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‘180’: il testacoda di Netflix nel vicolo cieco del già visto

180 non è un’indagine sul dolore, ma un atto d’accusa contro la logica cinematografica

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Mettetevi comodi, perché i fatti sono ostinati e, in questo caso, sono anche terribilmente prevedibili: 180, l’ultima produzione sbarcata nel faldone digitale di Netflix, non è un film, ma un’ordinanza di custodia cautelare della pazienza dello spettatore.

La trama, depositata agli atti come un classico thriller di vendetta, ci presenta Zak, interpretato da un Prince Grootboom che ce la mette tutta per apparire tormentato, (ma finisce per essere prigioniero di una maschera monocorde) come un uomo che ha chiuso con un passato turbolento, ma la sua nuova vita viene travolta da un episodio di violenza dovuto ad un alterco stradale, la classica situazione che tutti noi ci immaginiamo quando quando per la quindicesima volta non ci viene data precedenza, ma che qui degenera comicamente e riduce suo figlio in fin di vita.

Fin qui, il “fatto” sussiste. Il problema sorge quando il regista e sceneggiatore Alex Yazbek decide di applicare il codice della giustizia privata senza avere il rigore procedurale necessario per renderlo credibile. Zak, che dovrebbe essere un esperto dei bassifondi, si muove con la perizia tattica di un passante distratto. Le sue decisioni non sono dettate dal dolore o dalla disperazione, ma dalla necessità di far progredire la trama verso il prossimo scontro fisico. È il tipico caso di abuso cinematografico: si pretende che lo spettatore sospenda non solo l’incredulità, ma anche il Codice Penale e la logica elementare. Se il cinema di vendetta degli ultimi anni si è evoluto; qui sembra che film come il tanto citato, a sproposito, Jhon Wick sia passato in vano e, dopo quasi 12 anni, sia anche stato rimosso dalla memoria collettiva.

180: Tra omissioni di soccorso e stereotipi di Johannesburg

Ma entriamo nel merito delle prove documentali. La regia di Yazbek tenta di nobilitare la materia prima con una fotografia “gritty”, che gioca sulle ombre delle periferie urbane sudafricane per dare un tono realistico alla vicenda. Ma la forma non può sanare il vizio di fondo della scrittura. Il modello comunicativo è una sorta di traduzione simultanea di cliché hollywoodiani trapiantati a Johannesburg senza una reale rielaborazione sociale. Le connessioni tra i vari “blocchi” narrativi sono tenute insieme con la colla e lo sputo: Zak, il nostro Keanu Reeves, suo malgrado, entra ed esce da situazioni mortali con una facilità che offende l’intelligenza di chiunque abbia mai visto un Action non girato da Michael Bay.

Il cast fa quello che può con il materiale che ha. Noxolo Dlamini e il veterano Fana Mokoena, volto che in passato ha calcato palcoscenici ben più autorevoli, fungono da meri testimoni oculari di un disastro annunciato. I loro personaggi non hanno spessore psicologico, sono funzioni di un’equazione che deve portare alla vendetta finale, senza passare per il via della coerenza.

In particolare, la figura di Fana Mokoena appare sprecata in un ruolo che sembra scritto durante una pausa caffè. La capacità espositiva del film è nulla: invece di mostrare l’evoluzione del dolore e del dilemma morale, 180 lo urla, lo sottolinea col pennarello rosso, trasformando il dramma del lutto in un teatrino di sguardi torvi e minacce sussurrate.

Il sistema Netflix e il solito problema

Non si può analizzare questo prodotto senza guardare al contesto associativo in cui è nato. Netflix ormai produce più film, o per meglio dire; deposita brevetti per l’intrattenimento passivo. Il modello è chiaro: prendere un tema universale (la vendetta paterna), ambientarlo in una location “esotica” per il mercato globale (il Sudafrica) e shakerare il tutto con una tecnica appena sufficiente per non far cambiare canale nei primi dieci minuti.

È la morte dell’ambiguità, ovvero la morte del cinema d’autore.

Siamo di fronte a un “falso ideologico” narrativo che spaccia per introspezione quella che è soltanto una sequenza di eventi meccanici. Non c’è un’indagine reale sulla colpa o sulle conseguenze della violenza in un contesto complesso come quello sudafricano. Tutto è asettico, quasi notarile nella sua esecuzione. Se cercate un’indagine seria sulle dinamiche della giustizia privata, rivolgetevi ad altri fascicoli. Qui troverete solo un timer che scorre verso lo zero, lasciandovi con la sensazione di aver sprecato 94 minuti della vostra unica, e purtroppo non replicabile, esistenza.

Ma non sarebbe forse il caso di ricordare a Netflix come era iniziato il suo percorso? non come producer di quart’ordine che sfornava opere degne della miglior Asylum ma come piattaforma di streaming.

Sentenza definitiva: archiviazione per manifesta infondatezza

In conclusione, l’esame dibattimentale su 180 non lascia spazio a dubbi o attenuanti generiche. La pellicola di Alex Yazbek fallisce su tutta la linea: non convince come esperimento emotivo e irrita come racconto d’azione. La pretesa di esplorare “cosa faremmo per i nostri figli” si scontra con l’evidenza che, potendo scegliere, noi sceglieremmo di non premere “play”.

Non ci sono attenuanti. Non basta la confezione formale corretta per salvare un’opera priva di anima e di rigore logico. È un contenuto “mid-range”, quello che serve a riempire il catalogo come mille altri prodotti che infestano le piattaforme di streaming: fanno volume, ma non fanno cinema. Il verdetto è inappellabile: archiviazione immediata. L’unica rotazione di 180 gradi sensata è quella dello spettatore che decide di voltare le spalle allo schermo per cercare qualcosa di più onesto.

Il film è disponibile su Netflix; qui

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