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‘Devil May Cry 2’: Netflix trasforma tutto in un AMV da milioni di dollari
La recensione di Devil May Cry 2: Netflix trova finalmente il tono giusto grazie a Vergil, una scrittura più matura e una tamarraggine gloriosamente incontrollata.
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1 ora agoon
Ci sono ricordi che odorano di plastica calda, CRT e pomeriggi persi davanti a una PS2.
La prima che abbiamo giocato a Devil May Cry 3 probabilmente è uno di questi e nessuno di noi era pronto.
Non eravamo pronti a un uomo che combatteva demoni facendo parkour sopra una torre infernale mentre una soundtrack metal disintegrava i timpani dei vicini. E soprattutto non eravamo pronto a Vergil.
Perché Vergil aveva quella qualità rarissima dei grandi personaggi pop: ti faceva desiderare immediatamente di diventare molto più cool di quanto tu fossi realmente.
Il problema è che nel 90% dei casi il risultato finale era solo un ragazzino con troppa fiducia nei trench coat lunghi.
Ecco perché la seconda stagione di Devil May Cry era una trappola mortale. Bastava sbagliare il tono di mezzo millimetro e tutto sarebbe collassato in un gigantesco meme edgy convinto di vivere dentro una compilation dei Linkin Park del 2007. Soprattutto in virtù del fatto che dietro al progetto troviamo Netflix e non Shane Black.
Invece la serie prende quella follia estetica, la lucida, la porta all’estremo e finalmente capisce che Devil May Cry non deve essere realistico, misurato o “adulto”. Deve essere quello che è sempre stato.
E, sorprendentemente, la serie ce la fa.
La nuova musica in Blu
Partiamo proprio da qui. Devil May Cry ci tiene a farci sapere da subito che la musica è cambiata. Vediamo quindi il secondo figlio di Sparda che va ad assolvere all’assenza di Dante (dopo gli eventi della prima stagione) dalla primissima puntata; e diciamoci la verità: ogni volta che Vergil entra nell’inquadratura, la serie cambia temperatura.
Robbie Daymond gli dà una presenza glaciale perfetta, ma è soprattutto la scrittura a trovare finalmente il tono giusto. Vergil non è soltanto “figo”. È minaccioso. Elegante. Assurdamente teatrale. Un personaggio che sembra muoversi con la consapevolezza di essere già leggenda.
E sì, il fanservice è ovunque; sedie di plastica comprese.
Praticamente manca solo qualcuno che urli “THE STORM THAT IS APPROACHING” anzi non manca nemmeno quello.
Ma funziona. Perché la serie capisce una cosa fondamentale: Vergil deve essere eccessivo.
Il fanservice è totalmente fuori controllo e la cosa più divertente è che lo sanno benissimo anche gli autori. A un certo punto manca davvero solo qualcuno che guardi in camera e dica: “Sì, tranquilli, abbiamo visto i meme.” Perché mantiene quella cosa fondamentale che molti adattamenti moderni hanno paura di usare: l’attitudine.
Non spiega troppo. Non parla troppo. Non si mette a fare monologhi terapeutici sul trauma. Ti guarda come se fossi un fastidio amministrativo e poi apre portali dimensionali con Yamato.
Cinema.
Una tranquilla riunione familiare
Dietro i demoni c’è l’America
Se però la serie fosse tutta qui ne staremmo parlando con altri toni; se fosse tutto qui staremmo parlando di Spiderman No Way Home. Fortunatamente la cosa più interessante della stagione è che sotto le spade giganti e i demoni urlanti continua a esserci un discorso politico sorprendentemente esplicito.
Se la prima stagione ragionava abbastanza chiaramente, soprattutto nel finale, sull’Afghanistan post-11 settembre, qui è impossibile non vedere la naturale prosecuzione di quel momento; con inquietanti parallelismi all’Iraq e il concetto di guerra preventiva esportata come progetto industriale e ideologico.
E il villain; Arius, diventa quasi una caricatura perfetta dell’oligarca tech contemporaneo. Una specie di Elon Musk che ce l’ha fatta troppo bene. Troppo denaro, troppo potere, troppo ego, troppe persone convinte che il problema dell’umanità possa essere risolto da un miliardario con complesso messianico e accesso illimitato alla tecnologia e finanziamenti.
Il risultato è un antagonista molto più interessante del previsto. Non il classico “cattivo”, ma un imprenditore del caos convinto di poter riportare il mondo all’ordine facendogli un reset alle impostazioni di fabbrica. Una figura che sembra uscita direttamente dall’America contemporanea.
Dante e Vergil: altro che terapia familiare
Ma sono un po’ tutti i personaggi a brillare, non solo il villain. La chimica tra i due fratelli è probabilmente l’aspetto migliore della stagione.
Finalmente si confrontano e sembrano davvero due persone cresciute nello stesso disastro emotivo ma finite su binari opposti: Dante affronta il dolore facendo il cretino, Vergil affronta il dolore diventando una sentenza della Corte Suprema con lama.
Ogni dialogo tra loro ha quell’energia da litigio familiare che potrebbe degenerare in tragedia greca o in una rissa dal kebabbaro alle tre di notte…Con Dante che interpreta la parte del kebab.
Anche perché la chimica fra i 2 è perfetta. I due finalmente sembrano fratelli che si vogliono bene nel modo più tossico possibile: prendendosi a spadate ogni venti minuti. Eppure quando li vediamo agire insieme ci troviamo difronte ad una coppia pazzesca. Dimenticatevi Lethal Weapon. Qui siamo davanti a un buddy movie che si scrive da solo.
Ed è proprio qui che la serie trova il tono giusto: prende sul serio i personaggi senza prendersi troppo sul serio da sola. Una capacità rarissima nell’intrattenimento contemporaneo, dove metà delle produzioni si comportano come se stessero riscrivendo la Bibbia e l’altra metà come se avessero paura di provare emozioni autentiche.
Dante e Vergil che discutono amabilmente
Lady finalmente scopre il libero arbitrio
Un altro dei sensibili miglioramenti più evidenti riguarda Lady.
Nella prima stagione sembrava scritta da un call center militare:
“Yes sir.”
“Missione confermata.”
“Procedere all’eliminazione.”
Qui invece diventa finalmente una persona.
Lady inizia a interrogarsi davvero sul sistema di cui fa parte, sulle conseguenze della guerra e soprattutto sulla propria identità. Non è più soltanto la soldatessa rabbiosa del DARKCOM. Diventa un personaggio emotivamente ambiguo, stanco, umano, cosa che nel 2026 resta ancora più fantascientifica dei demoni interdimensionali.
Lo stesso vale per Dante.
La serie smette finalmente di trattarlo come il clown cool da videoclip e gli concede qualcosa che mancava nella prima stagione: peso emotivo.
Il problema del minutaggio: troppo inferno, troppi flashback
Ma i problemi certo non mancano; un problema è che Devil May Cry, nonostante duri appena otto episodi da circa quaranta minuti, a un certo punto gira vistosamente a vuoto.
Soprattutto nella parte centrale.
I continui flashback sul villain, sul vicepresidente e sulle backstory secondarie finiscono per spezzare il ritmo e appesantire una narrazione che invece funzionerebbe molto meglio lasciando respirare i personaggi nel presente.
È quasi come se la serie avesse paura di fermarsi e lasciar parlare semplicemente i personaggi.
E invece sono proprio loro il vero motore emotivo della stagione.
Dante e Lady fanno shopping
L’animazione migliora. Ma il 3D continua a tradire tutto
Visivamente la differenza rispetto alla prima stagione si vede eccome.
Le scene d’azione hanno più peso, più fluidità e finalmente alcune coreografie iniziano davvero a ricordare il caos stilizzato dei giochi Capcom.
Però resta un problema evidente: il 3D.
Ogni volta che alcuni modelli tridimensionali prendono il controllo della scena, l’anime perde improvvisamente consistenza e ricade in quella fastidiosa estetica “cheap Netflix animation” che continua a perseguitare molte produzioni occidentali contemporanee.
Non rovina tutto. Ma si nota. E parecchio.
Una serie finalmente meno imbarazzata di essere Devil May Cry
La cosa più importante però è un’altra.
Questa seconda stagione sembra finalmente aver capito che Devil May Cry non deve essere “normalizzato” per funzionare. Non deve diventare realistico. Non deve vergognarsi della propria tamarraggine operistica.
Anzi.
Più la serie abbraccia il melodramma demoniaco, le pose assurde alla Jojo, il trauma familiare trasformato in estetica metal e l’iperbole emotiva, più funziona.
Perché Devil May Cry è sempre stato questo: Shakespeare riscritto da qualcuno che aveva appena ascoltato troppo un metal e bevuto cinque lattine di Monster Ultra Energy.
E sinceramente?
Ci era mancato da morire.
Devil May Cry è disponibile su Netflix: qui