Una bicicletta rossa legata a un cancello, è da questa suggestione visiva che prende forma Tutti i giorni di pioggia, cortometraggio diretto da Tommaso Landucci su soggetto di Giacomo De Amicis, presentato nella sezione Gabbiano Shorts del Bellaria Film Festival. L’immagine iniziale non è soltanto un elemento diegetico, ma si configura come matrice simbolica dell’intero impianto narrativo: un segno statico attorno al quale si organizzano attese, proiezioni e desideri dei protagonisti.
Tutti i giorni di pioggia: narrazione per sottrazione
Per tredici minuti il film segue Sang (Alessio Liu) e Nora (Emilia Verginelli), due individui che condividono spazi e tempi senza mai giungere a un vero incontro. La struttura narrativa si fonda su una logica di sottrazione: l’azione è costantemente rimandata, il gesto decisivo è sospeso. Landucci evita deliberatamente ogni forma di esplicitazione psicologica, costruendo invece un sistema di relazioni basato su micro-variazioni e ripetizioni.
In questo contesto, la mancata comunicazione non è semplice assenza, ma dispositivo attivo: è proprio ciò che non accade a generare tensione e significato. Il film si inscrive così in una riflessione più ampia sull’incomunicabilità contemporanea, rielaborata però attraverso un linguaggio essenziale e controllato.
La regia si distingue per precisione e consapevolezza formale. Le inquadrature seguono traiettorie visive coerenti con gli sguardi dei personaggi, articolando lo spazio secondo direttrici narrative implicite. L’uso della pellicola e del formato in 4:3 contribuisce a costruire un’immagine densa, quasi anacronistica, che sospende il racconto in una temporalità indefinita. Questa scelta estetica rafforza la dimensione percettiva dell’opera: lo spettatore è chiamato a interrogare l’immagine, a sostare nei suoi margini, a cogliere le tensioni interne tra presenza e assenza.
Architettura come dispositivo narrativo
Elemento centrale del cortometraggio è il rapporto con lo spazio costruito. Il film nasce infatti in relazione al progetto di riqualificazione dell’ex Cinema Maestoso di Milano, sviluppato dallo studio De Amicis Architetti. In questo senso, l’architettura non si limita a fungere da sfondo, ma assume una funzione attiva all’interno del racconto.
Le superfici, le aperture e i percorsi diventano strumenti di mediazione: filtrano la prossimità tra i personaggi, organizzano le distanze, strutturano il campo visivo. L’edificio si configura così come un dispositivo relazionale, capace di influenzare e modellare le dinamiche interpersonali.
Corpi, gesti e pseudo-relazioni
La relazione tra Sang e Nora si costruisce attraverso una grammatica minima di gesti: sguardi fugaci, rallentamenti, impercettibili variazioni nei comportamenti quotidiani. Il punto di vista privilegia Sang, la cui attenzione nei confronti di Nora si traduce in una forma di osservazione sospesa tra curiosità e proiezione.
La tensione narrativa culmina in un incontro mancato durante una giornata di pioggia, momento in cui la possibilità di un contatto si fa concreta senza tuttavia realizzarsi. L’immobilità finale del protagonista suggerisce una riflessione sul rapporto tra immaginazione e realtà: il desiderio, una volta tradotto in atto, rischia di perdere la propria intensità simbolica.
Estetica della possibilità
Tutti i giorni di pioggia si inserisce nel solco di una tradizione che indaga il tema dell’incomunicabilità, ma lo fa attraverso un approccio rigoroso e coerente, in cui forma e contenuto risultano strettamente intrecciati. Il film rinuncia a una narrazione esplicita per costruire un’esperienza percettiva e temporale, fondata su attese, intervalli e possibilità non realizzate.
In questa prospettiva, il linguaggio cinematografico diventa strumento critico capace di restituire l’architettura non come oggetto statico, ma come spazio vissuto e attraversato. Ne emerge un’opera che rivela in Tommaso Landucci una voce promettente del panorama cinematografico italiano contemporaneo.