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‘Io mi sono conosciuto nel sogno’: parole e visioni di Guido Morselli

Guido Morselli, autore italiano riscoperto postumo, ha dedicato la sua vita a parole e immagini.

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Io mi sono conosciuto nel sogno, cortometraggio documentario di Filippo Ticozzi nato dall’incontro con le bobine mai digitalizzate di Guido Morselli, presentato al festival UnArchive nella sezione Panorami italiani. Non un ritratto biografico nel senso convenzionale ma qualcosa di più simile ad un atto di ascolto.

Scrivere, filmare

La perdita precoce della madre e l’assenza del padre spinsero Morselli, molto giovane, verso le parole ma anche verso le immagini in movimento, trovando tra i suoi scritti riflessioni e anche sceneggiature per il cinema. In Io mi sono conosciuto nel sogno, Ticozzi intreccia due materiali appartenuti allo scrittore che fanno da contrappunto gli uni agli altri: riprese in 8mm girate tra il 1952 e il 1960 da lui stesso o da persone a lui vicine, e frammenti tratti dai suoi Diari e dal romanzo Dissipatio H.G. Un lavoro che non cerca di spiegare Morselli ma di abitarne le tracce rimaste, lasciando che siano sue le immagini e sue le parole. Alcune di queste immagini sono inedite, mai viste prima.

Ciò che appare sullo schermo sono distese di paesaggio aperto, animali, una tenuta di campagna ripresa poi anche nel presente. Le figure umane compaiono di rado o sono da sole. La pioggia, poi la neve, sembrano evocare una serenità cercata più che trovata, il tentativo ostinato di un’anima affaticata di trovare quiete in ciò che la circonda. E poi le immagini che più restano come quello che sembra essere lo studio di Morselli colmo di scaffali di libri, fogli sopra altri fogli, una poltrona vuota.

Un filtro tra sé e il mondo

Guido Morselli lottava col tempo, legato al passato e rifiutando il presente. Una condizione che, come lui stesso sottolineava, condanna per natura alla sofferenza. Uno scrittore riscoperto postumo, rifiutato in vita, di un tipo di esclusione sistematica che si era sedimentata nella sua scrittura come qualcosa di irrisolvibile. Nel 1973, quando il dolore di vivere si era fatto troppo grande, scelse la morte attraverso quel mezzo che nei suoi scritti aveva anche umanizzato, dandole un nome: “la ragazza dall’occhio nero”.

Un gesto già anticipato nel suo testo più celebre, Dissipatio H.G., il romanzo sulla sparizione – letteralmente l’evaporazione – dell’umanità, pubblicato nel 1977. Il protagonista, abbandonata la città immaginaria di Crisopoli e infelice anche nel paesino di montagna, decide di togliersi la vita. Dopo vani tentativi, scopre che la popolazione è scomparsa e così anche il resto degli esseri umani. Si chiede, allora, che senso abbia il suicidio se non c’è nessuno a cui lasciare anche questo estremo gesto. Un richiamo ad un’apocalisse privata: a volte la fine del mondo è soltanto la fine per uno, arriva con la morte o nel continuare la vita.

Non manca nei suoi scritti anche una riflessione sul vedere e sui dispositivi attraverso cui l’essere umano guarda il mondo, forse senza volerlo davvero vedere. Morselli scriveva del timore umano della schiettezza della natura e di come ci si adoperi per interporre sempre qualcosa tra sé e la realtà. È per questa ragione che esistono la fotografia, il cinema, perfino gli occhiali da sole. Ticozzi raccoglie questa riflessione e la rovescia: nel suo cortometraggio le immagini d’archivio non distanziano ma avvicinano. Le riprese in 8mm, restituiscono una presenza fisica che le parole da sole non potrebbero raggiungere. Usare il cinema per restituire il vissuto e soprattutto l’opera di Morselli, come se le immagini potessero fare ciò che in vita non era riuscito ad ottenere: essere visto.

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