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‘Good Omens 3’: il finale imperfetto di una serie diventata cult

Nel finale di Good Omens Aziraphale e Crowley affrontano la distruzione dell’universo causata da una nuova Apocalisse

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Disponibile dal 13 maggio la terza e ultima stagione di Good Omens, che arriva su Prime Video come epilogo inatteso e dolorosamente ridimensionato di una delle serie fantasy più amate degli ultimi anni. Quella che avrebbe dovuto essere una stagione conclusiva si risolve in un unico lungo episodio, un finale fragile e irregolare, che lascia lo spettatore nell’incertezza, ma che nonostante tutto riesce ancora a conservare intatto il suo animo sincero.

Dalla genialità alla crisi produttiva

Nata dal romanzo fantasy umoristico apocalittico pubblicato nel 1990 da Terry Pratchett e Neil Gaiman, Good Omens è sempre stata molto più di una semplice commedia fantastica. Il libro, intriso di humour britannico, elementi parodistici e riferimenti colti, costruiva una riflessione ironica e malinconica sull’Apocalisse, sul libero arbitrio e sulla natura profondamente contraddittoria dell’essere umano.

Dopo un primo tentativo fallito di adattamento cinematografico diretto da Terry Gilliam nei primi anni Duemila, nel 2017 Amazon Studios annunciò ufficialmente la realizzazione di una miniserie da sei episodi, arrivata sulla piattaforma nel 2019 e successivamente rinnovata per una seconda stagione basata su materiale originale.

La terza stagione avrebbe dovuto rappresentare la vera conclusione della storia. Ma le accuse di molestie mosse contro Gaiman hanno fatto deragliare un’intera filiera produttiva legata alle sue opere, portando Prime Video a ridurre drasticamente il progetto. Gaiman è stato allontanato dalla writers’ room, mantenendo il credito di co-sceneggiatore per motivi contrattuali, e la serie è stata condensata in un unico episodio finale.

Una narrazione che fatica a respirare

La trama procede a velocità eccessiva: colpi di scena, rivelazioni e svolte narrative si susseguono senza lasciare il tempo necessario per elaborarle davvero. L’episodio accumula molteplici sviluppi – la Seconda Venuta, il Libro della Vita, la cancellazione del Creato, il conflitto tra Paradiso e Inferno – ma spesso manca lo spazio necessario per sviluppare i personaggi e dare peso emotivo agli eventi.

Eppure, anche nei suoi momenti più confusi, Good Omens 3 continua a mantenere viva quella capacità unica di mescolare assurdo e riflessione filosofica. La serie torna ancora una volta a interrogarsi sulla religione, sul dolore nel mondo, sul senso della vita e sull’idea di un Dio apparentemente misericordioso ma distante.

Persino Gesù, tornato sulla Terra, appare spaesato, incapace di comprendere la complessità della contemporaneità. Il nichilismo e il pessimismo del presente sembrano paralizzare anche il divino. Lo scontro tra bene e male si rivela ancora una volta una costruzione artificiale, mentre il vero conflitto rimane quello tra il potere e la fragile umanità che tenta disperatamente di sopravvivere.

Il cuore della serie

Il rischio più grande era che i protagonisti, Aziraphale e Crowley, venissero ridotti a semplici macchiette nostalgiche, ombre delle stagioni precedenti. Un rischio che la serie sfiora più volte, ma che riesce infine a evitare grazie all’incredibile lavoro di Michael Sheen e David Tennant. La loro chimica continua a essere il vero centro emotivo della serie.

I due interpreti britannici hanno costruito negli anni una relazione scenica che richiama i grandi duetti del cinema classico americano: complementari nei tempi comici, perfettamente sincronizzati nella vulnerabilità emotiva. Sheen trattiene Aziraphale in una compostezza quasi tenera, mentre Tennant trasforma Crowley in una creatura ironica e disperata, costantemente in bilico. La loro è una storia d’amore anomala, impossibile da definire attraverso categorie convenzionali, ed è proprio questa naturalezza a renderla così potente per il pubblico. Una relazione queer costruita sulla spontaneità, sulla dolcezza e su un’intimità emotiva rara nel panorama seriale contemporaneo.

L’universo collassa, resta soltanto l’amore

L’atto finale abbandona progressivamente la dimensione spettacolare dell’Apocalisse per concentrarsi sull’essenziale: Aziraphale e Crowley chiusi nella libreria mentre l’universo scompare. Qui Good Omens smette di preoccuparsi della propria mitologia e torna a essere una storia profondamente umana. I due chiedono a Dio perché l’umanità sia stata creata per essere poi punita proprio a causa della sua natura imperfetta. Una risposta che non arriva, ma rimane la possibilità della scelta. Per salvare il libero arbitrio umano, Aziraphale e Crowley accettano la cancellazione della propria esistenza e la creazione di un nuovo universo privo di Paradiso, Inferno, angeli e demoni.

Conclusione malinconica ma coerente con il cuore della serie: rinunciare all’eternità per permettere agli esseri umani di essere finalmente liberi.

Un finale imperfetto 

L’ultima sequenza, accompagnata da Time After Time di Cyndi Lauper, mostra le reincarnazioni umane di Aziraphale e Crowley incontrarsi di nuovo nella Soho contemporanea, innamorarsi senza sapere davvero perché, e costruire finalmente una vita semplice insieme. Unico finale possibile per una serie che, nel corso degli anni, ha costruito il proprio immaginario proprio attorno alla delicatezza di questo legame.

Good Omens 3 non è il saluto che la serie meritava. Troppo veloce, disordinato, emotivamente sbilanciato. Ma è anche il finale realizzato da persone che volevano portare a termine questa storia nonostante tutto. E forse è proprio qui che la serie riesce ancora a trovare la propria grazia: nel ricordare che dentro l’essere umano convivono il peggio e il meglio, il caos e la tenerezza, la distruzione e la possibilità di scegliere.

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