Milano infetta di Tommaso Cohen è un film documentario presentato al 44° Bellaria Film Festival prodotto dalla Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, istituzione che preserva e diffonde storie e memorie collettive dei movimenti sociali e dei loro protagonisti in Italia.
È da questa fonte inestimabile di materiale che Tommaso Cohen ricostruisce, in una ventina di minuti circa, la storia di uno dei più importanti e significativi spazi occupati autogestiti della contro cultura punk italiana: il Virus.
Una storia ricostruita quasi totalmente con materiale d’archivio
Nato nei primissimi anni Ottanta con l’occupazione di un complesso industriale dismesso in via Correggio 18 a Milano, il Virus ha rappresentato, per alcuni anni, un luogo di ritrovo e di attività dei punk milanesi, sempre osteggiato dagli abitanti del quartiere.
Nel breve documentario, realizzato per la quasi totalità con materiale d’archivio, tra cui interviste ai frequentatori del locale, concerti e titoli di quotidiani dell’epoca, viene ricostruita la storia di questo luogo, facendo emergere quello che il punk ha rappresentato: un movimento culturale che, tramite un’estetica sporca e provocatoria e un’attitudine anticonformista, rifiutava e distruggeva i canoni della cultura borghese e benpensante.
Come viene esplicitato nelle primissime immagini di Milano infetta dalla voce fuori campo, i punk urlavano in faccia al mondo la loro “incazzatura”, il fatto che non esistesse futuro per chi, come loro, non volesse assoggettarsi all’omologazione borghese.
Così fra borchie, piercing, musica e capelli colorati diritti come spilli a rappresentare l’odio nei confronti del mondo, i personaggi che Cohen riporta sullo schermo si muovono in una città che, inesorabilmente, stava cambiando pelle.
Perché, se da un lato la configurazione dei quartieri operai stava definitivamente perdendo le caratteristiche di solidarietà che fino ad allora li aveva contraddistinti, dall’altro stava prendendo il sopravvento una Milano arrembante, quella del craxismo e del rampantismo berlusconiano, della moda, delle speculazioni edilizie e finanziarie e delle disuguaglianze sempre più spinte.
Il Virus divenne così un luogo frequentato da chi non voleva altro che vivere secondo il proprio modo di essere, ribellandosi alle ingiustizie e urlando la propria rabbia e disperazione e, per questo, disprezzato e rifiutato dagli abitanti del quartiere.
Una testimonianza preziosa
Tommaso Cohen, con Milano infetta, ci riporta indietro nel tempo, facendoci rivivere quegli anni e quella realtà che, spesso, molti hanno preferito dimenticare, per comodità od opportunismo.
Il breve documentario diventa quindi una testimonianza preziosa di quella che fu un’esperienza importante per la cultura alternativa milanese. Una realtà in prima linea, fra l’altro, contro il fenomeno dilagante dell’eroina che lasciò, dopo lo sgombero, molti rimpianti fra i frequentatori e gli animatori. Fra questi lo scrittore Marco Philopat che vediamo, alla fine, camminare in una città che oggi
“cancella, distrugge e ingloba tutto […] una metropoli crudele i cui valori immobiliari crescono insieme alle disuguaglianze e ai milanesi costretti ad andarsene”
e fermarsi di fronte al portone di via Correggio 18, diventato ormai l’ingresso di una casa residenziale, provando un misto di tenerezza e malinconia. Un angolo di storia ormai lontana che resta vivo nel ricordo di chi ne è stato protagonista.