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‘M.I.A.’: Miami, vendetta, neon e un sacco di droga

M.I.A. porta su Paramount+ un crime drama tropicale tra vendetta, caos e neon: la recensione della nuova serie del creatore di Ozark.

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C’è qualcosa di profondamente americano nel prendere una tragedia familiare, immergerla dentro un oceano di cocaina, alligatori, neon, e chiamarla “sviluppo del personaggio”.

M.I.A., nuova serie crime creata da Bill Dubuque, arriva su Paramount+ portandosi dietro un peso abbastanza ingombrante: essere “la nuova serie del creatore di Ozark”. Che nel linguaggio delle piattaforme significa due cose precise: personaggi moralmente devastati e gente che prende decisioni criminali sempre più catastrofiche con la stessa tranquillità con cui ordina un cappuccino.

Solo che stavolta il Missouri grigio e depresso di Ozark lascia spazio a Miami. E Miami, si sa, è una città che sembra progettata direttamente da Al Capone con velleità artistiche.

Miami come Las Vegas dopo un attacco di panico

Infatti la cosa migliore della serie è probabilmente proprio l’atmosfera.

M.I.A. trasforma la Florida in una specie di inferno tropicale, dove ogni personaggio sembra costantemente sudato; perché sono tutti così sudati? Armato o emotivamente sul punto di crollare. Le Florida Keys e Little Haiti diventano il perfetto contraltare alla Miami da cartolina: quella dei grattacieli lucidi costruiti sopra disperazione, sfruttamento e traffici variamente illegali.

Ed è qui che la serie trova la propria identità migliore. Nel momento in cui rinuncia al “prestige crime drama” e si lascia andare completamente al pulp, che troppo spesso manca.

Perché M.I.A. non vuole essere sottile.
E quando tenta di diventare “profonda”, spesso finisce per sembrare una lezione universitaria tenuta da qualcuno armato di machete.

Etta Tiger Jonze: la vendetta servita calda

Al centro di questa sporca vicenda c’è Etta Tiger Jonze, interpretata da Shannon Gisela. E togliamo il dubbio da subito: funziona.

Funziona perché Etta non è la classica eroina criminale onnipotente, o drammaticamente miserabile alla Rosa Ricci, che il pubblico dovrebbe idolatrare automaticamente. È impulsiva, rabbiosa, spesso autodistruttiva. Una ragazza che entra nel mondo criminale pensando di poter controllare la violenza salvo poi scoprire che la violenza, come le tasse e gli spoiler online, tende sempre a tornare indietro.

La serie racconta la sua trasformazione quasi come una mutazione identitaria. Quando Etta assume il nome di Danny Cruz, non sta semplicemente cambiando identità. Sta lentamente cancellando sé stessa pur di sopravvivere dentro un sistema che divora ogni cosa trasformandola in funzione della guerra criminale.

Ed è probabilmente lì che M.I.A. riesce davvero a distinguersi dalla massa di thriller usa-e-getta prodotti dalle piattaforme.

La vendetta qui non viene trattata come empowerment.
È corrosione.

Il problema è che ogni tanto la serie sembra scritta da un alligatore sotto cocaina

Naturalmente non è tutto perfetto.

Anzi.

La scrittura di M.I.A. soffre di un problema abbastanza evidente: la necessità compulsiva di alzare continuamente la posta. Ogni episodio deve avere un tradimento, una sparatoria, un colpo di scena, una rivelazione o qualcuno che urla dentro una stanza illuminata di viola.

A un certo punto la serie raggiunge quel territorio magico dove il confine tra thriller serio e telenovela criminale inizia a sciogliersi come ghiaccio sotto il sole della Florida.

Anche alcuni personaggi secondari sembrano costruiti più come archetipi da “crime universe” che come esseri umani veri. I Rojas, soprattutto, oscillano continuamente tra il minaccioso e il caricaturale.

E certe svolte narrative hanno la delicatezza di un alligatore lanciato contro una porta finestra.

Ma qui arriva il punto interessante: la serie spesso riesce comunque a trascinarti dentro il proprio caos.

Il vero cuore della serie è la “found family”

Le cose migliori di M.I.A. non arrivano quando qualcuno viene ucciso. Arrivano nei momenti più piccoli.

Nel rapporto tra Etta e Lovely. Nei personaggi marginali che cercano disperatamente di restare umani dentro una città che trasforma tutto in merce, denaro o corpo da sacrificare.

È lì che si sente davvero l’eredità di Ozark: non tanto nella criminalità, quanto nella costruzione di famiglie emotive improvvisate tra persone che normalmente non si sarebbero mai incontrate.

E Shannon Gisela riesce a reggere quasi tutto il peso della serie sulle spalle. Senza quella performance, M.I.A. probabilmente collasserebbe sotto il proprio melodramma.

M.I.A. non reinventa il crime drama. Ma almeno sanguina davvero

Il problema di molto crime contemporaneo è che sembra progettato direttamente da un algoritmo Netflix addestrato su “uomini tristi che guardano il mare mentre pensano al cartello”.

M.I.A. invece ha almeno una qualità rara: sembra viva. Disordinata. Eccessiva. Ridicola a tratti. Ma viva.

Non reinventa il genere.
Non raggiunge la precisione chirurgica di Breaking Bad o la tensione morale di Ozark. Però possiede una sua energia sporca, quasi febbrile, che rende facilissimo divorarsi gli episodi uno dopo l’altro.

Ed è forse proprio questa la definizione migliore della serie: un crime drama che ogni tanto sembra scritto durante un attacco di panico collettivo dentro una discoteca di Miami.

Che, onestamente, è già più personalità di quanta ne abbiano moltissime serie contemporanee.

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