Corti in Opera
Emanuele Vicorito, il regista del domani
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3 settimane agoon
Emanuele Vicorito è un volto noto come attore per la sua partecipazione a serie televisive come La squadra, Un posto al sole, Gomorra – La serie, Mare fuori, ma anche per ruoli al cinema in All the Invisible Children (2005, autori vari), Milionari (2014, Alessandro Piva), L’oro di Scampia (2014, Marco Pontecorvo), Il sindaco pescatore (2016, Maurizio Zaccaro). Protagonista del pluripremiato cortometraggio Bellissima (2015, Alessandro Capitani), è passato alla regia prima con il corto Tre volte alla settimana (2022), poi con A domani (2025), tra le opere più apprezzate di quest’ultima stagione del cinema breve.
Abbiamo intervistato Emanuele Vicorito in occasione del Festival Corti in Opera, dove il suo A domani ha vinto il premio per la miglior regia.
In A domani, etica ed estetica narrativa trovano uno straordinario connubio. Com’è nata l’idea di raccontare questa storia e tutto il suo aspetto visivo?
Il progetto nasce da un incontro durato sei mesi con i ragazzi del carcere di Nisida. Un laboratorio che fanno ogni anno, chiamato La voce dei giovani. Mi hanno coinvolto come regista. È stato estremamente divertente e pieno di cose inaspettate, come le loro storie. Ognuno di loro vi si rapportava con la propria vita, i suoi limiti, i sogni, la loro anima. In questo percorso abbiamo affrontato tantissimi argomenti. Non so se il produttore avesse in mente sin da principio di farci un cortometraggio, però, a un certo punto, mi ha proposto di pensare a una storia, a partire da questo mio dialogo con i ragazzi. Io, quando scrivo, comincio sempre dalla musica e dalle fotografie. Metto sempre a confronto la scrittura con le foto, faccio questo viaggio visivo che mi servirà a raccontare la storia. In questo caso, lì a Nisida, avevo visto una fotografia che era, essenzialmente, già il corto, perché i ragazzi ogni anno venivano portati (adesso non più) su questa spiaggia che si trova giù al carcere, proprio quella in cui abbiamo girato. Ogni anno facevano lì dei corsi. Queste foto erano a colori, poi, quando ho scritto, mi è venuto naturale pensare al film in bianco e nero, perché, più scrivevo, più mi accorgevo che quella storia apparteneva a un non tempo, alla Storia. Parlando successivamente con l’attore principale, mi ha detto una cosa bellissima: cioè, secondo lui, il protagonista Arturo vede in bianco e nero, perché non è ancora arrivato il colore nella sua vita.
A domani
Cosa ti attirava di più della storia di A domani?
A un certo punto ho proprio sentito una spinta interiore a raccontare questa storia. Sei sempre a rischio quando tocchi certi argomenti. La trappola del patetico è sempre dietro l’angolo. Tanto più che venivo dalla serie Mare fuori come attore, quindi magari la gente poteva pensare che mi mettevo a fare il corto di una serie che raccontava lo stesso ambiente. Io mi sono sempre detto che volevo mettere in scena il carcere senza farlo vedere. In A domani il carcere non c’è, ma si sente. È lontano, però lo percepiamo addosso al protagonista, nei suoi occhi, nelle sue parole. Ho cercato di nascondere la prigione per dar vita e speranza al personaggio, portarlo alla luce non solo di uno spazio aperto, del mare, ma anche della ragazza che incontra.
Quanto è stato difficile scegliere i due attori protagonisti? Che cosa chiedevi loro in particolare di restituire sul set?
Io parto sempre dalla verità ed è stato un processo molto stimolante amalgamare due persone così diverse come Angelo Caianiello e Mia Russell. Quest’ultima è un’attrice, Angelo Caianiello un non attore straordinario, ma mi assumevo comunque il rischio di portare sul set un interprete non professionista. Essendo io stesso prima di tutto un attore, lavoro moltissimo sul testo, faccio tante prove, fin quando, in qualche modo, non viene fuori quello che è l’attore, la sua verità. Vado sempre un po’ a riscrivere il personaggio, rivedere i momenti, cosa potrebbe succedere in quelle situazioni. In sostanza, ho chiesto ai miei protagonisti di portare la propria versione del film e ricostruirla insieme.
Sono bravissimi, infatti. Come li hai trovati?
Ho fatto il casting con Adele Gallo e Massimiliano Pacifico. Inizialmente, è stato molto difficile vedere gli attori, volevo qualcuno che si calasse nella parte in modo naturale. Alla fine, siamo arrivati alla verità interpretativa che cercavo.
A Corti in Opera siamo in un Festival di cortometraggi. Che rapporto hai con questa forma narrativa cinematografica come attore, regista e spettatore?
Sia come attore che come regista ho sempre guardato i corti prima di farli. Li considero una forma d’arte allo stesso livello del lungometraggio. Per me, il corto è un film a tutti gli effetti, solo che, invece di 4/5 settimane per girare, ne hai una. Dura meno, costa meno, quindi c’è la possibilità di approfondire la macchina cinema, di guardarla più da vicino e, magari, un giorno cimentarsi nel lungometraggio in maniera più sicura. Credo anche che i cortometraggi meritino una vita più lunga. Se non esistessero i Festival sarebbero quasi invisibili. Per fortuna, ora qualche piattaforma sta cominciando ad acquistarli, come Mubi o Raiplay (dove lo stesso A domani è disponibile), però la distribuzione è sempre stata il grosso problema del cortometraggio. Io li farei proiettare al cinema, magari di pomeriggio o di mattina, così da creare un pubblico appassionato del genere, che possa essere più ampio di quello attuale.
Emanuele Vicorito con Mia Russell e i direttori di Corti in Opera, Marco Torinello e Gianni Finizio
Tu hai lavorato in tanta fiction televisiva. Che palestra è stata?
Una palestra bellissima. Soprattutto quando lavori per serie più lunghe è una cosa incredibile, perché senti proprio che, con il regista e gli altri attori, si crea una piccola famiglia. Per Gomorra – La Serie sono stati nove mesi di girato. Ogni giorno era dedicato a una singola scena, quindi avevi tutto il tempo per prepararti. Quando ho finito quell’esperienza, tre mesi dopo ho iniziato Un posto al sole: lì facevamo 8/9 scene al giorno! All’inizio mi sono veramente messo paura, però, nello stesso tempo, è stata una formidabile occasione di crescita professionale. Su quel set ti davano la parte il giorno prima e dovevi cercare di prepararti in pochissimo tempo. Secondo me, chi lavora in questo tipo di serialità, deve necessariamente essere un attore bravo, per il ritmo così serrato.
Dal tuo punto di vista, qual è lo stato dell’arte della serialità televisiva oggi? Ormai si produce più quella che cinema italiano destinato alla sala.
Io ho un rapporto con la televisione, le piattaforme, la serialità, in qualche modo di servizio. Cerco di guardare tutto, ma ho proprio bisogno di andare al cinema almeno una volta a settimana, anche tre o quattro se ci sono delle cose belle che voglio vedere. Mi capita di sentire miei colleghi dire che non vanno al cinema da mesi: una cosa che mi dà fastidio, non mi sembra possibile, perché considero uno stato di necessità andare al cinema a guardare quello per cui vivi, quello che vorresti fare. Quindi, bisogna mantenere le sale piene, ma anche dare una possibilità di visibilità (e guadagno) a opere a cui vien detto che, per i più diversi motivi, non potranno uscire al cinema. In questo senso, riconosco l’importanza delle piattaforme, che danno un loro contributo ai registi e all’arte in generale. Per quanto riguarda strettamente la serialità, in Italia vedo poche cose interessanti. Secondo me, manca il coraggio di raccontare delle storie che diano la possibilità di farsi domande, incuriosire profondamente lo spettatore. Vogliamo sempre rimanere a raccontare in maniera stereotipata la famiglia, la coppia, la società tutta?
Come attore, sia al cinema che nella fiction televisiva, hai preso parte a storie napoletane che parlano quasi sempre di degrado del meridione: morale, materiale, criminale. È il nostro triste destino o solo quello che il cinema e il pubblico si aspettano dal nostro Sud?
È un po’ quello che dicevo prima: vediamo sempre le stesse storie per mancanza di coraggio produttivo. Non a caso si scelgono anche sempre gli stessi attori, perché si pensa attirino spettatori: per me questa roba è nauseante, è quello che azzera il cinema di regia e le sue storie, intrappolando poi quegli stessi interpreti in ruoli quasi sempre simili a se stessi.
Che registi, che cinema hai sempre amato? Quali sono stati i tuoi grandi modelli come attori e autori?
Il cinema italiano degli anni Sessanta/Settanta è sempre stato il mio punto di riferimento. Michelangelo Antonioni, Federico Fellini, Antonio Pietrangeli, Ettore Scola, Damiano Damiani, Pietro Germi, oltre al mio amato Vittorio De Sica. Magari qualche nome avrò mancato di citarlo, ma sicuramente quel cinema che univa i generi all’impegno. Tra gli attori, Marcello Mastroianni su tutti. Lo prediligo per mille cose, però, le prime due che mi vengono in mente, è che è stato un interprete che ha sempre fatto un patto d’amore con i suoi registi; me lo immagino come si divertiva proprio nel suo mestiere, trovando la formula giusta per dar vita a tutti quei capolavori. E poi, seconda cosa, era un attore galante, il film lo trasformava come un vestito su misura per lui, lo indossava e tu ci trovavi sempre un’autenticità, un qualcosa, una novità che portava.
Emanuele Vicorito sul set di A domani
Che cosa la tua attività di attore insegna a quella di regista?
Innanzitutto che il film si fa con gli attori. È una cosa che mi sono sempre detto e che non dimentico mai: sono loro, interpretandola, che rendono interessante una storia. Nella mia vita, ho avuto anche esperienze non proprio piacevoli con alcuni registi e mi sono sempre detto che se un film non era bello come doveva essere è stato proprio perché non c’era stato feeling con il regista. Quindi, il me attore insegna al me regista di ascoltare, guardare, gli attori, di farsi affiancare da loro nel viaggio del cinema, di non aver paura di pensare la propria visione o autorevolezza offuscata, perché tutto è per il bene del film, di cui l’attore è il principale veicolo.
Il miglior cinema italiano degli ultimi anni, secondo me, è targato a Napoli come attori e registi, Paolo Sorrentino, Mario Martone, Toni Servillo giusto per fare qualche nome. Che energia, che specificità di sguardo vengono da lì, secondo te?
Aggiungerei a questa lista Matteo Garrone, che non è napoletano di nascita, però ha raccontato Napoli in una maniera bellissima e non in un solo film. Persino Dogman, che sarebbe ambientato nella periferia romana, finisce a girarlo a Napoli, a Castel Volturno. Posso dire che, forse, noi napoletani abbiamo più il coraggio dell’autenticità, meno paura del giudizio, visto che ci giudicano sempre. Paolo Sorrentino, per me, è un autore straordinario, uno scrittore ammirevole, ha sempre cercato e seguito una sua strada, una sua visione, ed è per questo che è stato capace di realizzare quel cinema unico che fa lui. Il napoletano ha un’audacia innata, la sfrontatezza, un po’ quello che io definisco lo scugnizzo che è dentro ognuno di noi e che, in qualche modo, fa la sua battaglia, come Masaniello.
Ci sono dei tuoi progetti in corso o in divenire di cui ci puoi raccontare?
Dopo tre anni di scrittura sto provando a far leggere un mio lungometraggio ai produttori. Adesso sono tutti al Festival di Cannes. Spero tornino da lì ispirati positivamente.
Emanuele Vicorito e Mia Russell a Corti in Opera