Bellaria Film Festival

‘N’s Last Game’: tra memoria d’archivio e mondi virtuali

Uno sguardo critico ma mai inquisitorio sulla triste pagina storica dei TSO

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In un panorama cinematografico contemporaneo spesso incline a spettacolarizzare il disagio o a ridurlo a un mero pretesto narrativo, N’s Last Game di Desirée Alagna si impone come un’opera di incredibile lucidità e di profonda densità teorica.

Prodotto dalla Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD) e presentato in anteprima mondiale alla 44ª edizione del Bellaria Film Festival nella categoria Concorso Gabbiano Shorts, il cortometraggio affronta una delle ferite più profonde e taciute della nostra società: il trattamento sanitario obbligatorio (TSO) e la violenza della medicalizzazione forzata dell’individuo. La regista siciliana si addentra in questo territorio scivoloso con un approccio formale ibrido, sfuggendo a ogni banalizzazione per restituire allo spettatore quello che ha la forma di un intimo requiem e di un rigoroso manifesto politico.

N’s Last Game

Il nucleo dell’opera ruota attorno alla scomparsa di N, la cui “pazzia” viene inquadrata non come una devianza da correggere, ma come una declinazione complessa dell’essere umano, brutalmente repressa da un sistema che mira alla normalizzazione. La narrazione si sviluppa attraverso una lettera d’addio che prende forma in un dialogo etereo con Vega, una delle voci interiori di N.

Dall’archivio…

Qui la prima intuizione importante: la voce “aliena”, solitamente stigmatizzata dalla psichiatria tradizionale come sintomo da curare, viene qui riabilitata e trasformata in un’entità amica, un appiglio intimo in un mondo ostile. Questo ribaltamento di prospettiva permette al film di denunciare il rifiuto socioculturale dell’altro e l’incapacità di accogliere la diversità.

Sul piano formale, l’impalcatura visiva di N’s Last Game si fonda su un dualismo estetico audace e gestito con maestria. Troviamo, infatti, un utilizzo ben dosato delle fonti d’archivio. Il found footage non è mai impiegato come un pigro riempitivo didascalico. Al contrario, ogni singola immagine selezionata possiede un peso significante, un frammento di memoria che si incastra alla perfezione nella tragedia di N.

Questa stratificazione di contenuti è esaltata da un montaggio – curato dalla stessa Alagna insieme a Teresa Debenedettis – che adotta una sintassi discontinua. I salti temporali, le improvvise fratture visive e le ellissi non si riducono a vezzi stilistici, ma diventano traduzioni formali della condizione psicologica del protagonista; una registrazione fedele della sua mente frammentata.

…al videogioco

A fare da contrappunto alle immagini d’archivio si pone l’elemento più sorprendente del cortometraggio: l’integrazione dell’universo videoludico. L’utilizzo del motore grafico di The Sims 4 per generare vere e proprie sezioni animate si rivela una scelta di regia potente e densa di significato.

Non si tratta di una sterile deriva digitale, bensì di un uso concettuale del machine cinema. In un’esistenza in cui il controllo del proprio corpo e delle proprie scelte è sistematicamente messo in discussione dalla saturazione mediale e non, il videogioco – il simulatore di vita per eccellenza – diventa, paradossalmente, l’unico spazio residuo in cui poter esperire (ed esprimere) la propria identità. In questo palcoscenico virtuale, l’architettura poligonale si fa teatro di una disperata ricerca di libertà, dialogando in modo armonioso con le ruvide immagini di repertorio.

A suggellare l’architettura emozionale del film interviene un’ottima e avvolgente colonna sonora, capace di accompagnare le immagini senza mai sovrastarle, fungendo da collante tra la freddezza alienante della grafica videoludica e il calore organico della pellicola d’archivio.

Un esperimento equilibrato

Affrontare una materia così incandescente esporrebbe, inevitabilmente, l’opera al rischio della stucchevole retorica o del pietismo. Eppure, Alagna mantiene un ammirevole rigore. Il suo sguardo, profondamente critico e personale, riesce nella complessa impresa di non ergersi mai a giudice, lasciando respirare la componente umana del racconto. Lasciando scaturire la denuncia della brutalità del sistema naturalmente dalla dimensione audiovisiva e narrativa.

Anche per chi non predilige abitualmente i linguaggi ibridi o le destrutturazioni troppo spesso fallimentari del cinema sperimentale, N’s Last Game si dimostra un’opera inattaccabile. Un video-saggio ibrido, scorrevole ma puntuale, che chiede allo spettatore di ricalibrare le proprie certezze sulla “norma”, ricordandoci quanto possa essere sottile, e fatale, la linea che separa la presunzione di cura dall’esercizio della violenza.

 

 

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