Lovers Film Festival

‘Bookends’: il coraggio di andare adagio

Contro la frenesia del presente, un invito a rallentare e ricordare

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Bookends

Al tramontare del sole sotto la Mole, Bookends dello statunitense Mike Doyle alla sua seconda partecipazione al Lovers Film Festival, chiude il concorso dei lungometraggi. La terza fatica del regista, scritta da Noam Ash, è un manifesto contro una delle piaghe del nuovo millennio: il doomscrolling. Un atto di pura meditazione in un momento storico in cui la società costringe i suoi abitanti a correre fino all’ultimo respiro.

Il film è stato presentato in anteprima mondiale il 9 febbraio 2026 al Santa Barbara International Film Festival, conquistando il pubblico e ottenendo il prestigioso premio Stand Up del festival.

 

Andare oltre

Nate (Noam Ash), millennial aspirante romanziere, tanto entusiasta quanto procrastinatore, è costretto a fuggire dalla frenetica New York a seguito di una pessima rottura con il suo, ormai, ex fidanzato. Trova rifugio da Nonno Saul (F. Murray Abraham) e Nonna Miriam (Caroline Aaron), in una remota e tranquilla comunità ebraica per anziani. Sarà questa l’arena di un delicato scontro generazionale, a metà strada tra dolcezza e fragilità.

Andare adagio

Il nuovo (vecchio) approccio alla vita, che Nate sperimenta nel suo auto-esilio a casa dei nonni, è la soluzione che Bookends offre alla fast life moderna. Piaga sociale in cui è assolutamente vietato rimanere indietro, in cui a risentirne è soprattutto la Gen-Z. Nate, come chiunque scelga di intraprendere la via artistica, è spaventato dall’inconclusione della sua creazione. C’è chi sente la pressione a venticinque anni, immaginiamoci il protagonista ormai sulla soglia dei trenta. Ma è qui che la relazione intergenerazionale tra Nate e i suoi nonni crea uno spazio di condivisione tra filosofie di vita, formalmente distanti, ma con lo stesso nucleo.

Il passaggio dalla “capitale del mondo” alla piccola oasi per anziani, invita Nate a lasciar andare un mondo fatto di stimoli continui, e ad abbracciare una realtà fatta di piccole abitudini, destinate a diventare dolci ricordi. Il film è un’ode alle persone che nella nostra vita sono, o sono state, i nostri secondi genitori. Dei supereroi con qualche acciacco. Persone disposte a darci tutto l’amore del mondo, che per il nostro bene vorrebbero farci introiettare il prima possibile la più importante delle lezioni, che forse hanno imparato troppo tardi: “vai adagio, un passo alla volta”.

Bookends, Mike Doyle

Proiettati all’immortalità

Seppur la premessa felliniana del film su “uno scrittore bloccato in cerca di ispirazione” è un trend fin troppo ricorrente nel panorama cinematografico attuale, Bookends riesce ad evitare la trappola del neonato cliché. Sfrutta la ridondante formula come motore narrativo di una storia tanto profonda quanto sincera. La chiave di volta del film è la maturità con cui riesce ad affrontare eventi delicati e dolorosi con una leggerezza e ironia molto rara. Notevole l’agilità di Ash nella scrittura, una sceneggiatura di cui si scorderanno i dettagli, ma non la sensazione di come fa sentire.

“Il cinema sta diventando un mezzo d’espressione per lo scrittore invece che per il regista” raccontava Gene Kelly a Rivette e Bitsch, intervistato per i Cahiers du Cinéma. È contemporaneamente un elogio ad Ash e un rimprovero alla macchina di Doyle, in quanto la sua regia risulta complessivamente accademica e piatta, le sue inquadrature, relativamente semplici, peccano di invenzione e creatività. Eppure, l’intesa tra Doyle e Ash, ha rivelato qualcosa che a molti autori del panorama contemporaneo sfugge spesso e volentieri: la consapevolezza del mezzo scelto per raccontare la loro storia. I personaggi, il mondo, e il momento stesso che stanno vivendo, sono proiettati al futuro ma resi immortali un’attimo prima. Gli autori hanno capito il cinema.

 

 

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