Interviews

Intervista a Tsai Ming Liang: il potere del non detto

Tsai Ming Liang si racconta ai nostri microfoni

Published

on

In un’epoca dominata dalla frenesia digitale e da un consumo compulsivo di contenuti ultra-narrativi e iper-veloci, il cinema di Tsai Ming-Liang si erge come un atto di pura resistenza contemplativa.

Il dialogo si è snodato a partire dalla sua indagine visiva più recente, Back Home, un’opera che elegge le architetture, e in particolare le case del Laos, a testimoni silenziose di un paesaggio umano in mutamento.

È un cinema che non vuole spiegare, ma mostrare; un invito ad abbandonarsi alla composizione del quadro, cogliendo i messaggi e la naturalezza dei corpi e degli spazi senza l’ossessione di dover decodificare una trama tradizionale.

Tsai Ming Liang e la purezza delle immagini

Viviamo in un’epoca dove le piattaforme e i contenuti che propongono mostrano tutto, in maniera ultra-narrativa. Il suo ultimo film si concentra invece sul non detto e sul non visto. Per questo genere di opere che tipo di futuro pensa ci sia?

Quella in cui viviamo oggi è una società dove tutto è molto veloce, che ha cambiato tante nostre abitudini. Penso però che il cinema abbia una forza particolare e speciale, quella di chiedere al pubblico di riunirsi in sala e concentrarsi per guardare un film. Anche questo fa parte del suo fascino.

L’anno scorso sono stato invitato in Corea del Sud per riprendere la costruzione di un centro cinematografico, quando mi hanno chiesto se la costruzione di un centro simile in un’epoca veloce come la nostra fosse sensata, io ho risposto che era tanto importante quanto quella di un museo d’arte o di una chiesa!

Essendo Back Home un film che non segue una sceneggiatura ma che segue, invece, molto intimamente con la macchina da presa la vita del protagonista Anong, come è cambiato il suo modo di riprendere l’attore sullo schermo?

Sicuramente questo metodo di ripresa ci ha permesso di costruire un rapporto più stretto con l’attore e ha generato un impatto molto positivo sull’intero film.

Back Home si concentra sulle immagini pure, distaccandosi dalla narrativa tradizionale. Quando il cinema viene ridotto a questo tipo di essenza che tipo di risposta spera di innescare nello spettatore?

Volevo portare sullo schermo, e al pubblico, una sensazione di naturalezza e spontaneità. Considero le immagini come un linguaggio a sé stante, ma quelle contenute in questo film non sono mai casuali. Ad esempio, una mucca che attraversa un campo, accanto alla quale c’è una persona sdraiata su un motorino, con una casa lontana sullo sfondo. Una strada sulla quale forse sta passando qualcuno o forse c’è del traffico. Tutte queste immagini sono molto potenti per me.

Exit mobile version