IFF Integrazione Film Festival

‘Altrimenti inventa’: il documentario d’archivio che colma un vuoto

La ri-costruzione di una vicenda familiare e collettiva tra archivi e contro-archivi

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Tra i tanti vuoti negli archivi ufficiali italiani ce n’è uno che riguarda la rappresentazione delle comunità nordafricane migrate in Italia prima degli anni Novanta. Una lacuna anzitutto culturale e politica: tutto quello che non custodiamo tende progressivamente a scomparire dal discorso pubblico.

È da questa frattura che prende forma Altrimenti inventa, documentario di Meriam Jarboua. Il film, ora in concorso nella sezione documentari dell’IFF – Integrazione Film Festival 2026, è stato vincitore del Premio Zavattini 2024/2025 promosso da AAMOD. Una riflessione sulle immagini come strumento di memoria e di costruzione identitaria.

Altrimenti inventa: una storia che non c’è

Il punto di partenza è legato alla memoria familiare. Infatti, il padre della regista è uno dei tanti partiti dalla Tunisia per raggiungere l’Italia negli anni Ottanta. L’obiettivo è di ricostruire le tracce delle migrazioni nordafricane in territorio italiano in un periodo in cui la loro presenza appare sistematicamente non documentata. Quando pur queste immagini emergono, risultano spesso problematiche: prodotte da uno sguardo esterno, tendono a oggettivare i soggetti, riducendoli a figure marginali o stereotipate o ancora violate. Si produce così una doppia dinamica paradossale: da un lato l’assenza quasi totale di tracce, dall’altro una presenza distorta, costruita secondo codici che non appartengono a chi è rappresentato.

Questa condizione è l’occasione per uno spazio di ricerca che non può limitarsi alla semplice raccolta di materiali esistenti, ma che implica un confronto diretto con i limiti stessi della documentazione. Scopo di Altrimenti inventa, infatti, non è unicamente interrogare le assenze, ma mettere in discussione le modalità con cui il passato è stato selezionato, reso accessibile, e quindi ricordato.

Se le immagini non bastano

Dall’impossibilità di recuperare ciò che non c’è, nasce l’occasione per una di elaborazione critica, per una ricomposizione.

Come suggerisce il titolo del documentario, colmare il vuoto implica talvolta un atto di reinvenzione. Tuttavia, non si tratta di una falsificazione del reale, ma di un restituire forma a ciò che i canali ufficiali hanno volontariamente omesso. La strada possibile per la regista è l’ascolto delle voci del padre e di altri uomini come lui: un insieme discontinuo di ricordi personali, racconti parziali e frammenti di esperienza che sopravvivono soprattutto nella trasmissione orale.

Laddove l’immagine ha fallito o risulta del tutto assente, le parole diventano luogo possibile di sopravvivenza della memoria. A questo contro-archivio fatto di suoni e parole, Meriam Jarboua affida tutto ciò che di concreto rimane di queste storie. In questo modo, ciò che non è visibile può essere ascoltato attraverso chi ha vissuto queste storie in prima persona.

In questa prospettiva, il film si interroga anche sul ruolo dell’archivio come dispositivo di potere: non solo luogo di conservazione, ma anche spazio di selezione e quindi di esclusione.  Altrimenti inventa mette  in crisi l’idea di un passato stabile e verificabile, mostrando invece una memoria incompleta, fatta ricostruzioni e continui slittamenti di senso. Ne emerge una riflessione più ampia sul diritto di esistere all’interno delle immagini e delle narrazioni collettive e su come le storie marginalizzate possano trovare nuove forme di legittimazione.

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