Far East Film Festival
‘Ghost In The Cell’, anche i fantasmi lottano per il proprio Paese
Tra risate e terrore, il prison movie di Joko Anwar diventa un atto d’accusa politico
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2 giorni agoon
Ghost In The Cell di Joko Anwar, protagonista indiscusso della recente rinascita del cinema di genere indonesiano, approda in anteprima italiana alla 28ª edizione del Far East Film Festival di Udine. Una commedia-horror divertentissima, che non è solo puro intrattenimento, ma apre le porte di un penitenziario sulle criticità sistemiche di un intero Paese. Joko Anwar manipola sapientemente una dualità contrastante, trasformandola in un miscuglio vincente che rende Ghost In The Cell un titolo assolutamente da recuperare.
Un fantasma infesta il Blocco C
Il Blocco C di un carcere indonesiano è teatro delle tipiche dinamiche di potere delle prigioni. Un ambiente spietato, dove ognuno cerca di sopravvivere giorno dopo giorno. In questo inferno Angorro (Abimana Aryasatya), che a causa del proprio senso di giustizia si mette costantemente nei guai, cerca di sopravvivere assieme al suo gruppo di criminali di basso rango. Niente che il Cinema non abbia già mostrato, fintanto che Dimas (Endy Arfian), un giornalista ingiustamente accusato di aver trucidato il proprio capo nel suo stesso ufficio, viene trasferito nella struttura.
In realtà, l’omicidio per cui è stato incastrato è l’opera di una vendicativa entità paranormale che, seguendolo, penetra anch’essa all’interno del Blocco C. I detenuti iniziano a morire in modi orripilanti e il penitenziario sprofonda nel terrore. Non sembrano esserci vie d’uscita, ma la rivelazione di un membro del gruppo di Angorro, capace di vedere delle auree intorno ai corpi delle persone, ridona speranza ai malcapitati: il fantasma sembra nutrirsi solamente di chi possiede un’aura negativa.
Un prison movie stravagante
Joko Anwar unisce commedia, azione e horror-paranormale e, nelle sue mani, il risultato di tale combinazione è un prison movie senza precedenti. Ghost In The Cell irradia una spasmodica dinamicità, fatta di accostamenti improbabili che si susseguono scorrevolmente grazie a una sceneggiatura solida e ben scritta. La presenza di alcuni cliché è inevitabile e necessaria a restituire una certa credibilità all’ambientazione. Gli scontri tra bande, la mensa come luogo prediletto per stabilire con violenza le gerarchie carcerarie, gli abusi di potere da parte delle guardie e i loro favoritismi sono solo alcune di quelle caratteristiche che riflettono, seppur in modo esasperato, la reale vita nelle prigioni.
Nonostante queste coordinate, utili al non disorientare, Anwar riesce a stupire. Introduce degli elementi che permettono a Ghost In The Cell di pulsare di una propria identità, ben lungi dal voler esclusivamente reiterare il già visto. Due in particolare pulsano di stravagante originalità. Il primo è inerente al lato gore-horror del film; la brutalità con cui il fantasma uccide è seconda solo alla fantasia visiva con cui ricompone, quasi fossero delle installazioni artistiche, i corpi smembrati delle sue vittime. Il secondo concerne il lato comico: per sfuggire all’entità, i detenuti devono trasformare la propria aura negativa in aura positiva. In che modo? Facendo qualsiasi cosa che possa rasserenare il proprio animo. Questo da vita a delle gag comiche inaspettate e irresistibili: furiosi combattimenti vengono interrotti da gare improvvise di twerking e break-dance così come momenti di fughe in preda al terrore terminano in momenti di preghiera, canti e danze.
Un’invettiva dalle vesti pop
In Ghost In The Cell la critica politico-sociale di Joko Anwar non è relegata a un sottotesto. L’inizio del film non lascia alcun dubbio. L’inchiesta avviata da Damis sulle appropriazioni ingiuste di terreni, abitati da indigeni nella foresta del Borneo, per la produzione di nichel, viene subito silenziata dal suo datore di lavoro. Poco dopo viene mostrato un ambiente carcerario che altro non è se non il microcosmo specchio di quanto affligge ancora l’Indonesia contemporanea, nonostante il rapido processo di democratizzazione successivo al 1998, anno in cui terminò l’era autoritaria per il Paese.
In pochi minuti il quadro generale è chiaro. Joko Anwar sfrutta il potere del cinema di genere, per imbastire una derisoria invettiva, dalle vesti dichiaratamente pop, che non risparmia niente e nessuno: corruzione, clientelismo, deforestazione incontrollata e lo stesso sistema carcerario indonesiano sono alla mercé dell’affilata scrittura del regista. Il dicotomico accostamento tra commedia e horror è una fusione intenzionale di opposti che, come un sorso d’acqua, aiuta a deglutire un boccone troppo grosso. Una risata o un attimo di terrore distolgono per un solo istante il focus emotivo e cognitivo sulla critica sociale. Un istante sufficiente ad alleggerire il carico dell’opera, per poi ripesarla al termine della visione.
Ghost in the Shell e Ghost In The Cell: due forme di coscienza
Ma nel film di Joko Anwar è la figura del fantasma ad essere il vero punto di forza, l’innovazione. Ghost In The Cell è un’evidente storpiatura di Ghost in the Shell, anime di Mamoru Oshii, tratto dall’omonimo manga di Masamune Shirow. Un rimando non casuale. I due titoli sono quasi identici, ma bastano poche lettere a stravolgerne completamente la percezione. Il titolo giapponese suona più poetico ed esistenziale di quello indonesiano, ma nonostante ciò la similitudine va ricercata nel termine che rimane immutato: “ghost”, che, in entrambi i casi, può essere letto come “fantasma” e al contempo come “coscienza”. Non è una semplice coincidenza che lo spettro di Ghost In The Cell si presenti con le sembianze delle proprie vittime. Le mette di fronte a loro stesse, ai propri lati oscuri, ai propri mali, per l’appunto, di fronte alla propria coscienza.
Ma a differenza di Mamoru Oshii, dove la coscienza porta a delle riflessioni postumanistiche sul concetto di identità, di proprietà e di rapporto tra corpo, anima e macchina, nel film di Anwar vi è una coscienza politico-sociale che rivoluziona il sistema. Il fantasma di Anwar agisce nel carcere, microcosmo della realtà indonesiana, con l’intento di rimediare a ciò che di negativo permane. L’entità ideata da Joko Anwar affonda la propria essenza nel folklore del sud-est asiatico, ma, come in un processo evolutivo, dà vita a una nuova “ramificazione genetica”.
Il fantasma di Ghost In The Cell, similmente ad alcuni suoi precedenti, è vendicativo, ma è differente in quanto è splendidamente un fantasma politico e sociale, un fantasma rivoluzionario.