui, però, prende forma una diversa ma altrettanto profonda disumanità. Ogni giorno arrivano dal sud del paese frotte di disperati, attratti dalla costante richiesta di manodopera. È il volto del Messico come nuova frontiera economica, il paese emergente in cui provare a costruirsi una seconda possibilità.
Ma, a differenza dell’immaginario western, questa frontiera non ha nulla di mitologico: è un territorio aspro e selvaggio in cui si tenta di imporre una manifattura a basso costo per contendere alla Cina una parte dei mercati occidentali. I signorotti di questo lembo di terra non sono conquistatori, bensì imprenditori che investono in fabbriche, magazzini e macchinari, sempre alla ricerca di nuova forza lavoro da sfruttare. Nel silenzio politico e sociale di un paese incapace di proteggere i più vulnerabili, gli immigrati vengono reclutati e impiegati finché risultano utili, o almeno finché non iniziano a rivendicare condizioni di lavoro più dignitose.
Il paesaggio conserva un’anima western: cieli immensi che sembrano schiacciare gli individui, deserti polverosi da attraversare, villaggi in cui si concentra la ricchezza. Ci sono sfruttati e sfruttatori. La presenza maschile è segnata dalla violenza e il miraggio del benessere appare quasi incomprensibile, se non come l’unica alternativa alla fuga.
La caja (the box) come croce
La “caja” del titolo diventa l’oggetto simbolico centrale. Hatzin la recupera ad inizio film e se la porta dietro finchè non decide che Mario è il padre che cercava. A questo punto la caja scompare fino al finale, quando l’illusione a cui aveva creduto si spenge e si arrende a tornare a Città del Messico. La cassa rappresenta quindi la croce che il ragazzo si porta dietro. La cassa è il peso dell’assenza paterna.
Ma la caja è anche la metafora più ampia di un intero Sud del mondo che si è sacrificato sull’altare del capitalismo globale. La mancanza di una figura paterna infati non è solo un dramma privato ma è il segno di una generazione intera cresciuta senza radici, in un’economia che disgrega le famiglie per rendere più flessibile la forza lavoro. Una generazione che è stata venduta dai suoi politici ai cartelli economici delle multinazionali.
Hatzin cerca un padre e trova il sistema che lo ha reso orfano.
Da Desde allá a The Box
La regia di Vigas è coerente con lo stile già visto in Desde allá. Ritmo lento, inquadrature fisse e movimenti misurati, assenza quasi totale di musica. Una fotografia che incede sui vasti orizzonti e sulle figure isolate nel paesaggio dando un senso di epica quotidiana e desolata. Il film non ha fretta di spiegare o commuovere. Lascia che lo spettatore osservi, deduca, si senta anche a disagio. Questo approccio può risultare austero fino alla freddezza, ma è lo stile del regista e ha il pregio di non manipolare le emozioni.
Come nei suoi precedenti lavori Vigas osserva i rapporti di forza con uno sguardo asciutto e distaccato. Le violenze a cui assistiamo non sono mai gratuite, ma parte integrante di un meccanismo strutturale fatto di umiliazioni quotidiane, turni massacranti, minacce implicite e licenziamenti arbitrari. Mario non è un caporale né un sadico. È un uomo che si è fatto strada all’interno dell’ingranaggio, sporcandosi le mani quel tanto che basta per sopravvivere e avanzare di posizione. Non maltratta gli altri per una crudeltà personale, ma perché è il sistema stesso a richiederlo. Anche le sue azioni più brutali sembrano passaggi necessari per conservare il proprio ruolo. Herman Mendoza interpreta il personaggio con notevole naturalezza: non è né simpatico né mostruoso, ma semplicemente il prodotto funzionale del contesto in cui vive.
Vigas autore imperfetto
Sul piano critico, The Box non ha riconciliato l’autore con la critica. Dopo il Leone d’oro controverso per Desde allá – film accusato da molti di voyeurismo asettico e scarsa profondità psicologica – Vigas si è ripetuto. Troppo lineare la trama e troppo esplicita la metafora della cassa. Poi, se è una scelta evocare e non analizzare il contesto socio-economico allora doveva essere approfondito lo sviluppo del percorso interiore di Hatzin che passa dal desiderio disperato di riconoscimento al completo abbandono. Non si capisce perchè il ragazzo cambia approccio, non può essere solo disillusione dopo tutto quello che ha visto e sperimentato nella sua vita. Se c’è davvero quella volontà ferma di riscatto e di ricongiungimento con il genitore non si può ritirarsi in questi termini. Il ritmo lento infine, coerente con la poetica dell’autore, rischia a tratti di sembrare un vezzo stilistico piuttosto che una necessità espressiva.
Tuttavia, queste limitazioni non annullano alcuni meriti del film. Vigas dimostra di saper raccontare storie universali attraverso contesti specifici, mantenendo uno sguardo politico senza cadere nella retorica. Il finale, per quanto amaro e affrettato, chiude il cerchio con una lucidità dolorosa: non esiste riconciliazione facile, né salvezza individuale in un sistema che produce orfani in serie.
The Box non è un film perfetto né rivoluzionario. Vigas non è Michel Franco, suo collega produttore autore di Sundown (2021) e Nuevo Orden (2020) ma è un cineasta da rispettare perchè pone domande scomode su responsabilità collettive.