In anteprima nazionale, Shot Reverse Shot di Radu Jude e Adrian Cioflâncă in concorso per la sezione cortometraggi di UnArchive 2026, dopo la prima mondiale alla Berlinale.
Campo – controcampo
Una Romania degli anni Ottanta è vista da due macchine fotografiche che hanno immortalato le stesse situazioni, gli stessi luoghi, le stesse strade. Due obiettivi con due scopi differenti, puntati l’uno verso l’altro. Da una parte il reportage del fotografo americano Serotta, dall’altra quello dello Stato che ne sorveglia a vista il lavoro. È da questa antitesi – concettuale prima ancora che visiva – che prende forma il cortometraggio documentario Shot Reverse Shot (Plan Contraplan il titolo originale), firmato da Radu Jude e dallo storico Adrian Cioflâncă.
A metà degli anni Ottanta, il fotogiornalista Edward Serotta viene autorizzato dalle autorità a condurre un viaggio attraverso la Romania, probabilmente immaginando una restituzione in termini di immagine. Quando Serotta arriva nel Paese di Ceaușescu, quel che trova è un paesaggio umano consumato dalla privazione, dal clima rigido delle strade e quello ben peggiore degli interni abitativi. Un’intera popolazione intrappolata dentro la rigidità materiale e ideologica del regime.
Archivio privato e archivio statale
Con l’interesse di documentare la comunità ebraica sul territorio, nel 1987 il fotografo intraprese un viaggio in automobile. La scarsità di altre automobili gli fecero subito intuire di essere pedinato dall’unica che seguiva ogni suo spostamento e ogni sua sosta. La Securitate del Paese, infatti, lo ha fotografato clandestinamente, provando a sabotare il suo lavoro. Nel corso di due perquisizioni sequestrarono una volta una fotocamera – ne aveva nascosta una di riserva – e un’altra esposero la sua pellicola alla luce per comprometterla.
Quarant’anni dopo, i due archivi si incontrano in un campo e controcampo che rivela volutamente l’incredibile, eppure reale, ironia della Storia. Una delle basi della tecnica cinematografica per costruire un dialogo, quella appunto del campo/controcampo, diventa qui struttura narrativa e dispositivo critico, per un dialogo certamente impari vista la trasparenza di uno e l’opacità dell’altro, attento ai possibili contatti con i dissidenti.
Il progetto, che ha avuto inizio nel 2023 con le ricerche d’archivio, è stato ideato dallo storico Adrian Cioflâncă e proposto all’amico cineasta Radu Jude, in seguito alla desecretazione a Bucarest dei file aperti dalla Securitate nei confronti di Serotta. In quei dossier Cioflâncă rintraccia le azioni degli agenti che hanno pedinato il fotografo, i rapporti dettagliatissimi sulle strade e gli incroci che aveva scelto, il suo abbigliamento, l’atteggiamento con la gente del luogo, le indicazioni sullo stile di vita. Parole e documentazione fotografica che ne farebbero un perfetto ribelle tra i ribelli, e sovversivo per il suo modo di scrutare troppo da vicino la realtà.
Fotografare non è un atto neutrale
Shot Reverse Shot ha una doppia struttura. Il primo atto contiene unicamente le fotografie di Serotta, il secondo i pedinamenti che lo hanno coinvolto. Ciò rivela subito i due registri, quello della documentazione e quello della sorveglianza, due differenti modi di servirsi del medesimo mezzo per raggiungere scopi contrapposti. Il film sembra suggerire allo spettatore le domande su chi osserva e su quali dei due sguardi sia quello oggettivo.
Questa contrapposizione è amplificata dalla diversità della voce fuori campo tra il racconto in prima persona di Serotta ed il tono neutro dei verbali di polizia. Come sottolineato dallo stesso Jude, ne emerge una costruzione apertamente ejzenštejniana, in cui la produzione di senso nasce dall’accostamento e lo scontro tra immagini giustapposte, pur registrando – in questo caso specifico – la medesima scena da due angolazioni differenti.
Il risultato è un prodotto audiovisivo non soltanto sulla condizione in cui versa la Romania di Ceaușescu vista da Serotta, ma sull’atto stesso del guardare, sul potere delle immagini, pericolose per il pensiero egemonico