Bellaria Film Festival
‘La bolla delle acque matte’, l’intervista agli autori
La regista e il cast della commedia che racconta la ricostruzione di un territorio colpito dal terremoto nel 2016 in Umbria
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2 giorni agoon
In occasione della proiezione al Bellaria Film Festival del film La bolla delle acque matte, abbiamo incontrato la regista Anna Di Francisca, l’autore della colonna sonora Paolo Perna e gli attori Fausto Russo Alesi e Jaele Fo.
Leggi la recensione del film: La bolla delle acque matte: dalle macerie alla rinascita di Roberta Zaffora.
La bolla delle acque matte: una musica per riempire il silenzio delle macerie
Partiamo dalla musica, nel film sembra che la colonna sonora riempi il vuoto lasciato dalle rovine e dal terremoto del 2016, dall’incipit del film fino alla chiusura è una ballata che accompagna i protagonisti fino alla fine. Da dove sei partito per creare questa partitura musicale?
Paolo Perna: È vero che la musica riempie il vuoto, perché in realtà quella musica è l’emanazione delle Sibille che sono queste figure storiche fantastiche che come dice Anna sono una specie di protezione civile del luogo che intervengono da non si sa bene dove, ma intervengono sulle sorti del territorio e della comunità che lo abita e quindi questa emanazione fa sì che questa musica sia un po’come dei segnali che guidano le azioni di tutti i protagonisti del film. L’idea dietro la composizione della colonna sonora è proprio quella di descrivere l’atmosfera del luogo e di sottolineare con temi diversi le caratteristiche di ogni personaggio.
Il set come una bolla
Si può considerare la bolla del titolo il set stesso? Un luogo che fa appunto da cassa di risonanza ai personaggi, da regista qual è stato il processo di creazione della bolla e da interpreti cosa avete provato a entrare dentro questa bolla, cosa ha significato per voi entrare in contatto con un territorio spopolato, un territorio che ha delle ferite e dopo esserci entrati come vi siete sentiti all’interno?
Anna Di Francisca: Sì, la bolla è quel mondo lì e anche il ristorante che di fatto è una è un’altra bolla, un contenitore trasparente. Il processo creativo nasce dall’idea di parlare di spopolamento e di creare un parallelismo tra chi aveva perso tutto a causa del terremoto e chi ha perso tutto da migrante.
Ho letto diversi articoli in cui si raccontavano storie appunto di esseri umani che venivano dall’Africa e dal Medio Oriente che arrivarti in Umbria si sono trovati di fronte a una calamità che neanche conoscevano perché tanti Paesi non sanno cosa sia il terremoto e alcuni hanno addirittura perso dei propri cari nell’illusione di trovare una pace, un lavoro. Si sono ritrovati di fronte nuovamente a delle perdite. Questo fatto mi aveva colpito molto. E da lì poi il film ha virato in questa dimensione di parallelismo.
La bolla rispecchia anche la mia scelta di contaminare il racconto del reale con un certo realismo magico. Il paesaggio della bolla è quasi fiabesco a tratti. Allo stesso tempo può diventare anche inquietante. Nonostante elementi fortemente realistici come i corpi stessi dei personaggi e la loro lingua, il film si colloca in un’atmosfera sospesa, irreale.
Girare tra le macerie
Fausto Russo Alesi: Io non conoscevo quella zona in Umbria, quando ti ritrovi tra le macerie ancora senti che nascondano delle storie, mi ricordo che quando giravamo una scena c’era qualcuno della troupe che era del luogo, girare alcune scene proprio tra i ruderi è stata un’emozione molto forte, non riuscivamo quasi a stare fisicamente lì a girare perché è in quegli stessi paesaggi che ci sono delle storie interrotte, vite spezzate, speranze deluse.
Ti sembra veramente che tutto sia rimasto fermo nel tempo, quell’immobilismo è qualcosa con cui io mi sono confrontato personalmente anche con il ruolo che ho interpretato del sindaco Lorenzo. Uscire da questo immobilismo inseguendo un sogno semplice come quello di ricostruire una comunità intorno a un ristorante multietnico, è qualcosa a cui mi sono agganciato, che ho sostenuto il più possibile.
“Io sono interprete qui ma ci sono tante persone invece che si sbracciano veramente, quelle persone che poi rimangono invisibili. Quelle persone dedicano la propria vita a cercare veramente di far emergere qualche cosa in quei luoghi dove sembra impossibile che qualche cosa possa emergere. Possiamo dare visibilità attraverso il film a queste persone.”
Jaele Fo: Con il cast e la troupe ci siamo trasferiti a girare nelle macerie. Il terremoto c’è stato dieci anni fa, ci sono ancora i container abitati quindi comunque ti confronti con una realtà che ti dà uno schiaffo in faccia perché come un po’ tutti gli eventi catastrofici, hanno molto clamore all’inizio poi uno se ne dimentica. È anche un sintomo dei nostri tempi fondamentalmente.
Il set stesso, come dicevamo all’inizio è stato una bolla perché noi giravamo a Castelluccio ma dormivamo a Norcia che è comunque a 45 minuti di auto, quindi tutti i giorni per andare sul set ci facevamo queste strade meravigliose, stupende, che veramente ti riempivano gli occhi di meraviglia. Siamo stati in questa bolla scollegata dal mondo esterno.
Fausto Russo Alesi (sorridendo): Io ricordo l’emozione di Anna quando noi siamo arrivati lì perché questo film ha una lunghissima storia produttiva, simile a quella che raccontiamo, piena di ostacoli.
Chi siamo senza comunità
L’elemento del ristorante è centrale per la narrazione. Il cibo crea un senso di comunità. Trovo perfetta per il vostro film una delle domande poste dal Bellaria Film Festival al suo pubblico, Chi siamo senza comunità? Una domanda a cui il vostro film vuole rispondere
L’idea del ristorante che costruisce intorno a sé contaminazioni di cibo e persone nasce dall’idea delle acque matte citate nel titolo. Sono queste acque di torrenti carsici che non si sa bene dove vanno a finire ma si mescolano, come fanno i personaggi del film con le loro diverse culture.
Per quanto riguarda il senso della comunità, dopo un terremoto gli abitanti colpiti sognano la ricostruzione di un tessuto sociale e non è detto che vada ricostruita solo attraverso i nativi di quel luogo. Possono arrivare anche le contaminazioni di altre di altri Paesi.
I piatti del ristorante sono ovviamente un simbolo. Empatia è una parola che ormai sta diventando desueta ma che dovrebbe essere la base dell’accoglienza dell’altro. Penso che l’empatia e l’accoglienza dell’altro siano fondamentali per vivere meglio, per non pensare sempre solo al proprio tornaconto personale.
Un legame profondo con i luoghi del film
Ci sono cose che noi non vediamo nel film ma che voi avete vissuto e che vi porterete anche al di fuori di questa esperienza?
Fausto Russo Alesi: Mi è rimasto il rammarico di non essere riuscito a salire sul Monte Vettore, devo tornare lì e fare questa esperienza, è una cosa che non ho fatto e che che voglio fare.
Jaele Fo: Io l’ho fatto, sapere che sei sopra questa montagna che incute terrore quando lo osservi dal basso, è una presenza della natura grandiosa, sicuramente con me resteranno i luoghi, la bellezza della piana di Castelluccio, non sembra un ruolo reale. Arrivati nel punto più in alto della salita, in cui ti affacci sulla piana, eravamo tutti estasiati, ogni giorno di ripresa. Io sono umbra, ero già stata a Norcia, ma grazie a questo film ho riscoperto forse la bellezza dell’Umbria come se non mi appartenesse.
Un luogo accogliente
Anna Di Francisca: oltre ai posti ci riportiamo nel cuore anche le persone che vivono in maniera molto più lenta, più attaccata alla terra. Stando lì abbiamo iniziato a pensare che si può vivere in un altro modo rispetto a come vivono la maggior parte delle persone. Ci riportiamo il ricordo del cibo, abbiamo avuto la fortuna di pranzare tutti i giorni in questo posto meraviglioso, da Sonia. Quando si gira con una troupe per tante ore a 1450 metri, è importante sentirsi accolti. Da regista, la cosa che a me ha fatto tanto piacere è stata alla fine delle riprese quella di sentire che alla troupe mancava Castelluccio.
Eravamo tutti dispiaciuti di lasciare questo posto nonostante la fatica di ogni giorno. I chilometri fatti alzarsi presto non pesavano troppo. Suleman, l’attore che interpreta Idris, a fine riprese mi ha abbracciato e guardando il paesaggio mi ha detto, Ma quand’è che facciamo il prossimo film?
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