Film di chiusura del 41º Lovers Film Festival, Plainclothes, opera prima di Carmen Emmi, presentato fuori concorso, è un noir dell’anima. Una pellicola che ci porta negli anni del “Don’t ask, don’t tell”. Tramite una regia poliedrica e intermediale, il film è un’interessante variazione del genere.
Più sguardi, una sola verità
Lucas (Tom Blyth) è un giovanissimo poliziotto sotto copertura con un incarico: fingere di adescare uomini nei bagni pubblici per poi arrestarli per atti osceni.
Quando Lucas incontra Andrew (Russell Tovey), un pastore protestante segretamente gay, quella che sembra solamente una pura attrazione fisica si trasforma in un desiderio romantico e una scoperta della propria identità sessuale.
Premiata al Sundance Festival per il miglior cast e al Frameline come miglior opera prima, Plainclothes (letteralmente “in borghese”, proprio come deve agire Lucas nel film) è una pellicola apparentemente non distante da altre opere trattanti la scoperta della propria sessualità.
La chiave che la distingue da altri film simili sta in una regia poliedrica e dalle mille sfaccettature: le numerose soggettive di Lucas non sono quasi mai appartenenti a un occhio umano biologico, al contrario, il suo occhio in carne e ossa viene sostituito prima da quello meccanico di una videocamera, poi quello di una telecamera di sorveglianza, e dopo ancora da quello di una cinepresa in 8mm.
Tutti sguardi artificiali, dunque. Occhi parziali che servono la polizia, quella stessa polizia di cui Lucas fa parte e che sta dando la caccia a quelli come lui. Ma è appunto soltanto il protagonista a conoscere la verità su sé stesso.
La famiglia come incubatrice di segreti
Non è solo la vita lavorativa di Lucas a essere dura. I membri della sua famiglia, che nel film si riuniscono per la notte di capodanno, non sembrano essere altro che una carta da parati, un abbellimento. Persone che nonostante la numerosità fanno sentire Lucas ancora più solo.
Soltanto la sua ex fidanzata, Emily (Amy Forsyth), sembra realmente vedere Lucas in un flashback dove le confessa di aver conosciuto un ragazzo. Ma questa scena del film è appunto distante nel tempo, archiviata; quella possibilità di essere visto, per come è veramente, è ormai scomparsa per il protagonista.
La pellicola tratta sapientemente il tema dei segreti trattenuti troppo a lungo, così come quello delle bugie, anche dette a fin di bene o per mascherare una verità scomoda: l’outing finale di Lucas alla sua famiglia non è liberatorio, non è catartico, ma è una singola goccia che fa parte di un flusso più grande di verità nascoste o sepolte.
La degna conclusione
Probabilmente una delle migliori opere presentate a questo 41º Lovers Film Festival, Plainclothes è una piacevole ventata sia d’aria fresca che di nostalgia (il film è ambientato negli anni ‘90).
Non è solo l’opera di chiusura di un festival, ma un esordio registico che, con la sua estetica intermediale, si impone come un noir d’identità acuto e toccante, lasciando nello spettatore la consapevolezza che, talvolta, la verità più grande può essere vista solo attraverso uno sguardo artificiale.