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‘La banda muta’: un’amara riflessione sulla morte tra ieri e oggi

Progetto tra i vincitori IMAIE 2025

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La banda muta, scritto e diretto da Alessia Bottone, con la consulenza di Piero Nicosia, è tra i progetti vincitori del bando IMAIE 2025. Prodotto da Stefania Balduini per Pistacchio Film.

Liberamente ispirato all’omonimo racconto di Gaetano Savatteri, La banda muta è un’amara riflessione sulla morte e la sua sacralità che, con il trascorrere del tempo, è stata corrotta dall’assordante fracasso dell’apparenza.

La banda muta – il funerale come palcoscenico?

Elio, noto scrittore siciliano, muore all’età di 80 anni. Manfredi, amico di vecchia data, apprende la notizia e si reca al suo funerale, dove nessuno sembra davvero turbato dalla morte del loro congiunto. Allo stesso tempo, però, tutti vogliono stare al centro dell’attenzione, condividendo fotografie con il defunto e messaggi di cordoglio.

Nessuno parla dei morti

Uno squillo di telefono e poi la notizia che nessuno vorrebbe mai ricevere: la morte di un caro amico. Così inizia La banda muta, diretto da Alessia Bottone, già Menzione speciale ai Nastri d’Argento per il suo docufilm, La Napoli di mio padre. La morte di un caro amico non può che turbare, ma in questo caso l’unico davvero amareggiato è Manfredi, interpretato da Piero Nicosia. Intorno a lui regna l’indifferenza e quando prova a ricevere un minimo di compassione dal parroco che celebra il funerale, questi gli ricorda che nessuno parla dei morti.

La chiesa è semi deserta, molti amici di Elio sono assenti e i pochi presenti sono distratti e intenzionati ad apparire in quel funerale, come attori a cui è mancata la ribalta del palcoscenico. Con questa tagliente e amara vicenda la regista procede in un’analisi dal carattere sociologico e antropologico. Gira immagini ex novo, come quelle del funerale del povero Elio e le monta, alternandole ad altre d’archivio che ritraggono antichi funerali nella Sicilia degli anni Trenta.

L’accostamento delle due diverse tipologie d’immagini, quelle di finzioni e le altre della realtà documentale, danno forma al vero obiettivo del cortometraggio, della durata di 18 minuti: una critica sociale sulla morte. Una riflessione che la regista mutua dal racconto di Gaetano Savatteri. Le parole dello scrittore, Premio Racalmare 2003, fanno da architrave al lavoro cinematografico di Alessia Bottone e ci scaraventano in un mondo dove tutto diventava silenzioso e immutabile.

Tra ieri e oggi

Il carro in testa, dietro i veli delle donne e dietro ancora, in un gruppo di cravatte nere, gli uomini, con gli occhi rossi di pianto… così andavano via i morti”.

Oggi questo silenzio non c’è più. Al passaggio del feretro i negozi non abbassano più le saracinesche e le chiacchiere non cessano. Dove è finita la sacralità dovuta alla morte? È questa la domanda che la regista pone al pubblico, con uno stile pungente, ironico e paradossale, procedendo con una narrazione che si cimenta con i modi e temi dell’opera pirandelliana, Cosi è e se vi pare…

Alessia Bottone, facendosi guidare dalle parole di Gaetano Savatteri, compie un’operazione di recupero culturale di antichi valori e antiche tradizioni volatili e immateriali, oramai corrosi dal tempo. Con La banda muta, la regista dialoga con la sicilitudine di Leonardo Sciascia, si rivolge a tutti quei principi etici e morali dell’essenza complessa e spesso contraddittoria del sentirsi siciliani.

La banda muta – pirandellismo di natura

Un recupero delle tradizioni confermato dalla scelta del titolo che allude all’antica usanza di accompagnare i funerali con una banda musicale silenziosa. I musicisti con gli strumenti muti seguivano il corteo funebre, la loro presenza era dovuta per dare importanza al morto e alla sua famiglia, ma la musica non poteva spezzare il silenzio dovuto per la circostanza.

La banda muta appartiene al controsenso, a un pensiero che ha le sue radici in Sicilia, pirandellismo di natura”.

Silenzio e sacralità oggi scalzate dal fracasso e dalla profanità dei funerali odierni, quelli comuni e quelli di personaggi illustri, come viene mostrato nel calzante prologo. Il funerale, dunque, perde la venerabilità del suo momento, per diventare un mero palcoscenico, luogo prediletto di chi cerca la luce dei riflettori.

Con un lavoro certosino, per certi versi anche filologico, Alessia Bottone organizza meticolosamente il materiale a sua disposizione. Rispetta le fonti storiche e letterarie e arricchisce un discorso iniziato da altri, per filtrarlo attraverso la sua visione. In questo modo, La banda muta riesce a compiere un lavoro di recupero e tutela – per quanto possibile – di tradizioni in via d’estinzione, mostrando, cinematograficamente, testimonianze visive di un rito mutato o degenerato nel tempo. Allo stesso modo, la regista si rivolge al presente, con una pungente ironia, un tantino surreale, che diverte, lasciando l’amaro in bocca.

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