Interviews

Helen Walsh approda con ‘On the Sea’ al racconto di genere

On The Sea al Lovers Film Festival 2026: intervista alla regista sul film tra identità, famiglia e repressione nelle comunità rurali.

Published

on

Al 51º Lovers Film Festival di Torino, On The Sea si è inserito perfettamente nell’interstizio creato dal Festival nel panorama cinematografico. Introdotto da Vladimir Luxuria, il film ha trovato nel dialogo post-proiezione il suo naturale prolungamento, con la regista chiamata a confrontarsi con le domande del direttore del Festival, in un confronto che ha messo a fuoco le tensioni più profonde dell’opera.

Una storia che nasce da lontano

La regista svela che alla base di On The Sea c’è un’urgenza personale, prima ancora che narrativa.

Ho portato portato con me questa storia per molto tempo, alimentata anche dall’incontro con un uomo di circa 50 anni, omosessuale, ormai segnato da una vita vissuta ai margini, ostracizzato dalla comunità in cui era cresciuto.

Non è, però, un film sulla repressione in senso stretto.

Piuttosto, un tentativo di allargare il discorso sull’amore, anche quando assume forme contraddittorie o apparentemente impossibili. Il rifiuto più netto è quello di una vita costruita sulla menzogna del matrimonio come copertura; anche se non è il caso del protagonista,  che ama la sua famiglia, e non la vive come fragile rifugio.

On the Sea

Leggi anche: ‘Cuidadoras’ é il coinvolgente documentario apripista della 41esima edizione del Lovers Film Festival

Maggie, o la trasformazione

Tra i personaggi, quello della moglie del protagonista, Maggie (Liz White), è forse il più delicato. Non è una figura accessoria, ma un punto di equilibrio dentro un sistema profondamente segnato dal patriarcato.

Nelle aree rurali, in cui è ambientato il film, le strutture sociali restano fortemente conservatrici, ma con un ruolo femminile tutt’altro che passivo. Le donne sono spesso il fulcro economico e organizzativo delle famiglie, capaci di adattarsi, di trasformarsi, di ridefinire continuamente il proprio posto.

Inoltre scopriamo che:

Maggie nasce inizialmente come un personaggio meno sviluppato rispetto a Jack, ma il lavoro dell’attrice interprete ha contribuito a renderla più complessa, più stratificata.

Una figura che cresce, che evolve, che trova una sua forma dentro un contesto che tende a limitarla.

Mascolinità, comunità, desiderio

Il cuore spinoso di On The Sea resta però il rapporto tra i due protagonisti maschili, Jack (Barry Ward) e Daniel (Lorne MacFadyen), immersi in un ambiente dominato da una mascolinità rigida, quasi codificata.

Per costruire questo universo, la regista ha lavorato a partire da un’attenta documentazione sulla working class maschile in contesti simili. Ne è emerso un sistema chiuso, dove il percorso di vita sembra già segnato:

Matrimonio, figli, chiesa. Un orizzonte conservatore che non è necessariamente percepito come una prigione, ma come una forma di appartenenza.

Ed è proprio qui che si inserisce la tensione del film. Jack non è un outsider che vuole fuggire:

Lui si sente parte di quella comunità, che riconosce come casa, pur vivendo un conflitto interno che non può essere risolto senza fratture.

La relazione tra i personaggi nasce anche da un laborioso lavoro sul casting: la ricerca di una chimica autentica tra gli attori, costruita attraverso lunghe discussioni sulle backstory, sulle vite precedenti dei personaggi, su ciò che non viene mostrato ma che influenza ogni gesto.

Un film che resta nel non detto

Dalle parole della regista emerge con chiarezza una linea precisa: On The Sea non vuole offrire risposte semplici. Non cerca soluzioni, ma spazi di tensione.

È un film che si muove dentro le contraddizioni: tra appartenenza e desiderio, tra famiglia e identità, tra ciò che si è e ciò che ci si può permettere di essere.

E forse è proprio per questo che On the Sea trova nel contesto del Lovers Film Festival il suo habitat naturale. Un luogo in cui il cinema non chiude i discorsi, ma li apre.

Exit mobile version