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‘Man on the Moon’: Jim Carrey dentro il caos geniale di Andy Kaufman
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4 giorni agoon
Ci sono artisti che salgono sul palco per piacere al pubblico. E poi c’è Andy Kaufman, che saliva sul palco per confonderlo, irritarlo, portarlo in una zona assurda e, possibilmente, lasciarlo con quella faccia da “No Andy, ti prego, dimmi che non lo stai facendo davvero”.
Diretto da Miloš Forman nel 1999, Man on the Moon vede Jim Carrey nei panni di Andy Kaufman, comico, performer, provocatore così imprendibile che provare a definirlo sembra già un numero dei suoi.
Il film racconta la sua parabola artistica, dagli inizi nei club fino al successo televisivo con la sitcom Taxi, ma soprattutto prova a inseguire il mistero di un uomo che non voleva semplicemente far ridere: il pubblico voleva una battuta? Lui gli dava un problema.
Un biopic sul comico impossibile da mettere in riga
Con Man on the Moon, Forman prova a fare una cosa complicatissima: raccontare in modo lineare un artista che della linea retta se ne fregava abbastanza. Kaufman viveva di deviazioni, false partenze, personaggi portati oltre il limite. Appena il pubblico pensava di averlo capito, lui cambiava direzione, tono, maschera. E lasciava gli altri lì, con l’aria sbigottita di chi non ha capito niente.
Il successo con la sitcom Taxi, dove diventa celebre grazie a Latka Gravas, è il punto perfetto per capire il problema. Quel personaggio lo porta nelle case degli americani, lo rende riconoscibile, amato, familiare. Ma per Kaufman quella popolarità era anche una trappola: il pubblico iniziava a volerlo sempre uguale, sempre “quello di Taxi”, sempre pronto a rifare la stessa magia a comando. E lui, magia a comando, non voleva farne. Perché diventare ripetibile, per Kaufman, significava smettere di essere libero.
Non voleva diventare “quello simpatico”. Non voleva essere addomesticato, comodo, pronto per il consumo del pubblico. Il suo talento stava proprio nel rompere il patto più semplice dello spettacolo: io ti faccio ridere, tu mi applaudi, tutti torniamo a casa felici e contenti. Fine della favoletta.
Ed è qui che il film trova il suo paradosso più interessante. Da una parte cerca di dare forma al Kaufman-caos; dall’altra si sente che quella forma gli va stretta. È come provare a mettere camicia e cravatta a uno che entra in scena con una tanica di benzina e un sorriso angelico: elegante, sì. Ma pronto a far saltare il palco.
Jim Carrey, una performance fuori controllo
Il cuore del film è Jim Carrey. Non serve girarci troppo intorno: senza di lui, Man on the Moon sarebbe un buon biopic su un artista complicato. Con lui, diventa qualcosa di elevato all’ennesima potenza: esplosivo, come se Kaufman avesse lasciato il gas aperto dentro il film.
La sua non è una semplice imitazione. È una possessione che forse a volte prende il sopravvento, e proprio per questo magnetica. Carrey non prova a rendere Kaufman più dolce, più simpatico, più facile da mandare giù. Per fortuna. Lo lascia com’è: tenero e irritante, fragile e insopportabile, buffo e disturbante.
Il grande critico americano Roger Ebert parlò di una performance “eroica”, sottolineando come Carrey riuscisse a sparire dentro il personaggio di Kaufman. Non a caso, l’attore vinse il Golden Globe come miglior attore in un film commedia o musicale, confermando una fase impressionante della sua carriera: appena l’anno prima aveva conquistato lo stesso premio, nella categoria drammatica, per The Truman Show. Una doppietta che dice molto di un attore spesso liquidato troppo in fretta come “quello delle smorfie”.
A confermare quanto Carrey sia stato unico, quasi fuori categoria, c’è anche Jim & Andy (Jim & Andy: The Great Beyond), il documentario Netflix del 2017 dedicato proprio alla sua trasformazione in Kaufman. Un’interpretazione totalmente immersiva, così intensa da meritare un racconto a parte.
Tony Clifton, il fastidio fatto arte
Uno dei momenti più riusciti del film è l’arrivo di Tony Clifton, alter ego volgare, arrogante, sgradevole, praticamente un incubo da piano bar con l’autostima di un dittatore.
Tony Clifton è tutto ciò che il pubblico non vorrebbe vedere. È fastidioso, eccessivo, maleducato, fuori misura. Geniale? Sì. Comodo? Neanche per sbaglio. E proprio per questo è perfetto. Perché Kaufman aveva capito una cosa crudele: la provocazione piace a tutti, finché resta educata e contestualizzata.
La sua comicità non sfiorava il fuori luogo: ci entrava in pieno e con le scarpe sporche. Creava il caos e poi, con la faccia innocente di chi non c’entra nulla, lasciava gli altri a raccogliere i cocci.
Una nota musicale: i R.E.M. e quella luna già abitata
Anche la colonna sonora non è un dettaglio messo lì per fare atmosfera. Il titolo del film arriva da Man on the Moon dei R.E.M., brano del 1992 già dedicato ad Andy Kaufman, come se il cinema fosse arrivato dopo a inseguire una leggenda che la musica aveva già cominciato a raccontare. Per il film la band firma anche The Great Beyond, mentre la soundtrack mescola brani originali, momenti orchestrali e piccole schegge del mondo Kaufman, dal tema di Taxi a This Friendly World, interpretata da Michael Stipe e Jim Carrey. Una luna piena di maschere, musica e strani fantasmi. Perfetta, insomma.
Una comicità senza carezze
La cosa più bella di Man on the Moon è che non parla solo di un comico. Parla del rapporto bizzarro tra artista e pubblico.
Noi spettatori vogliamo capire. Vogliamo sapere quando ridere, quando commuoverci, quando applaudire. Kaufman invece ci toglieva il libretto d’istruzioni. Ci metteva davanti all’assurdo e poi, molto toscanamente: tanti saluti e pedalare.
La sua comicità non era moderata e gentile. Non voleva farti sentire a tuo agio: ti faceva ridere e, un attimo dopo, ti lasciava lì a chiederti se fosse davvero il caso. Ed era proprio lì che vinceva, quando la risata smetteva di essere comoda.
Alla fine resta lui: imprendibile, fastidioso, unico
Man on ther Moon è un film imperfetto ma vivo, malinconico ma mai zuccheroso, illuminato da una delle prove più potenti di Jim Carrey. Miloš Forman firma un biopic sorprendente, forse meno feroce di quanto avrebbe meritato Andy Kaufman, ma comunque capace di restituire il fascino controverso di un artista che non voleva essere incasellato in un ruolo.
Alla fine, il suo più grande trucco è stato proprio questo: farci credere che fosse fuori controllo, quando invece aveva tutto sotto controllo. Kaufman non sbagliava tempi, toni o misura: quella era la sua comicità. Anticonvenzionale, a tratti anarchica, surreale, fastidiosa, libera. Non chiedeva permesso e non cercava mezze misure.
O lo ami o lo odi. Fine della storia.