Mubi Film

‘La Chimera’: Il richiamo del sottosuolo

Su Mubi

Published

on

Un film che scava nelle tombe etrusche ma, soprattutto, nelle rovine che ci portiamo dentro. 

Con La chimera, quarto lungometraggio di Alice Rohrwacher, presentato in concorso alla 76ª edizione del Festival di Cannes, la regista prosegue e idealmente completa il percorso iniziato con Corpo Celeste, Le meraviglie e Lazzaro felice: una riflessione stratificata sull’identità italiana, sospesa tra memoria arcaica e presente disgregato.

Il film si muove in uno spazio fragile dove il passato continua a riaffiorare come un reperto dissotterrato, e costruisce un racconto che intreccia desiderio, lutto e mercificazione della memoria, trasformando ogni oggetto in una domanda: Cosa resta davvero di ciò che perdiamo?

Tra i morti e i vivi

Negli anni Ottanta, sulle coste del Tirreno, Arthur (Josh O’Connor), un giovane archeologo britannico , esce di prigione e riallaccia i legami con la sua sgangherata banda di tombaroli. Insieme a questo gruppo di fuorilegge, profana antiche tombe etrusche per vendere i preziosi corredi funerari nel mercato nero.

Arthur è il cuore della banda: possiede il misterioso dono di sentire “il vuoto” della terra e, guidato da un rametto, riesce a localizzare i tesori nascosti nel sottosuolo. Ma il suo animo è diviso. Da un lato c’è il fantasma dell’amata Beniamina, perduta ma onnipresente nei suoi sogni; dall’altro c’è Italia, la giovane domestica della madre di lei, Flora.

Con Italia prende forma un legame delicato, sospeso tra cura reciproca e l’ipotesi di un futuro reale, mentre la struttura episodica, la narrazione intreccia i colpi notturni della banda, la quotidianità sospesa a casa di Flora e i pellegrinaggi solitari di Arthur. Con questo piano narrativo, si stratificando con delicatezza i temi centrali dell’opera.

Estetica fuori dal tempo

Rohrwacher continua la collaborazione con la direttrice della fotografia Hélène Louvart, che ha accompagnato la costruzione della sua cifra stilistica fin dall’opera prima. Il film tratteggia l’italia con una delicatezza quasi eterea, come se fra il nostro mondo e quello dei morti ci fosse soltanto un velo di garza.

Il film lavora spesso sulla dialettica del sopra/sotto, luce/ombra, aria/terra creando un linguaggio in cui ogni scelta tecnica diventa una metafora: i movimenti di macchina, le inquadrature, il gioco con colore, grana e aspect ratio – che richiama il cinema in pellicola degli anni Sessanta e Settanta – fa sembrare il film provenire da un’altra epoca, sospesa, in cui il tempo non è lineare.

Questa temporalità sospesa rispecchia la storia che parla di oggetti antichi che irrompono nel presente e di un protagonista che vive tra il regno dei morti e quello dei vivi. Tutto sottolineato anche dalle location – colline, case in rovina, tombe sotterranee – che sono messe in scena come luoghi in bilico tra l’uso quotidiano e sacralità perduta.

Il mercato dei morti

Lo scavo diventa una metafora di come la società “estrae valore” dal passato, fino a  ridurlo a mera merce, senza distinzione fra reliquia sacra, opera d’arte e prezzo di investimento per collezionisti. 

“Siamo qui per questo. Per stimare l’inestimabile”

La banda di tombaroli agisce come un piccolo ingranaggio all’interno di un sistema più grande: ogni reparto sottratto alla tomba è un frammento strappato dal suo contesto, ripulito, ricatalogato e prezzato. Cercando di dare valore a qualcosa che, per sua natura, appartiene a un ordine simbolico e rituale.

La morte, in questo senso, è sia quotidiana che irraggiungibile: Arthur vive letteralmente circondato da defunti – le tombe che profana, i fantasmi che lo visitano – e tuttavia non riesce a elaborare il lutto per Beniamina. Nel tentativo di tenere il passato sotto forma di oggetti non lo si accetta come assenza e si è incapaci di lasciare andare.

“La sotto ci sono cose che non sono fatte per gli occhi degli uomini, ma delle anime.”

La regista sembra suggerire che riducendo i resti del passato a merce, smettiamo di vedere i morti come presenze con cui dialogare. La frase qui sopra riportata non è quindi solo un ammonimento morale, ma una riflessione sul l’idea di sguardo stesso.

Figure del desiderio e del possibile

Arthur è costruito come un “uomo ferito”, un protagonista taciturno, vestito di un completo bianco logoro che funziona come sua corazza e uniforme, scisso tra il ruolo nel gruppo e il desiderio di scomparire.

Beniamina, assente fisicamente, esiste come immagine mentale, una proiezione del desiderio diventando una Euridice che Arthur insegue senza riuscire a a riportare davvero nel mondo dei vivi. Italia, al contrario è radicalmente concreta, radicata nel presente e porta un’energia di residenza e di reinvenzione offrendo ad Arthur un possibile “altrove”.

Tra queste due figure femminili Arthur è tirato come tra due poli: da un lato la fedeltà a un amore che non può più incarnarsi se non nel sogno, dall’altro la possibilità di restare nel mondo e di costruire qualcosa di nuovo.

In conclusione

La chimera è quindi un film che rifiuta la linearità classica per abbracciare l’eco, il frammento e la suggestione. Rohrwacher ci invita a guardare sotto la superficie, ma anche interrogarci su cosa significa farlo.

Alla fine, ciò che emerge è il vuoto che creiamo quando tentiamo di possedere il passato: il vero fulcro della ricerca non è l’oggetto sepolto che si riporta alla luce, ma quell’incessante desiderio che ci spinge a cercare anche ciò che sappiamo non poter più tornare.

Puoi guardare La chimera su Mubi, cliccando QUI.

Exit mobile version