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‘Mortal Kombat II’, il ritorno senza arti (strappati) né parte del celebre picchiaduro

Torna al cinema un nuovo film della saga di Mortal Kombat, tratta dal celebre videogioco picchiaduro.

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Warner Bros porta in sala il 6 maggio Mortal Kombat II a cinque anni dal precedente capitolo. Si tratta del quarto film in assoluto tratto dalla celeberrima saga di videogiochi fantasy-picchiaduro a incontri creata da Ed Boon e John Tobias. Il film è diretto ancora da Simon McQuoid, è scritto da Jeremy Slater (Godzilla vs. Kong) ed è prodotto da New Line Cinema, Atomic Monster, Broken Road Productions e Fireside Films.

Questo secondo capitolo esce curiosamente lo stesso anno del reboot del suo rivale storico, ossia Street Fighter.

Nel cast troviamo le new entry Karl Urban (Johnny Cage) e Adeline Rudolph (Kitana) da aggiungersi a Tadanobu Asano (Lord Raiden), Jessica McNamee (Sonya Blade), Ludi Lin (Liu Kang) e Mehcad Brooks (Jax Briggs).

Si tratta di un film migliore rispetto al precedente del 2021?

Mortal Kombat II– la trama

Il Regno Esterno, superpotenza interdimensionale retta dal mostruoso Shao Kang, sfida nuovamente il Regno della Terra dopo la fresca sconfitta. Chiaramente la contesa è a base di Mortal Kombat, una serie di combattimenti senza regole tra dieci campioni scelti tra le due fazioni antagoniste. Le selezioni per la Terra vengono svolte dal commissario tecnico, il dio del tuono Lord Raiden (Tadanobu Asano), con scelte discutibili. Infatti, decide di aggregare Johnny Cage (Karl Urban), ex campione di karate ora attore-stuntman in pieno declino. Shao Kang, tuttavia, straccia il regolamento e si rende immortale attraverso l’Amuleto di Shinnok. Il team del Regno della Terra si troverà quindi a dover gestire: il torneo, il recupero dell’amuleto e, come se non bastasse, pure i morti risvegliati dal negromante al servizio di Shao Kang.

Mortal Kombat II – il trailer

Una saga in cerca di autore nel multiverso degli universi narrativi.

A cinque anni dal primo capitolo, torna Mortal Kombat, con più personaggi, umani e non, e abbondanza di splatter. Il precedente film era stato apprezzato dai fan più interessati alla fedeltà dei character design o delle fatality, le celebri mosse con cui letteralmente si smembra l’avversario. Oltre al fan service, però, l’opera prendeva la mitologia del videogioco per farne un fantasy generico senza alcuna personalità. Chiaramente, con lo stesso regista, i difetti si sono mantenuti, sebbene il risultato sia meno insipido. Inoltre, il materiale di base così generico richiedeva un maggior lavoro sui personaggi, che di fatto erano cosplay con punchline da asilo nido. Qui la scrittura peggiora con battute metacinematografiche stile Marvel spaziando da Harry Potter al Signore degli Anelli. Tutto questo per cercare di omologare la serie ad altri prodotti mainstream. Nei pur scadenti film degli anni ’90 (Mortal Kombat Mortal Kombat: Annihilation) non c’era ambizioni di fare world building, semplicemente si voleva trasporre un videogioco di combattimenti arcade nel modo più circense possibile.  Chiaramente da allora è cambiato il modo di gestire le proprietà intellettuali, ma qui è evidente l’incompatibilità di questa IP rispetto alla sua estensione a universo narrativo.

Mortal Kombat. Un cast decisamente sovrappopolato.

Un altro effetto di questa volontà di grandezza e la presenza di un numero di personaggi veramente nocivo. Sono molteplici i momenti in cui ci si chiede chi sia chi per non parlare degli inserimenti solo per accumulare easter egg. Il risultato è che nessun personaggio raggiunge rotondità e le morti eccellenti scivolano via senza il minimo pathos. In astratto non c’è nessun problema per questo tipo di film a non occuparsi di offrire personaggi strutturati, ma nel momento in cui si aggiungono ambizioni di world building questa pochezza salta all’occhio. Pochissimo aggiunge il guascone Johnny Cage di Karl Urban, il cui video di introduzione ha in nuce il tono inadeguato di Simon McQuoid. Infatti, Cage viene introdotto con una clip di un suo vecchio film che dovrebbe ricordare Last Action Hero ma senza la stessa leggerenza e senso dell’eccesso.

Da Mortal Kombat II arriva un’inaspettata e attuale lezione di risoluzione dei conflitti armati

L’aspetto sicuramente più involontoriamente singolare del film è dato dalla natura stessa del torneo del Mortal Kombat. Infatti, in un’attualità in cui leader mondiali speculano con la vita di milioni di persone, un torneo di arti marziali che coinvolge in primis i capi-fazione sembra un consesso civile. L’orrendo Shao Khan, infatti, fa valere le proprie ragioni in prima persona, senza campagne militari. Addirittura c’è spazio per la lotta al patriarcato, visto che le sorti della Terra sono affidate, tra gli altri, alla principessa Kitana, decisa a prendere a ventagliate affilate il patriarca Shao Kang.

Mortal Kombat, al netto di questi aspetti singolari, è sicuramente un film insufficiente in primis per l’assenza di una sua specificità e per la sua inadeguatezza ad essere elevato a solido universo narrativo. Un agglomerato di sovrabbondanti effetti CGI che non lascia segni sul corpo dello spettatore.

 

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