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Strane abitudini delle star sul set: il lato meno patinato di Hollywood

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“We actors are an especially superstitious lot.” — Jeff Perry

Il set cinematografico viene spesso venduto come il regno del talento, della tecnica e della visione. Tutto molto bello, molto elevato, molto serio. Poi, però, lo guardi da vicino e resta quello che semplicemente è: un luogo pieno di persone.

Persone famose, certo, ma pur sempre persone, con i propri tic, fissazioni, rituali, piccole nevrosi e modi, spesso parecchio personali, di reggere la pressione, l’attesa, il lavoro e il proprio ego. Nel loro caso, la differenza è che tutto questo finisce esposto molto più del normale.

Ed è proprio il dietro le quinte a far emergere quel lato meno controllato delle star: non perché siano creature misteriose, ma perché sono esseri umani come tutti gli altri, solo circondati da un set, con una troupe che osserva e un pubblico pronto a trasformare ogni stranezza in racconto. In fondo, è anche da qui che nasce il fascino delle strane abitudini delle star sul set.

Quando il personaggio divora tutto il resto

Lady Gaga ha dichiarato che il lavoro su House of Gucci è stato totalizzante. In un’intervista ha raccontato di aver vissuto come Patrizia Reggiani per un anno e mezzo e di averne mantenuto l’accento per nove mesi. Non proprio la classica preparazione con appunti e buone intenzioni: qui si entra in quella zona in cui il personaggio smette di essere un ruolo e comincia a sembrare una convivenza forzata.

Sullo stesso versante, ma con esiti ancora più strani, troviamo Jim Carrey durante Man on the Moon: il materiale riemerso attorno a Jim & Andy e i suoi stessi racconti lo descrivono come talmente immerso nella figura di Andy Kaufman da restare in personaggio anche fuori scena. L’attore è arrivato a definire quell’esperienza “psychotic at times”.

È lì che la preparazione sembra smettere di essere solo lavoro e prende una piega molto più personale, quasi spiritata, come se il personaggio non si limitasse a stare in scena ma, per un po’, finisse per invadere tutto il resto.

Quando ci si inventa un rituale tutto proprio

Non tutte le stranezze da set sono solenni o tragiche, per fortuna. A volte sono solo gesti ripetuti, piccoli automatismi privati, manie che sembrano nate per caso e poi diventano una specie di liturgia personale.

È il caso di Adam Scott sul set di Parks and Recreation: secondo un racconto ripreso da Entertainment Weekly, quando l’attore sbagliava una battuta si metteva a fare 25 o 30 flessioni per ritrovare la concentrazione. Una roba a metà tra disciplina militaresca e autoflagellazione da attore precisino, che in una comedy fa persino più effetto.

Ed è forse proprio questo il punto: sotto il lavoro, sotto la routine, ciascuno costruisce i propri piccoli sistemi per non sbriciolarsi. Solo che, quando sei famoso, anche una manciata di flessioni diventa parte del folklore.

Quando la stranezza passa anche dagli strumenti

Poi ci sono i casi in cui la bizzarria non riguarda tanto il personaggio, quanto il modo stesso di stare sul set.

Per esempio, Johnny Depp viene raccontato da Vanity Fair, che riprende un profilo di Rolling Stone, come un attore che in alcune circostanze si fa passare battute e parole da un tecnico del suono attraverso un auricolare. Un dettaglio che da solo basta a incrinare l’idea romantica dell’attore solo con il suo testo e il suo talento.

Qui siamo in una zona diversa: non il tormento del Metodo, ma una gestione molto personale, molto opaca, e anche parecchio strana del lavoro. Più che una semplice abitudine, quasi una protesi invisibile dell’attore sulla scena. E, in fondo, anche questo parla di qualcosa di umano: ognuno si costruisce i propri appoggi, solo che alcuni di loro, sotto i riflettori, fanno molto più rumore di altri.

Quando il corpo entra in guerra con il personaggio

Un’altra forma di stranezza, meno frivola e più sadica, è quella che si manifesta attraverso il trucco, le protesi, la trasformazione fisica spinta fino al disagio vero.

Nei racconti raccolti da Entertainment Weekly, tornano casi come quello di Jim Carrey ne Il Grinch e di Doug Jones ne Il labirinto del fauno: ore di preparazione, lattice, limiti di movimento, costrizione, fatica.

Qui non c’è tanto la mania individuale, quanto il modo in cui alcuni interpreti accettano di entrare in processi fisicamente scomodi pur di arrivare fino in fondo a un ruolo. Il risultato sullo schermo può essere magnifico, certo. Ma, dietro di esso, resta anche qualcosa di molto meno poetico: il promemoria che, per alcuni, lavorare significa anche attraversare forme di disagio che altri avrebbero mandato serenamente al diavolo dopo mezz’ora.

Quando il set diventa un piccolo teatro dell’assurdo

E poi ci sono le stranezze di vecchia scuola, quelle che non hanno neppure bisogno di grandi teorie per imporsi, basta raccontarle e fanno già il loro sporco lavoro.

Tra le storie legate a Il mago di Oz, va ricordata quella di Frank Morgan, interprete del Mago, che si presentava sul set con un minibar dentro la valigetta. Una mania così visiva, così perfettamente fuori asse, che sembra quasi inventata da qualcuno con troppa fantasia, mentre invece appartiene alla mitologia reale di Hollywood.

Il punto, qui, è non idealizzare nulla: semplicemente, alcune persone si portano dietro le proprie abitudini, i propri eccessi, i propri sistemi di conforto anche dentro il lavoro. Solo che, se lo fai su un set leggendario, il dettaglio smette di essere privato e diventa una storia da tramandare.

Il backstage, dove il mito si “spettina”

A guardarle bene, queste abitudini non raccontano solo il lavoro sul set o il solito folklore che circonda gli attori. Raccontano soprattutto le persone che essi sono, che restano complicate, contraddittorie, e a volte bizzarre, anche quando vengono trasformate in icone. Ma per loro, tutto affiora in uno spazio esposto, il dietro le quinte, dove anche un tic, un rituale o una mania privata smettono di essere dettagli invisibili e diventano materiale da racconto.

Non c’è niente di particolarmente poetico, in fondo. È solo il promemoria che dietro il personaggio, il talento e l’immagine pubblica, continua a esserci qualcuno con i propri automatismi, i propri squilibri e i propri modi, più o meno assurdi, di stare al mondo.

Ed è anche per questo che le strane abitudini delle star sul set continuano a incuriosire: perché fanno saltare la patina e mostrano quel lato umano che, famoso o meno, nessun attore riesce davvero a nascondere del tutto. In fondo, come ha detto Helen Mirren,

“Actors are rogues and vagabonds. Or they ought to be.”

E forse è proprio questo il punto: sotto il trucco, sotto il mito, sotto tutta la costruzione del divismo, resta quasi sempre una persona un po’ contorta, un po’ ingestibile e molto meno impeccabile di come ama raccontarsi.

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