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‘Du côté d’Orouët’ nell’arcipelago Nouvelle Vague

Rozier: una pietra grezza della Nouvelle Vague

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Nel 1971 Jacques Rozier realizza Du côté d’Orouët, contribuendo ad arricchire quella straordinaria stagione cinematografica che è stata la Nouvelle Vague.

Il film, per lungo tempo difficile da reperire, è oggi disponibile alla visione grazie alla piattaforma Mubi.

Una storia di fine estate

Tre ragazze partono per una vacanza di fine estate sulla costa bretone. Hanno a disposizione una casa, ma soprattutto hanno tanto tempo da trascorrere insieme, senza un obiettivo preciso se non quello di godersi la leggerezza dei giorni e la libertà della stagione. A fare da punto di riferimento è Joëlle (Danièle Croisy), impiegata dattilografa in un ufficio parigino che aspetta le ferie per tutto l’anno. Con lei ci sono Kareen (Françoise Guégan) e Caroline (Caroline Cartier), compagne di viaggio e complici.

Il gruppo si arricchisce ben presto della presenza di Gilbert (Bernard Menez), capo ufficio di Joëlle, che si unisce alla vacanza con l’intento, neppure troppo velato, di conquistare le ragazze. La sua figura introduce un elemento di lieve tensione, ma senza mai trasformare la narrazione in un vero conflitto.

Non ci sono drammi né svolte narrative marcate: le protagoniste trasformano ogni momento in un’occasione di gioco, di chiacchiere, di piccoli riti quotidiani. Il film si costruisce così su una successione di situazioni apparentemente minime, passeggiate, pranzi, bagni, conversazioni, che restituiscono però con grande precisione la sensazione di un’estate che scivola via, veloce e irripetibile.

Tra finzione e documentario

Ciò che colpisce immediatamente è la freschezza della messa in scena. I personaggi si alternano al centro dell’azione in modo quasi casuale, proprio come accade nella vita reale. Non esiste un vero protagonista: la narrazione è corale, frammentata, aperta. Gli interpreti guardano in macchina, talvolta parlano direttamente alla cinepresa e si muovono con una spontaneità che sfuma continuamente il confine tra recitazione e comportamento naturale. Lo stesso Rozier descriveva il suo metodo di lavoro in questi termini:

«All’inizio le sceneggiature sono uno scheletro, non il film. Mi piace andare avanti un po’ alla volta, con la musica, con il montaggio, come fa un pittore che parte dalla materia, dai colori; ho in mente delle inquadrature precise e, al tempo stesso, rimango aperto alla sensibilità.»

Questa dichiarazione chiarisce molto bene la natura del film: Du côté d’Orouët non è costruito secondo una struttura rigida, ma si sviluppa per accumulo, per impressioni successive. La macchina da presa sembra inseguire i personaggi più che guidarli, lasciando spazio all’imprevisto e all’improvvisazione.

Nouvelle Vague e Neorealismo italiano

Non è un caso che si sia spesso parlato della Nouvelle Vague come di una diretta erede del Neorealismo italiano. Anche qui ritroviamo alcune caratteristiche fondamentali: riprese in esterni reali, uso di attori non professionisti o semi-professionisti, una colonna sonora ridotta al minimo e un sonoro spesso post-sincronizzato. Ma soprattutto ritroviamo l’attenzione per il quotidiano, per quei momenti che nel cinema tradizionale verrebbero considerati irrilevanti.

Nel film di Rozier, tuttavia, questi elementi vengono portati all’estremo. La narrazione si dilata, i tempi si allungano, e lo spettatore è chiamato a condividere l’esperienza dell’attesa. Si aspetta che qualcosa accada, ma spesso ciò che accade è semplicemente il passare del tempo. È proprio questa lentezza, che alcuni hanno interpretato come un difetto, a costituire invece uno degli aspetti più radicali e coerenti dell’opera.

Il tempo come protagonista

Se c’è un vero protagonista in Du côté d’Orouët, questo è il tempo. L’estate non è solo uno sfondo, ma una presenza concreta che attraversa tutto il film. Le giornate si susseguono senza fretta, segnate da piccoli cambiamenti: la luce che muta, le abitudini che si consolidano, le dinamiche tra i personaggi che si trasformano impercettibilmente.

Rozier osserva con pazienza, senza forzare mai la mano. Non cerca di costruire un climax tradizionale, ma lascia che i temi emergano gradualmente: l’amicizia, il desiderio, la noia, la scoperta di sé. In questo senso, il film richiede allo spettatore un atteggiamento attivo. Non si tratta di seguire una storia, ma di abitare un’esperienza.

Una sottile evoluzione

Solo nel finale si intravede una piccola ma significativa evoluzione nei personaggi. Gilbert, che fino a quel momento è relegato a un ruolo marginale e spesso oggetto di scherno, si stanca di essere un comprimario. Decide di rompere gli equilibri e di affermare la propria presenza, introducendo così una nota di discontinuità.

Questo gesto provoca una breve pausa di riflessione all’interno del gruppo. Le reazioni delle ragazze non sono immediate né scontate, ma rivelano una maggiore consapevolezza dei rapporti che le legano. È un cambiamento sottile ma sufficiente a suggerire che anche nelle situazioni più leggere possono emergere tensioni e trasformazioni.

Rozier, un autore rimasto sullo sfondo

Nonostante il talento riconosciuto da molti suoi contemporanei, Jacques Rozier è rimasto una figura relativamente marginale all’interno della Nouvelle Vague. In oltre cinquant’anni di carriera ha realizzato soltanto cinque lungometraggi, lavorando principalmente per la televisione.

Eppure, fin dagli esordi, il suo lavoro aveva attirato l’attenzione di figure centrali del cinema francese. Jean-Luc Godard, quando era ancora solo critico cinematografico, valutò il suo cortometraggio Blue Jeans (presentato al Festival di Tours nel 1957) come una vera ventata di novità. Più tardi, nel 1962, lo stesso Godard convinse il produttore Georges de Beauregard a finanziare il suo primo lungometraggio, Adieu Philippine.

Quel film, pur tra molte difficoltà produttive, ottenne un grande successo di critica. François Truffaut arrivò a dire:

«C’è qualcosa di geniale nel modo in cui Rozier crea un equilibrio tra gli avvenimenti in apparenza insignificanti che filma e la densità del reale che conferisce loro importanza.»

Du côté d’Orouët prosegue chiaramente questo discorso, portandolo però a un livello ancora più estremo. Ed è forse proprio questa radicalità a limitarne la diffusione presso il grande pubblico. Il film rinuncia quasi completamente alle convenzioni narrative tradizionali: manca il piacere del racconto tipico di Truffaut, la geometria morale e narrativa di Éric Rohmer, e l’invenzione dirompente di Godard.

Un’opera da riscoprire

Ciò non significa che il film sia privo di valore, anzi. Du côté d’Orouët rappresenta una testimonianza preziosa di una stagione cinematografica irripetibile. È un’opera che sfida lo spettatore, che rifiuta compromessi e che porta fino in fondo una certa idea di cinema come osservazione del reale.

La sua apparente semplicità nasconde in realtà una costruzione complessa, fatta di ritmi, di sguardi, di relazioni sottili. Non è un film per tutti, e probabilmente non aspira a esserlo. Ma proprio per questo conserva una forza e un’autenticità rare.

Rivederlo oggi significa confrontarsi con un modo diverso di pensare il cinema: meno legato alla narrazione e più attento all’esperienza, al tempo, alla presenza. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla semplificazione, il film di Rozier invita invece a rallentare, a osservare, a lasciarsi attraversare dalle immagini.

E forse è proprio in questa capacità di resistere al tempo, senza adattarsi alle sue mode, che risiede il suo valore più duraturo.

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